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L’isola come archetipo: Cuba e la costruzione del mito hemingwayano

Articolo della newsletter n. 63 - Luglio/Agosto 2026
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Vi sono luoghi che, attraverso la penna immaginifica di grandi autori, conservano un’area che sovrasta il reale. Per esempio luoghi che, filtrati attraverso le storie di un grande scrittore come Ernest Hemingway – mediante ciò che viene detto ma anche ciò che non viene detto –, smettono di essere coordinate geografiche e diventano paesaggi interiori, arcipelaghi dello spirito. Cuba è uno di questi luoghi.

L’isola caraibica occupa un posto singolare nell’immaginario letterario occidentale del Novecento. Sebbene molti scrittori abbiano vissuto all’Avana o ne abbiano frequentato le coste, questo luogo non è solo presenza biografica ma diviene nel tempo una struttura quasi osmotica nel tessuto della narrativa moderna. Cuba riesce a penetrare nella letteratura con tutta la sua luce abbacinante, il suo odore di salsedine e tabacco, la sua storia di colonia e rivoluzione, e vi resta come un’immagine che diventa presto custodia fondativa.

Ernest Hemingway è forse lo scrittore che ha saputo trasformare quest’isola nel modo più radicale e duraturo. Oltre ad averci abitato per quasi vent’anni nella sua villa La Vigía, sui colli di San Francisco de Paula, egli la incorporò magistralmente nella sua visione del mondo, nella sua poetica, nel suo stile e pertanto nella sua lingua. Il vecchio e il mare (1952), l’opera che lo accompagnò a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1954, è la testimonianza più compiuta di questa trasformazione: un racconto breve in cui Cuba cessa di essere un’isola e diventa un universo – nonostante la narrazione si svolga quasi esclusivamente in mare.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò.

Cuba nell’immaginario letterario occidentale: una breve ricognizione

Ma cos’era quest’isola, questo approdo prima di Ernest Hemingway? Quale eredità di immagini e significati raccoglie e rielabora lo scrittore?

Cuba fa il suo ingresso nella narrativa anglosassone in modo quasi inevitabile: l’isola è, per secoli, oggetto di proiezione esotica, territorio del desiderio e dell’avventura per il viaggiatore europeo e nordamericano. Una sorta di locus mirabilium. La sua posizione geografica – soglia tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, frontiera tra l’Atlantico e i Caraibi – la rende naturalmente un luogo di passaggio e di trasformazione, uno spazio liminale in cui le identità si mescolano e si mettono alla prova.

Nel corso del Novecento questa immagine esotica si complica – o forse si arricchisce. Cuba diventa anche il luogo della contraddizione politica e sociale, dell’utopia rivoluzionaria, di una malinconia sottaciuta dal rimpianto. E se pensiamo all’etimologia della parola nostalgia non è difficile immaginarlo – da nóstos (νόστος

Ester Franzin

Lettrice incallita, amante della letteratura e della lingua italiana in tutte le sue declinazioni. Classe 1989, è nata in un paesino della Pianura Padana. Si è laureata in Storia dell’Arte a Venezia e poi si è trasferita a Rimini, nel cuore della Romagna. Ha frequentato la scuola Holden di Torino e pubblicato il suo primo romanzo «Il bagno di mezzanotte».

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