Venezia76. «Pelikanblut», dramma su una maternità avvelenata dal pregiudizio

Il primo giorno del Festival del Cinema di Venezia si apre di prima mattina con l’ultima prova di Katrin Gebbe, giovane regista tedesca che già nel 2013 aveva scosso il pubblico del Festival di Cannes con Nothing Bad can happen.

Entrata nel progetto del Torino Film Lab nel 2017, incubatrice di giovani talenti provenienti da tutto il mondo, Katrin Gebbe quest’anno approda al Lido di Venezia per la categoria “Orizzonti” con la sua seconda pellicola, Pelikanblut, un film sui lati più oscuri e complessi dell’essere madre oggi, un ruolo difficile da adempiere soprattutto a causa del giudizio spesso indiscreto e indesiderato di una società oppressiva e insensibile.  

La trama di Pelikanblut

Wiebke, interpretata dalla splendida Nina Hoss, è un’istruttrice di cavalli che decide di adottare la piccola Raya. Presto la bambina dimostra di avere numerosi disturbi psicologici: una malattia mentale le impedisce di relazionarsi con il mondo intorno a lei. Tali disturbi iniziano a provocare degli effetti inaspettati e incontrollabili che rischiano seriamente di mettere a rischio la vita della madre e della sorella più grande Nikolina

Se all’inizio la piccola e graziosa Raya viene accolta con affetto, con il tempo la sua indole trasformerà le vite della piccola comunità in un incubo di violenza e di paura. Sacrifici animali, tentati omicidi e violenza verbale scandiscono le giornate della famiglia Landau, letteralmente tormentata dai gesti della bambina.

La situazione diventa sempre più intollerabile, la bambina viene cacciata dall’asilo, gli amici di Wiebke abbandonano la donna alle sue sofferenze e anche la sorella maggiore si allontana da quella famiglia a tre, quel ritratto della Vergine delle Rocce leonardesca che voleva essere soltanto felice. Wiebke inizia ad avere paura della stessa bambina e dei suoi gesti violenti e sanguinosi, installa un sistema di video sorveglianza e di allarme che monitora e segnala i movimenti della bambina.

Con il tempo, per lo spettatore in sala il tanto rassicurante nido materno diventa lo scenario di un film horror. Come per i protagonisti, anche a noi viene da chiederci se la bambina non sia in realtà un mostro. 

Traumi del passato che ritornano

La risposta è no. Se infatti la magia subentra solo nel finale per proporre una cosiddetta “formula” che possa generare il tanto agognato lieto fine, è la medicina a illustrarci una diagnosi. Raya è sicuramente malata, ha una malformazione che non intacca le sue funzioni celebrali bensì le emozioni, forse il patrimonio più prezioso e delicato di cui l’essere umano dispone.

La bambina, infatti, non prova nessun tipo di empatia o di paura e la parola “mamma” ha per lei la stessa valenza di una sedia o di una lampada. Ogni sua (rara) manifestazione di affetto non è altro che il risultato di un’imitazione, di una maschera che Raya prontamente indossa per mostrare il meglio di se a chi “sta fuori”. Per il resto, la bambina soffre di attacchi di panico che la portano a compiere atti efferati e di indescrivibile violenza, tra giornate apparentemente normali e notti da incubo.

La ricerca di una cura

«Come curarla?» chiede preoccupata Wiebke. «Curare implica che siamo di fronte a una malattia», risponde il medico. Raya è veramente malata? Per chi? Per la nostra società? Per le nostre convenzioni?

La risposta è da ricercare forse al principio del problema di Raya. La bambina soffre di un trauma precoce. L’orfanotrofio ammette che a un anno di vita la piccola ha vegliato per due giorni sul cadavere della madre, una prostituta uccisa a morsi e percosse da un delinquente. Per difendersi dal dramma di un’infanzia stroncata sul nascere, il corpo di Raya ha infatti reagito costruendo una cortina di ferro che la isola da qualsiasi tipo di rapporto umano.

Di fronte alla gravità del problema, Wiebke decide di assumersi il pesante compito di ristabilire quel profondo rapporto tra madre e figlia di cui Raya è stata privata.

Raya e Wiebke: accomunate da uno stesso passato

Wiebke prende questa difficile e impopolare decisione perché sicuramente ha qualcosa in sospeso con il proprio passato, la volontà di “salvare” Raya altri non è che un disperato tentativo di salvare prima di tutto se stessa e la sua personale concezione di “donna” dagli sguardi, dai commenti e dai modelli di quella società che, incarnata dal corpo di polizia a cavallo che lavora con lei, la opprime.

Per questo, Raya e Wiebke, pur non essendo legate da un rapporto di sangue, sono comunque vicine in quanto vittime di un sistema sociale che fa fatica ad accettare il diverso e che lo dipinge, anche ai nostri occhi di spettatori, come qualcosa di mostruoso e di maligno del quale sembra più semplice sbarazzarci che comprendere. Accomunate da una chioma bionda e da una speciale connessione con i cavalli, le due donne vivono a loro modo le conseguenze di un vuoto affettivo latente che impedisce loro di comunicare con gli altri. Se infatti Raya viene allontanata dagli altri bambini, Wiebke vive sola, rifiutando qualsiasi forma di rapporto sentimentale.

Un incompreso viaggio alla ricerca delle emozioni

L’incompreso percorso intrapreso dall’inusuale famiglia altri non è che un viaggio emozionale che mira a scavare nell’inconscio e nel nostro passato, spesso colmo di esperienze e di ricordi che facciamo fatica ad accettare e che per questo tendiamo a rimuovere.

In una società però già corrotta e priva di empatia, il percorso di rinascita è sempre più tortuoso e complesso.

Le due donne si trovano sole, ai margini di una società che ormai le addita come folli, quasi streghe, immagine prefigurata dalla prima recita a cui la “famiglia” assiste. Il giudizio degli altri grava sulle spalle di Wiebke, troppo debole e insicura per ribellarsi a quelle convenzioni.

Se il mondo sta a guardare e aspetta con impazienza che la donna compia la presunta “scelta giusta”,  lasciando la bambina e ritornando agli standard di una famiglia serena e tranqulla, Wiebke si rivolge disperata alla sciamana Tanka, la sola che, di fronte al fallimento della medicina, promette di risolvere il problema. Secondo la maga è necessario un potente rito di magia nera dai tratti spettrali.

Il finale di Pelikanblut: la presa di coscienza del proprio passato

Quanto c’è di reale nel rito di magia nera? Avrà funzionato?

Wiebke sfrutta il rito di esorcismo per riconciliarsi con quella maternità mancata, ritorna alle radici dell’istinto di madre fino a ricostruire il processo del parto, servendosi del proprio sangue. Prodotto dell’irrisolto scontro tra natura e società, tra regola e istinto, il finale del film rappresenta per molti versi una sorta di catarsi dove Fede, magia, medicina e legge si incrociano arrivando a compiere con la collaborazione della mitologia quell’antica metafora che dà, appunto, il titolo al film. Tale metafora attraverso il mondo degli animali racconta i sentimenti che animano quello degli uomini. Le ossessioni di una maternità mai del tutto perfetta e compiuta si riflettono infatti nell’istinto della femmina di pellicano, pronta a sacrificare il proprio sangue per far letteralmente “resuscitare” i suoi figli.

Pelikanblut è quindi un film sul disperato bisogno di amare e di sentirsi amati, ostacolato dai limiti di una società ormai aliena e incapace di comprendere il prossimo.

Raya chiede tra le grida «cosa c’è di rotto in me?». Nessuno ha realmente la risposta, ma forse la bambina arriva a fare i conti con il proprio passato nel finale, quando gli “altri”, ovvero i poliziotti, decidono di sopprimere Top Gun, cavallo di carattere difficile, considerato inadeguato alla monta. Forse Top Gun, un animale emarginato perché non conforme alle regole, era infatti l’unica creatura per cui Raya riusciva a provare empatia.

Di fronte alla dolosa morte del cavallo, la bambina versa per la prima volta lacrime vere e sincere, facendo riaffiorare e realizzando quel trauma lontano e dichiarando ad alta voce «anche la mia mamma è stata uccisa».

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Valentina Cognini

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