Per Harry Styles, il nuovo album Kiss All The Time. Disco, Occasionally è come fosse «la rappresentazione sonora di una lunga pagina di diario». Questa pagina racchiuderebbe quattro anni di assenza della pop star da palchi e algoritmi ed è costellata di grandi domande e piccole risposte sul ruolo dell’artista oggi, dopo che ha raggiunto 1,5 miliardi di riproduzioni per un singolo come As It Was su Spotify e dopo aver riempito gli stadi e le arene di 169 date in 22 mesi di tour. Dall’agenda serrata del 2022 e del 2023, dopo il successo del terzo album, Harry’s House, alla necessità di staccare la spina, di porsi qualche interrogativo in più e di muoversi al ritmo di musica tra gli sconosciuti dei club elettronici di Berlino. Harry Styles mette su un lato della bilancia l’immagine esteriore di diva del pop – con una delle fanbase più estese al mondo – e quella di un essere umano che ha scelto la musica perché era da sempre la sua passione. La seconda ha avuto la meglio.
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Diciamolo subito: Kiss All The Time. Disco, Occasionally non è un album perfetto. Anzi, tante sono le critiche che ha attirato e che lo tacciano di essere poco rivelatore, poco autentico e avvolto da un mistero che, di per sé, non rivela nulla. Tuttavia, su questi punti si potrebbe discutere. Il quarto album dell’ex star degli One Direction rappresenta a pieno la natura del diario, del personale, come introdotto dallo stesso Styles. Chi ha mai visto un diario che abbia un senso o che si riveli subito alla prima lettura di un perfetto sconosciuto? Spesso, anche chi pensa di conoscerti da sempre (“I’ve known you for ages, it’s all that I’ve heard“, canta Styles nella seconda traccia American Girls) non sa decifrare alcune tue scelte o reazioni. Kiss All The Time. Disco, Occasionally è, esattamente, questo. È una pagina di un taccuino, iniziato perché si percepiva un cambio di passo e si voleva metterlo per iscritto, per trovare una linea, un insieme; una pagina lasciata a metà, con rivelazioni riprese più avanti o mai esternalizzate. È la ricognizione di un essere umano che cerca un cambiamento: non sa bene come si faccia o cosa significhi, ma senza di questo non può andare avanti. Se una pop star si prende del tempo per tornare ad una vita più autentica e condivisa tra amici e sconosciuti, è già di per sé una buona notizia.
Ma, ora, parliamo di musica. Il quarto album di Harry Styles vede la produzione di Kid Harpoon – che vanta collaborazioni come Miley Cyrus, Florence + The Machine e Shakira – e Tyler Johnson. L’album è fortemente elettronico e ha una veste disco ma, come dichiara fin da subito, questa veste è «occasionale», non la ritroviamo sempre. La voce di Styles è a tratti ovattata, in generale abbassata a favore della musica e dei respiri elettronici. Se si ascoltano gli album di Harry Styles in sequenza, si noteranno delle evoluzioni continue. In questa parabola, anche le collaborazioni giocano un ruolo ragguardevole. Tra i cori di Ellie Rowsell dei Wolf Alice, le batterie di Tom Skinner – che fa trio con Thom Yorke e Jonny Greenwood nei The Smile – e le ispirazioni fornite da gruppi indie-rock come gli LCD Soundsystem e dalla scena dei club berlinesi, il salto è notevole.
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La costruzione dell’album è di per sé interessante e si può leggerla sempre nei termini della natura intima e peculiare del diario. Quattro mine si susseguono nell’incipit: Aperture, American Girls, Ready, Steady, Go! e Are You Listening Yet?. Non lasciano via di scampo: l’ascoltatore viene scaraventato al centro della pista da ballo tra ritmi decisi e suoni coinvolgenti. Ma ecco che, dopo che Styles sa di avere la tua attenzione, le vibrazioni si distendono e le melodie si fanno più dolci e riflessive. Il cuore del disco è, infatti, più lento e intimo, con qualche picco tra il pop, la disco e il funk, come nella nona e decima traccia, Pop e Dance No More. Ma il viaggio dalle prime canzoni alla dodicesima e ultima Carla’s Song è imprevedibile e, in un primo momento, quasi insensato, disorientante. Styles ci aveva abituato ad un pop, sì, originale e ben fatto, ma lineare, anche intuibile e rassicurante nella sua dichiarazione di prodotto mainstream. Ora, chi è l’artista di Kiss All The Time. Disco, Occasionally? L’appeal del nuovo album non è immediato. Può anche non arrivare: sembra che Styles non punti a piacere a tutti ma, prima di tutto, a se stesso. Il filo che lega le tracce si rivela man mano, alla fine, quando si termina l’esperienza di ascolto e si riceve un’immagine complessiva di ciò che è appena successo. È imperfetto: e allora?
Aperture è il primo singolo estratto da Kiss All The Time. Disco, Occasionally. È un manifesto, una dichiarazione di intenti. La costruzione sonora è raffinata e cerca un equilibrio tra momenti elettronici di sospensione ed aperture decise, suggerendo una naturale evoluzione. Harry Styles canta di una rinascita, una voglia di andare avanti «pulito», dall’alcol ma anche dalle sue falsità.
It’s best you know what you don’t
Aperture lets the light in
We belong together
It finally appears it’s only love.
L’apertura lascia entrare la luce, rende possibile un’unione e la capacità di ballarci sopra. Il resto è un viaggio nel dialogo che Styles ha con se stesso e con il mondo. «This unpredictable fun is fun if you know how / If you must join a movement, make sure there’s a dancing», afferma nei versi quasi parlati di Are You Listening Yet?. The Waiting Game parla del suo rapporto con l’immagine da pop star, tra scelte musicali vecchie e nuove volontà di analisi. Styles affronta gli anni del successo e dei ritmi forsennati, in cui la sua scrittura era piena di «dettagli», ma a discapito di una verità più profonda. «You can romanticise your shortcomings, ignore your agency to stop / Write a ballad with all the details while skiming off the top» (Puoi romanticizzare i tuoi difetti, ignorare la tua capacità di fermarti / Scrivere una ballata con tutti i dettagli, restando solo in superficie).
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Ora dice meno, ma è più onesto. Dice di aver trovato di nuovo il gusto (Taste Back), riflette sul prezzo della fama e sul senso di perdita di identità che ne consegue («It’s a little bit complicated / When they put an image in your head, and now you’re stuck with it», ammette in Paint By Numbers), si mostra vulnerabile e, dopo aver incitato gli ascoltatori in Aperture, esorta se stesso e mostra, di fondo, una sua reticenza a far entrare, ogni tanto, questa luce («Let the light come in once a while», si dice in Season 2 Weight Loss). L’ultimo brano, Carla’s Song, è la chiusura perfetta di questo cerchio irregolare. Carla è una sua amica che non conosceva una tra le canzoni più belle e famose di tutti i tempi: Bridge Over Troubled Water dei Simon & Garfunkel. Harry la suona per lei durante una festa: «Mi è sembrato di vedere qualcuno scoprire la magia. Quel momento mi ha ricordato che fare musica significa investire in qualcosa e che le canzoni vanno oltre le nostre vite», ha raccontato Styles in un’intervista. Dopo, le ha suonato anche Kathy’s Song, la sua canzone preferita del duo newyorkese famoso negli anni Sessanta/Settanta: da qui, è nata Carla’s Song.
(Ignorance or innocence) Call it what you wanna
You’ve been a baby sleeping upon a candy bar
Till your eyes open on the changing summer light
It’s all waiting there for you.
Forse, il vero grande fraintendimento nel mondo della musica risiede in quell’idea che un artista acclamato non sia uno di noi. I video spezzettati e quasi scioccati sui social, che riprendono Harry Styles mentre corre per le strade di Roma, gira su biciclette a noleggio e fa la fila per entrare nei club di Berlino, sono parte integrante di questa concezione ultraterrena che si ha di una pop star. Styles ha tenuto a ricordarci che non è così. Dunque, gli stessi critici che incolpano il cantante britannico di enigmaticità e di superficialità, perché ha scelto di dire meno, in modo incompleto ma vero, forse sono gli stessi che sentono la necessità che un progetto sia sempre perfetto, ideale. E, allora, ben vengano i prodotti scompigliati e frammentati, se sono come questo.
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