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Dal tutù al corpo libero: l’evoluzione della sensualità nella danza

Articolo della newsletter n. 58 - Febbraio 2026
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«Può darsi che non sarai mai felice. Perciò non ti resta che danzare, danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta» scrisse Haruki Murakami nel suo Kafka sulla spiaggia. Pur essendo una metafora del vivere, non a caso l’acclamato autore ha deciso di usare la danza come elemento di paragone alla vita.

La danza, con i suoi jeté, il moonwalk e il fan kick, è alimentata dalle stesse componenti della vita: la respirazione e il movimento. Ma se si dovesse ridurre l’arte del ballare come un semplice esercizio di interseco tra questi due elementi, le toglieremmo la maggior parte del suo fascino.

Nessuno di noi si meraviglia per la tenuta di fiato del primo ballerino della Scala, e forse nemmeno per l’ampiezza del suo grand plié. C’è qualcosa nella sinuosità del corpo che danza che rimanda a una dimensione altra, sensuale, libera. Uno stato di estasi nell’immaginarsi immensamente fragili e grandiosamente saldi, in un via vai di piena fiducia nell’altro e in sé stesso.

Ma questo corpo armonioso che si libra nell’aria infrangendo le regole della gravità è sempre stato sinonimo di libertà?

All’inizio, con la nascita della vera e propria danza classica alla corte di re Leone XVI e la creazione dell’Academie Royal de Danse, venne avviato un lavoro di codificazione molto rigido dei passi che potevano essere considerati effettivamente “danza.” Non che il ballo non esistesse prima, ma aveva una funzione diversa: a volte comica, a volte tribale, a partire dai rituali religiosi delle civiltà preistoriche o l’inserimento di movimenti coreutici all’interno delle rappresentazioni teatrali greche e romane.

È solo nella Francia del diciasettesimo secolo che inizia ad avanzar l’idea di codificare quest’arte e renderla una disciplina da studiare. Il primo coreografo alla corte del re Sole fu Pierre Beauchamp, che sviluppò una sua tecnica particolare e rese quest’arte piena di virtuosismi.

Come commentare questa scelta? è stata una pura decisione educativa, politica o in Francia si riteneva che la danza come divertimento non fosse adeguata?

La danza classica nasce come mezzo di rappresentazione del potere e della raffinatezza. Lo scopo principale? Educare il corpo a un ideale estetico; non c’era spazio per l’emotività o la sensualità. Ai ballerini (perché inizialmente erano solo maschi coloro che potevano danzare) veniva richiesta precisione, rigore, una perfezione delle forme e delle linee paragonabili alle sculture rinascimentali. Peccato che il corpo non sia un blocco di marmo. Si torna al concetto iniziale: la vita richiede movimento.

Non solo i movimenti, ma anche l’abbigliamento richiesto ai ballerini e poi alle ballerine (che ebbero il permesso di danzare solo a metà del diciottesimo secolo) simboleggiavano un’ideale di perfezione estetica e rigidità: tutù rigidi, corpetti, scarpe a punta, modellavano il corpo e limitavano il loro movimento. Tutte le parti del corpo dovevano essere bilanciate e si richiedeva molto in termini di portamento. Era come se i ballerini fossero allievi di corte sottopagati che non godevano dei privilegi del reame.

La danza classica uscì dalle corti e arrivò nei teatri, ma poi ci si rese conto che, forse, mancava qualcosa. Che si stava chiedendo al corpo di sottomettersi in maniera innaturale a dei canoni poco compatibili con l’arte. O meglio, l’arte è lecita, ma il corpo è più importante. Verso la fine del diciannovesimo secolo iniziano a svilupparsi nuove forme di danza, in contrapposizione con l’arte del balletto.

La prima nuova forma d’arte è la danza moderna, un ampio genere di danza teatrale, nata in Germania e negli Stati Uniti. Angela Isadora Duncan, pioniera della libertà di movimento, fu la prima dei ribelli. Oggi è conosciuta come la “Madre della danza moderna”. La danza moderna, rispetto alla danza classica, prevedeva maggior libertà nei movimenti e nell’abbigliamento. Niente costrizioni, niente forzature, questo nuovo tipo di danza puntava a valorizzare i movimenti del ballerino e la naturalità dei gesti. E allora via allo sfarzo dei costumi e alle scenografie pompose di corte; è come se la danza moderna ricercasse una purezza, una naturalezza, un’esaltazione del corpo in quanto tale e non in quanto artificio. Via libera alle scenografie a tinta unita, all’improvvisazione in scena (assolutamente bandita nella danza classica, dove tutto era calcolato al secondo), alla ricerca di un nuovo rapporto con il proprio io e con lo spazio. Nella danza moderna non si era soltanto ballerini, ma corpi carichi di emotività. E quindi, quell’apatia richiesta nelle corti francesi e poi russe per la danza classica viene sostituita da un fluire carico di emozioni. Nella danza moderna non c’è spazio o espressione che venga censurato. Ad esempio, se ai tempi di Leone XVI i ballerini non potevano mai dare le spalle agli spettatori, nella nuova corrente della danza moderna molte coreografie iniziano proprio con i ballerini voltati verso il fondo scena.

La danza moderna è la prima danza a riconoscere il peso e la densità del corpo umano, senza togliergli per questo la sua dignità. Il corpo, privato della sua voce, riprende a raccontare e raccontarsi, carico di desiderio, tensioni ma soprattutto umanità.

Dopo la seconda guerra mondiale si arriva a una nuova fase della danza: sulla scia della danza moderna si sviluppa un nuovo stile, sempre in contrapposizione con la rigidità della danza classica, che prenderà il nome di danza contemporanea. A differenza di quella moderna, la danza contemporanea è molto più interdisciplinare: è un meeting pot senza regole, che lavora con diverse tecniche come l’improvvisazione e il lavoro sul pavimento. Più ci si allontana temporalmente dalla danza classica, più ci si allontana dalle sue costrizioni e formalità. Più spazio si dà al corpo, maggiore è la sua possibilità di improvvisare. Senza seguire schemi, regole, imposizioni.

Anche l’abbigliamento nella danza contemporanea si evolve: ed ecco che il corpo non è più qualcosa da costringere, ma da accogliere; via libera a body aderenti, ma anche a pantaloni larghi e elasticizzati, fino ad arrivare a volte a inserire i tacchi. Tutto purché i ballerini si sentano a loro agio nell’esprimersi. Perché in fondo, senza confidenza non c’è espressione.

Inutile dire che man mano che ci si allontana dalla rigidità della danza classica, più il corpo assume il suo valore originario e la sua sensualità aumenta. O meglio, la sua possibilità di essere sensuale. Perché finché si è costretti ad avere una forma predefinita non c’è spazio per la propria. Nella danza contemporanea la sensualità è consapevole, espressiva, il corpo sceglie di mostrarsi e di affermare la propria presenza.

La storia della danza dimostra che, per essere sensuali, bisogna imparare a fare pace con il proprio corpo e desiderio. Solo togliendosi di tutti gli strati inutili che ci vengono messi (o ci mettiamo) si può dar voce alla propria presenza. Il desiderio non è più qualcosa rivolto verso gli altri bensì un atto di autodeterminazione: così la danza ricorda che ogni mossa ha un valore, ogni passo ha una storia, ogni gesto è una presa di posizione, per scoprire chi siamo e forse non dimenticarcelo più.


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Valentina Trentini

Studentessa di beni culturali, classe 2003, nel tempo libero si dedica a visitare mostre d'arte e a scrivere poesie. Lettrice vorace, il suo libro preferito è "Gli Argonauti" (quello di Maggie Nelson!). Ricerca lo straordinario per poi rendersi conto che è nell'ordinario che giace la bellezza.

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