El Greco: ascesa, oblio e riscoperta di un mito

Visionario, inquieto e a lungo dimenticato, El Greco ha trasformato la pittura in tensione spirituale e vertigine visiva. Solo secoli dopo il mondo avrebbe capito quanto fosse avanti rispetto al suo tempo.
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Immergendosi nella straordinaria collezione d’arte del Prado, uno dei musei più importanti del mondo, anche l’occhio del visitatore più distratto viene catturato da alcune tele realizzate da un pittore noto con l’appellativo di El Greco, riferimento alle origini greche dell’artista.

Caratterizzate da composizioni asimmetriche, figure allungate e colori antinaturalistici, a tratti quasi fluo, le opere di El Greco possono risultare disorientanti per un «non addetto ai lavori», soprattutto se paragonate agli altri capolavori del XVI e XVII secolo.

Giudicato un artista eccentrico dai suoi contemporanei, l’arte di El Greco è stata rivalutata e riscoperta soltanto nella seconda metà del XIX secolo, rendendolo di fatto parte della triade della scuola spagnola accanto ai ben più noti Diego Velázquez e Francisco Goya.

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El Greco, al secolo Doménikos Theotokópoulos, è stato un artista capace di fondere linguaggi e influenze differenti, talvolta antitetiche, distaccandosi da una rappresentazione verosimile della realtà e avvicinandosi alle sperimentazioni manieriste.

Una vita in viaggio

Nato nel 1541 a Creta, allora parte della Repubblica di Venezia, El Greco inizia il proprio apprendistato come pittore di icone bizantine, diventando esponente della florida Scuola cretese. A partire dagli anni Sessanta del Cinquecento intraprende una serie di viaggi che lo portano a entrare in contatto con gli stilemi della pittura occidentale.

Dopo un fondamentale soggiorno a Venezia, dove studia l’arte dei grandi maestri del Rinascimento e del Manierismo veneto, da Tiziano a Tintoretto, si trasferisce a Roma. Qui realizza principalmente pittura devozionale e ritratti, senza ottenere il riconoscimento sperato, anche a causa di un temperamento sanguigno e poco incline ai compromessi, che gli procura una certa ostilità da parte dell’élite intellettuale romana.

Dopo lo scoppio della peste nel 1577 decide di lasciare definitivamente l’Italia per cercare fortuna in Spagna. Sul finire degli anni Settanta soggiorna per un breve periodo a Madrid, dove realizza alcune opere per Filippo II di Spagna destinate alla reggia-monastero dell’Escorial. I dipinti, tuttavia, non vengono particolarmente apprezzati dal sovrano, che li considera inadatti alla devozione religiosa. Naufragato il sogno di diventare pittore di corte, l’artista si trasferisce nella vicina Toledo, capitale religiosa del regno, dove trova finalmente la propria dimensione e una nutrita cerchia di estimatori e committenti. Vi resterà per trentasette anni, fino alla morte avvenuta nel 1614.

Particolarmente apprezzato come ritrattista, El Greco sintetizza abilmente le diverse anime della propria formazione, unendo alla sobrietà della tradizione ritrattistica spagnola dettagli coloristici di derivazione veneta.


El Greco, Ritratto di Jorge Manuel Theotocópuli, 1597-1603, olio su tela, 81×56 cm, Siviglia, Museo di belle arti. Fonte: wikipedia.org Pubblico dominio

Attraverso i ritratti dei cavalieri spagnoli, El Greco codifica un vero e proprio prototipo caratterizzato da mezzi busti su sfondi neutri, abiti scuri che sottolineano l’elevato status sociale e un uso della luce volto a enfatizzare volti e mani, oltre ai pochi attributi simbolici — gioielli, spade, libri o pennelli — utili a delineare la personalità del soggetto ritratto.

Tra le opere più celebri realizzate a Toledo non si può non citare La sepoltura del conte di Orgaz, commissionata dal parroco della Chiesa di San Tomé per celebrare il conte, grande benefattore della cattedrale. La tela mostra pienamente l’eclettismo dello stile di El Greco, con figure in primo piano caratterizzate da un linguaggio più scultoreo e una sezione superiore dominata da elementi distorti e da una gamma cromatica vibrante.

El Greco, La sepoltura del conte di Orgaz, 1586, olio su tela, 480 x 360 cm , Chiesa di San Tomè, Toledo. Fonte: wikipedia.org. Pubblico dominio

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L’incarico più importante e remunerativo arriva nel 1596 dal Collegio dell’Incarnazione di Madrid, per il quale El Greco realizza una pala d’altare di cui fanno parte L’Annunciazione e Il Battesimo di Cristo, oggi esposti al Prado e considerati dalla critica tra i capolavori della maturità dell’artista, oltre che espressione autentica della sua religiosità.

El Greco, Il Battesimo di Cristo, ( parte della pala d’altare del Collegio di Maria d’Aragona) 1997-1600,olio su tela, 350 x 144 cm., Madrid, Museo del Prado. Fonte: Wikipedia. org. Pubblico dominio

Caratterizzate da un insolito sviluppo verticale, figure allungate, squarci luministici suggestivi e cromie irreali e contrastanti, le tele del Prado caricano i soggetti di una straordinaria intensità emotiva, accentuata dalle pennellate vibranti e da un marcato movimento ascensionale.

Oblio e riscoperta

Nonostante il successo ottenuto durante il periodo trascorso a Toledo, alla morte dell’artista nel 1614 l’arte di El Greco cade progressivamente nell’oblio, schiacciata dalla predominanza dello stile barocco che domina il secolo successivo.

Soltanto nell’Ottocento, con il Romanticismo, inizierà una graduale riscoperta dell’artista, di cui vengono lodati l’estro e la libertà creativa.

Data fondamentale nella riscoperta di El Greco è il 1838, quando il re Filippo d’Orléans inaugura al Louvre una galleria dedicata alla pittura spagnola, con ben nove tele dell’artista. Le opere suscitano forte impressione in personalità del calibro di Eugène Delacroix e Théophile Gautier, che lo definisce «geniale e incompreso».

Da quel momento i collezionisti iniziano a interessarsi alla pittura dell’artista, setacciando le chiese di Toledo in cerca di opere che confluiranno poi nei più importanti musei europei, a partire dal Prado, che oggi ospita la maggiore collezione di tele di El Greco.

Il Novecento sarà caratterizzato da una vera e propria «Elgrecomania»: la Spagna si riappropria dell’arte del genio cretese, che diventa punta di diamante della scuola spagnola, mentre numerosi artisti delle Avanguardie ne subiscono l’influenza, a partire da Pablo Picasso.

Quest’ultimo considerava El Greco la quintessenza della pittura spagnola e ne fu profondamente ispirato nella fase giovanile. La critica ha infatti evidenziato diverse affinità cromatiche con il «periodo blu» di Pablo Picasso, caratterizzato da colori lividi e freddi. C’è perfino chi sostiene che Les demoiselles d’Avignon, opera che segna la nascita del Cubismo, non sarebbe esistita senza l’influenza di El Greco, con il quale Pablo Picasso sentiva una vera e propria affinità elettiva.

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https://www.frammentirivista.it/les-demoiselles-avignon-picasso

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Arianna Trombaccia

Romana, classe 1996, ha conseguito la laurea magistrale con lode in Storia dell'arte presso l’Università La Sapienza. Appassionata di scrittura creativa, è stata tre volte finalista al Premio letterario Chiara Giovani. Lettrice onnivora e viaggiatrice irrequieta, la sua esistenza è scandita dai film di Woody Allen, dalle canzoni di Francesco Guccini e dalla ricerca di atmosfere gotiche.

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