Dieci anni fa, il 19 Febbraio 2016, ci lasciava Umberto Eco. Saggista, intellettuale, semiologo, non fu solo una figura cardine per la letteratura italiana, ma anche per la cultura dello spettacolo. Nel 1971 infatti su uno dei fondatori del primo corso di laurea DAMS dell’Università di Bologna. Fu poi direttore di quello stesso corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo.
Uomo di cultura
Dunque si può vedere come Umberto Eco non fosse un semplice letterato, ma un vero e proprio promotore culturale: accanto al DAMS infatti aveva anche dato avvio al corso di laurea in scienze della comunicazione. Per un breve periodo degli anni Cinquanta Eco lavorò in RAI tra altri nuovi telecronisti e funzionari.
L’interesse di Umberto Eco non fu mai dunque solo orientato verso la scrittura di romanzi, ma lo scrittore si dedicò allo studio della linguistica, della semiotica popolare e ovviamente della filosofia in cui era laureato.
Da questo background possiamo quindi comprendere come mai il suo romanzo più famoso non sia solo un fenomeno letterario di narrativa, bensì uno dei capisaldi della letteratura italiana tradotto in quarantasette lingue e distribuito in tutto il mondo.
Il nome della Rosa
Il romanzo best seller è un giallo storico che segue le vicende di Guglielmo da Baskerville e del suo allievo Adso da Melk. I due si recano in un monastero benedettino per un convegno. Una volta arrivati però, i due diventano protagonisti di una indagine per l’omicidio del confratello Adelmo, dopo di lui viene trovato morto anche Venanzio.
Lentamente la storia non solo segue le indagini dei due, ma si apre verso altre sfere: il mistero della biblioteca e quello del libro proibito si uniscono alla paura dell’Anticristo e dell’eresia. Proprio per questo motivo all’abbazia arriverà anche la Santa inquisizione.
Nella storia globale si inserisce quella di Adso che vive profondi sconvolgimenti di Fede e identità. Vive un rapporto con una ragazza contadina, cosa che lo sconvolge nel profondo.
Un capolavoro per ogni media
Dopo le molteplici trasposizioni filmiche, televisive e teatrali, nel 2025 è andata in scena l’opera lirica basata sul romanzo di Umberto Eco. Con la musica di Francesco Filidei e il libretto da lui scritto con Stefano Busellato, Hannah Dübgen e Carlo Pernigotti, l’opera è andata in scena al Teatro La Scala.
La regia della messa in scena è di Damiano Michieletto e le scenografie sono di Paolo Fantin. L’Opera è stata trasmessa anche sulle reti RAI, cosa che crea una interessante interconnessione tra la multimedialità dell’opera e la biografia di Eco.
Musica contemporanea per un racconto intramontabile
La musica di Francesco Filidei unisce il lirismo a una trama estremamente complessa, eppure non perde la capacità di portare avanti la narrazione in modo chiaro ed evidente. Un esempio è la sezione del processo:
Da questo estratto vediamo come la scelta dei costumi comunica chiaramente il legame tra l’inconoscibile e la realtà fattuale in cui si muovono i protagonisti. La musica stessa unisce «sacro» e «profano» perché nella partitura sono contemplati elementi quotidiani «suonati» quali padelle e bicchieri.
Svelare i segreti
Purtroppo, almeno per ora, non è possibile vedere l’opera de Il nome della rosa, ma sono state create diverse testimonianze del dietro le quinte, in primis una intervista al compositore:
Per fortuna viviamo in un’era che permette di avere sempre testimonianze di ciò che è stato, anche se ce lo siamo persi. Non sarà mai possibile comprendere un’opera fino in fondo, ma quasi come fanno Adso e Guglielmo possiamo risolvere ogni mistero che si crea intorno a uno spettacolo che ancora non abbiamo visto o che mai vedremo.
Architettura nel racconto
La biblioteca dell’abbazia nel romanzo è quasi un vero personaggio: è la sua struttura labirintica che rende difficile la risoluzione del problema. L’architettura è la complice di Jorge.
Allo stesso modo le scene, la regia e la scenografia creano quello stesso edificium sia attraverso una struttura a stanze delle scene sia con una scenografia di veli bianchi sospesa sopra le teste degli interpreti come una spada di damocle. Quindi i protagonisti non solo devono orientarsi nel labirinto reale, ma anche con il giudizio che incombe sopra le loro teste.
L’eredità di Eco
Insomma, Umberto Eco ha creato una delle opere più interessanti e proficue non solo della letteratura, ma anche dell’arte cinematografica e teatrale italiana. Ha saputo creare una cornice storica misterica e intrigante e l’ha unita a un racconto così avvincente da poter diventare un’opera lirica; proprio come succedeva a Verdi con i grandi romanzi della sua epoca.

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