A proposito di voli pindarici: per un buon uso di “astratto” e “concreto”

Noi tutti pensiamo che “astratto” e “concreto” siano, in qualche modo, sinonimi di “cattivo” e “buono”; che parlare astrattamente significhi farlo in maniera nebulosa, eterea, lontana dalla realtà, e che parlare concretamente, invece, implichi una presa più forte e muscolosa sulla realtà stessa. Forse abbiamo ragione, forse no.

Avere le idee chiare

C’è da dire che l’uso comune del linguaggio non aiuta nel chiarificarci le idee intorno a concetti più o meno complessi. Lo aveva capito Ludwig Wittgenstein, che, per questo, credeva che il fine della filosofia fosse proprio “disambiguare“, e rendere più perspicua la lingua che ci fa credere nell’esistenza di cose che non sono cose, come la cosa essenza, la cosa essere, la cosa metafisica. E così via. Lo stesso vale per i concetti di astratto e concreto.

astratto

Questo tavolo qui

Ci si pensi. Quando diciamo che qualcosa è concreto, sembriamo sostenere il suo essere tangibile, o, addirittura, visibile: questo tavolo qui, che sento ora con le mie mani, è ciò che di più concreto possa esserci. D’altro canto, astratta sarebbe, ad esempio, l’idea che ho del tavolo, il suo essere partorito nel pensiero: quando penso il tavolo, allora abito il perimetro dell’astratto.

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Problema n.1

In tutto ciò c’è un piccolo problema. A dire che il tavolo che ho qui davanti è più concreto rispetto al tavolo che mi riesce di pensare, si rischia di non dire proprio niente. Cosa significa, infatti, “qui”? e cosa significa “tavolo”? e cosa significa “davanti”? Tali riferimenti restano vuoti se non colmati dall’indicazione di chi li proferisce. Noi, cioè, dobbiamo indicare ciò a cui ci riferiamo, altrimenti il mio qui, è il più astratto dei concetti, perché, potenzialmente, valido per ogni dove. Certamente è un qui il qui di questo tavolo, ma è un qui anche la tastiera che ora utilizziamo per battere questo articolo, è un qui la sedia dove siamo seduti, e così via, all’infinito.

Problema n.2

Problema n.2: possiamo noi, davvero, dire “questo tavolo”, nelle sue singolarità, nelle sue particolarità infime, oppure ogni qualvolta noi si dice “tavolo”, in realtà, si nomina un concetto valido universalmente? Lo diceva Aristotele: non si dà scienza del particolare. Voi, cioè, non potete utilizzare una parola che designi univocamente la cosa che vorreste designare. O meglio, potete farlo, ma la parola non basta: dovete allungare il dito ed indicare, insieme alla parola “tavolo”, il tavolo che avete davanti agli occhi. Provate a pensarci, e vedrete che Georg Wilhelm Friedrich Hegel (dal quale abbiamo, banalizzando, tratto questi argomenti) aveva ragione. Il paradosso sta proprio qui: pensavamo di parlare del concreto (“questo tavolo qui”), e invece nominiamo l’astratto (il tavolo in generale).

astratto

Un ladro ruba una mela

Forsa la cosa è più chiara con un altro esempio, anche questo tratto dal buon Hegel. Prendete un ladro, qualcuno che abbia rubato, mettiamo, una mela dal fruttivendolo, e che tale ladro abiti in un paese in cui rubare mele comporti una pena gravissima. Ora, la fotografia della situazione, comunemente parlando, sembrerebbe il suo risvolto concreto, il fatto in sé. Ma veniamo a scoprire che il ladro ha rubato perché affamato, e che la mela l’avrebbe condivisa con, magari, il cane che si porta dietro, col quale vagabonda dopo essere stato ingiustamente licenziato poco tempo prima e messo alla sbando da una condizione economica disastrosa. Il ladro è diventato ladro solo per via di un male estremo. Ciò non toglie certo la gravità dell’azione, ma rende più concreto il prospetto che abbiamo del furto. Giudicarlo solo in base alla, come l’abbiamo chiamata, fotografia della situazione (“un uomo che ha rubato una mela”) è, paradossalmente, più astratto rispetto al farlo considerando l’intera serie degli eventi che l’hanno portato a rubare quella mela.

Questo è solo un esempio, e non pretendiamo con ciò di legittimare furti o azioni illegali. Vogliamo solo ammonirvi dal pensare che avere un punto di vista concreto sulle cose sia sempre sinonimo di un punto di vista valevole, mentre un punto di vista astratto comporti delle mancanze. Spesso non è così, perché spesso è la veduta ampia, la veduta che accoglie in sé il più gran numero di casi possibili (il tavolo in generale, l’uomo che ruba perché affamato) a darvi ragione della realtà, permettendovi un giudizio lucido su di essa. Il nostro Hegel diceva che «il vero è l’intero», ossia che solo considerando le cose dall’alto, senza tralasciare alcun caso particolare – e non ostinandoci su essi – solo così, otteniamo qualcosa che, molto molto cautamente, possiamo chiamare verità. Che non sia il caso di far di nuovo nostra questa lezione?




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