Nel 1946, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Agatha Christie diede alle stampe uno dei suoi romanzi più interessanti e meno conosciuti, The Hollow, edito in Italia con il titolo Poirot e la salma. È uno dei suoi lavori degni di nota per due motivi: il primo, l’intreccio giallo che passa in secondo piano rispetto alla minuziosa introspezione psicologica dei personaggi; il secondo, il realismo che viene meno quando entra in scena l’investigatore privato Hercule Poirot, che diventa – addirittura! – una figura scomoda e superflua.
Il tema di fondo della storia, attraversata da torbidi inganni e segreti inconfessabili, è la perdita dell’innocenza: ciascun personaggio è agitato da un’inquietudine interiore provocata dalle preoccupazioni dell’età adulta. Agatha Christie anche in altri suoi romanzi rimanda a elementi del mondo infantile, si pensi ad alcuni titoli che riprendono versi di vecchie filastrocche, come se il vero crimine fosse perdere l’ingenuità tipica della fanciullezza.
«Voglio tornare a casa…»
Uno dei personaggi principali – e vittima della storia – è John Christow. Un uomo affascinante, medico e ricercatore in gamba, e molto amato dai suoi pazienti. Durante l’ultimo giorno di studio, prima di recarsi in vacanza nella casa di campagna degli Angkatell, si lascia trasportare dai pensieri e, tra questi, ne emerge uno con prepotenza: «Voglio tornare a casa…». Sì, ma quale? John Christow ha una vita appagante, che però non lo soddisfa.
Una moglie insignificante e una segretaria insignificante: era quel che voleva, no? […] Chi aveva detto che la vera tragedia della vita è l’ottenere quel che si desidera?
Il dottor Christow ha ottenuto tutto quello che un uomo potrebbe desiderare dalla vita, ma non è felice: vuole tornare a casa. Sì, ma dove?
Nonostante sia sposato da anni, John Christow ha una relazione, non tanto nascosta, con la scultrice Henrietta Savernake, uno dei personaggi più affascinanti dell’intera storia e alter ego della stessa Christie.
Camminava senza vedere quello che accadeva intorno a lei: si sentiva esaurita, malata, depressa.
Anche Henrietta Savernake si presenta al lettore stanca, e la sua afflizione è riflessa nella sua arte, sempre tesa alla ricerca di un equilibrio ideale che nella sua esistenza quotidiana non riesce a raggiungere:
La invase un senso di sconforto: sapeva di dover agire subito, perché altrimenti, domani, non ne avrebbe avuto più il coraggio. Era come se stesse per distruggere una parte di sé. Forse, pensò, anche i gatti provano la stessa cosa quando devono uccidere i loro piccoli. Emise un profondo respiro, poi tuffò le mani nella creta morbida e la strappò via dall’armatura.
La scultrice vive un rapporto conflittuale con il presente, che non sente di vivere pienamente come vorrebbe. Sa che perfino il rapporto che ha con John non è nulla di serio e ciò la sconforta ulteriormente.
Ecco cosa siamo noi Angkatell! Delle eco! Non siamo vivi come lo era John. Vorrei che lo avesse conosciuto, signor Poirot. Siamo ombre rispetto a lui. John era veramente vivo.
Poi c’è Gerda Christow, la moglie succube di John Christow. Una donna «lenta e sciocca», con tali aggettivi viene descritta dall’autrice. Gerda si sente a disagio in mezzo agli altri, che la etichettano come «più timida e impacciata, più lenta, più incline a fingere di non capire quel che le veniva detto». Per questo motivo decide di rinchiudersi nella goffaggine e lentezza tipica dei bambini che non sono ancora pratici del mondo; una specie di “senilità” che spinge quanti le sono intorno a volerla proteggere a tutti i costi.
«Veglierò…