Nel mondo attuale c’è una regione transcontinentale che si allunga dal Medio Oriente, passa per il Caucaso e si protende in Europa orientale, fino ai Balcani. Negli ultimi cento anni è stata segnata da instabilità endemica, proliferazione di conflitti e contese territoriali. Ognuno di questi eventi ha una spiegazione particolare, ma tutti trovano un’origine comune: si tratta di conflitti di successione di un impero caduto.
La caduta di tre imperi
Nel 1914 esistevano, in Europa, tre imperi multietnici: l’Impero Ottomano, quello Austro-Ungarico e quello Russo. Nel 1918 crollarono all’unisono – anche se l’Impero Russo venne ricolmato dall’URSS. Erano strutture di potere che tenevano insieme, spesso con la forza ma comunque in modo funzionante, popolazioni con lingue, religioni e memorie storiche diverse. La loro dissoluzione non produsse un vuoto che si colmò ordinatamente: produsse un vuoto che si riempie ancora oggi.
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Le frontiere tracciate a Versailles e nei trattati successivi ignorarono le unità etniche e tribali preesistenti; le repubbliche sovietiche ereditarono confini disegnati con logiche di controllo, non di coerenza nazionale; i mandati coloniali nel Medio Oriente crearono Stati senza una comunità politica che si riconoscesse in essi. Quello che ne seguì – le guerre arabo-israeliane, le guerre civili in Libano, quelle in Siria, l’espansionismo di Nasser prima e Saddam Hussein poi, i conflitti balcanici, il Nagorno-Karabakh, la dissoluzione della Jugoslavia, la guerra in Ucraina, la Transnistria in Moldavia – non è una serie di crisi indipendenti: è un’onda lunga, ancora in movimento.
Oltre le spiegazioni di superficie
Quel che si nota osservando la storia da una prospettiva di lunga durata è quanto il contesto spaziale e temporale strutturi gli eventi particolari. Non c’è determinismo, poiché ogni fatto e ogni struttura muta continuamente con le scelte delle società e delle classi dirigenti. Ma le regioni, per lungo tempo, restano delimitate nella loro identità di spazi post-imperiali.
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Il vuoto imperiale non è una metafora: è una condizione istituzionale concreta. Quando una struttura di potere capace di mediare tensioni etniche, religiose e territoriali viene meno, ciò che rimane non è uno spazio neutro pronto ad accogliere nuove istituzioni, bensì un campo di forze latenti in cerca di un punto di rottura. I casus belli che la storia registra – un’annessione, una protesta repressa, l’assassinio di un leader – sono detonatori, non cause. La causa è ciò che li precede: il vuoto.
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Quando si guarda al Medio Oriente o ai Balcani o all’Europa Orientale, la tentazione è di vedere l’influenza decisiva di fattori esterni – le grandi potenze, le interferenze straniere, le ideologie importate. Essi contano, ma più che cause sono coincidenze: trovano terreno fertile poiché il terreno era già instabile. Non spiega tutto, ma è la prima considerazione da fare prima che si inizi a spiegare.
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