«Le Vergini delle Rocce»: il superuomo dannunziano e l’estetica contemplativa

Richiamando il celebre dipinto di Leonardo Da Vinci, fin dal titolo Le Vergini delle Rocce preannuncia una tematica dal carattere fortemente raffinato ed elegante, tratteggiando un paesaggio mentale duro e morbido al tempo stesso. Quest’opera, in cui Gabriele D’Annunzio raggiunge i confini del sublime, non narra eventi né situazioni, è pura contemplazione, infatti non è possibile riassumere esaustivamente il romanzo, poiché la trama è pressoché inesistente. Lo stesso protagonista, Claudio Clantelmo, alter ego di D’Annunzio, vive e descrive pensieri, idee, sensazioni, senza soffermarsi sulla concretezza dei fatti. Il tutto, accompagnato da uno stile estremamente prezioso ed elevato, è quindi impercettibile, il testo è l’evanescenza di se stesso e per quanto ci si sforzi non si è in grado di cogliervi contorni ben definiti.

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Tema cardine de Le Vergini delle Rocce è il desiderio da parte del nobile romano Claudio Cantelmo di generare un erede degno della sua stirpe di grandi condottieri. Pervaso da un forte sentimento di disprezzo per tutto ciò che appartiene alla sfera comune, Cantelmo sogna di restaurare il grande impero di Roma, riportando il Paese alla sua antica gloria e nobiltà. Ma la capitale è ormai corrotta e in decadenza, e nessuna fanciulla sembra essere adatta a partorire il prodigio umano da lui vagheggiato. Abbandona così la città per stabilirsi in una delle residenze di famiglia, in una località indefinita nell’ex Regno delle Due Sicilie, Rebursa. Luogo ameno e dalle reminiscenze bucoliche, custodisce alcuni fra i suoi più bei ricordi d’infanzia, in gran parte legati ai giovani principi Capece – Montaga. Cavalcando lungo quella terra rocciosa, formosa e scavata dal corso del Saurgo, Cantelmo s’imbatte in Oddo e Antonello Montaga, suoi vecchi compagni di giochi. Sono proprio loro, presi dall’entusiasmo e dalla gioia, a condurre Claudio a Trigento, dove risiede la loro famiglia. Dunque così s’avvia, in una carrozza colma di rami fioriti di mandorlo, il cammino del protagonista verso il suo ideale.

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Ideale che, inaspettatamente, si rivela incarnato in triplice forma: quella di Violante, Anatolia e Massimilla, le tre sorelle Montaga che, meravigliose ed estremamente diverse tra loro, mettono a dura prova la capacità di giudizio di Cantelmo, incapace di scegliere fra le tre.

Prima fra tutte appare Violante, «ella era sotto un arco di bosso, con i piedi nell’erba (…) , numerose viole le ornavano la cintura». Violante è come un nostalgico richiamo alla bellezza decadente del “Piacere” femme fatale suprema e inaccessibile, bella come solo chi è a un passo dalla morte può essere.

Ella infatti lentamente si uccide inalando pregiati profumi, inebriandosi fino allo stordimento, bramandoli fino alla dipendenza. Violante è la principessa umiliata, dalla corona di lunghi capelli, unica sua ricchezza, perché ormai priva dei suoi regni: «io sono umiliata. Sentendo sulla mia fronte pesare la massa dei miei capelli, ho creduto di portare una corona; e i miei pensieri sotto quel peso erano purpurei. Da tempo io ho dunque su la mia anima lo splendore dei destini grandiosi e tristi»

Seconda giunge Anatolia, «la datrice di forza, la vergine benefica e possente, l’anima ricca e prodiga». Anatolia è colei che si sacrifica al dovere e alla famiglia, accudendo la madre demente e i fratelli malati.

Apparentemente incrollabile, è il simbolo più alto del sacrificio e della responsabilità, donna forte e immensamente sola, sulla quale aleggia un destino pietoso. «Io soffro d’una virtù che dentro di me si consuma inutilmente. La mia forza è l’ultimo sostegno d’una rovina solitaria. Il mio cuore è infaticabile»

Ecco infine Massimilla che stringendo un libro raggiunge Claudio, emanando un puro afflato di sacralità, come un incensiere che spande la sua fragranza in chiesa. «Saliva gli ultimi gradi, recando sul volto e in tutta la persona i vestiti del sogno in cui s’era immersa»

In seguito alla morte prematura del suo promesso sposo, Massimilla scelse di prendere i voti, e i giorni trascorsi con Claudio, saranno gli ultimi prima della clausura. Accostata da Cantelmo a Santa Caterina da Siena, egli vede in lei il fuoco e il sangue di una passione struggente e repressa, il bisogno immenso di libertà di chi sente chiudersi dietro le spalle le porte di una cella. «Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio inestinguibile di donarmi i tutta quanta. Nelle mie labbra è la figura viva e visibile della parola Amen»

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Queste giovani grazie attraggono coi loro doni irresistibili il nobile sognatore, che, pur consapevole di dover scegliere, non sa frenarsi dal conquistarle tutte. Ciò che più di tutto caratterizza l’opera non è però la scelta, quanto la contemplazione estetica di queste tre donne, valutate ed esaminate come opere d’arte. D’Annunzio realizza un’opera puramente estetica, e sebbene vi siano forti richiami al superuomo nietzscheano, vengono assorbiti fino a farlo diventare un cultore della bellezza, un intellettuale puro, uno studioso e un artista supremo. Questo esteta per eccellenza è il figlio che Cantelmo vuole generare, il grembo destinato a partorirlo deve essere altrettanto prezioso.

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Terminando ambiguamente, senza una scelta definitiva, Le Vergini delle Rocce è forse il vero capolavoro dannunziano, poiché in tutta la sua produzione, non trova eguali per raffinatezza, grazia e sublime bellezza. Le Vergini delle Rocce, maestosa come i promontori rocciosi, ma delicata e malinconica come un lago di ninfee, è un capolavoro della letteratura italiana e mondiale, un gioiello troppo spesso sottovalutato e, purtroppo, quasi sconosciuto. Ma la sua complessità tematica, unita ad una trama estremamente semplice e a un linguaggio meravigliosamente retorico, la rendono un’opera unica e inimitabile, un lavoro magistrale frutto di una genialità artistica superiore, un capolavoro imperdibile e assolutamente indimenticabile.

 


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