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Alberto Arbasino, «Fratelli d’Italia» e il beat all’italiana

Nel 1957 la pubblicazione negli Usa di On the road di Jack Kerouac dava il via alla cosiddetta beat generation, un movimento eterogeneo e sfaccettato che ha cambiato radicalmente il volto della cultura americana, inaugurando nuove forme artistiche, in special modo letterarie e poetiche. Nel 1963, cinque anni prima del famoso maggio parigino, dello scoppio delle proteste studentesche e delle rivolte operaie, veniva invece dato alle stampe nel nostro paese Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino (acquista), un libro innovativo, fresco, audace, apparso come una meteora inaspettata nel panorama letterario del secondo Novecento italiano, in cui a fatica si tentava di superare le secche di un neorealismo stantio e oramai brutta copia di sé stesso.

Quello di Alberto Arbasino è un beat all’italiana, che non ha certamente nidificato con la stessa fertilità del già citato Kerouac, di Ginsberg o di Borroughs, dando vita ad una scuola o ad una cerchia di epigoni e proseliti, ma che ha avuto il merito di condizionare verso un rinnovato sperimentalismo il romanzo italiano degli anni Sessanta e Settanta, incrociando tangenzialmente i suoi passi con quelli della neoavanguardia del Gruppo 63. La scrittura di Arbasino è beat nel senso più tecnico del termine, il suo fraseggio possiede uno specifico “sound”, la sua prosa una qualità sonora impareggiabile. Arbasino ha la capacità di restituire al flusso sterminato e ininterrotto del parlato che Fratelli d’Italia cattura e registra piena aderenza mimetica, cercando di raggiungere verbalmente la massima prossimità all’esperienza fisica e mentale, tanto che le parole, le discussioni, i dialoghi sembrano depositarsi sulle sue pagine senza nessuna apparente rielaborazione autoriale.

Se Kerouac cercava, nell’elaborazione di un ritmo prosastico sostenuto ma cadenzato, di perseguire un’essenzialità “zen”, Arbasino invece, accogliendo in pieno l’eredità del maestro Carlo Emilio Gadda, procede per accumulazione, pastiche e ibridazioni stilistiche, sovrapponendo i linguaggi ed esplorandoli verticalmente ed orizzontalmente, sempre però consapevole dello scarto letterario, della maniera e del supremo artificio della parola.

Promotore della celebre “gita a Chiasso”, antidoto potenziale al provincialismo culturale nostrano, Alberto Arbasino inaugura una narrazione stratificata, ricca di ammiccamenti, rimandi, citazioni, riferimenti letterari e artistici, mai ostentati perché pienamente sedimentati nel suo enciclopedico background culturale, che rappresenta a tutti gli effetti uno dei primi e più raffinati esempi italiani di postmodernismo (se non addirittura di post-postmodernismo).

La prosa di Fratelli d’Italia, in cui la leggerezza apparente è attraversata segretamente da punte di lirismo quasi tragico, che esplodono poi nel finale improvviso e lancinante, si sviluppa infatti attraverso continui scatti, ellissi, aporie, accelerazioni, citazionismi, escamotage finissimi, e, in barba ai tecnicismi critici della narratologia e del formalismo, sembra non raccontare nulla, né fabula né intreccio. Le interminabili digressioni scarnificano una trama già pressoché inesistente, legata con un filo sottile a qualche nome ripetuto più spesso, ai numerosi viaggi in macchina e al resoconto di alcuni festival musicali, ingrossando però gli argini del racconto parallelo, che fluisce via come un unico infinito dialogo, in cui il narratore più che parlare tende ad ascoltare e a registrare con puntigliosità estrema le numerose voci che si susseguono.

Ne vien fuori un metaromanzo, che a volte diventa addirittura teoria del romanzo, ma anche un romanzo-conversazione, filosofico, comico, picaresco, frammentario e divagante, continuamente percorso da spinte centrifughe, in cui la commistione furiosa e perpetua di alto e basso configura per larghi tratti dell’opera una messinscena teatrale fatta solamente di discorsi diretti sconfinati e confusi, nel segno di una estesa gamma di espedienti narrativi e linguistici abili a sintetizzare espressione ed esperienza in stile e in forma, inglobando in sé e poi rimpastando senza soluzione di continuità cultura, storia, società, arte, letteratura, cinema.

Con un temperamento a suo modo sociologico, Arbasino tratteggia con scioltezza ed eleganza, stando molto attento a non scadere mai nel superficiale e nel frivolo, la mutazione antropologica a cui gli italiani vanno incontro a cavallo del boom economico, senza pietismi o sensazionalismi d’alcuna sorta ma anzi armato di uno snobismo pungente che non risparmia nessuno, raffigurando la pochezza e grettezza intellettuale della piccola e media borghesia, antichi retaggi del ventennio fascista, e allo stesso tempo componendo l’epitaffio di una società tardoaristocratica al suo canto del cigno, arroccata strenuamente intorno ai propri sterili riti, cerimoniali e salottini.

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Sebbene nella scrittura di Alberto Arbasino sia la levitas, che si esplicita soprattutto nel costante, plurimo chiacchiericcio colto e disimpegnato, a farla da padrone, viene a galla rapsodicamente in Fratelli d’Italia anche una certa vocazione di denuncia, capace di conferire al romanzo un’ulteriore patina di attualità, contro l’allora nascente sistema editoriale “neocapitalistico”, già caratterizzato dalla rincorsa ai bestseller stagionali, dalla ricerca del profitto sicuro, dall’industrializzazione della letteratura, obbligata a conformarsi, a livello contenutistico e formale, a standard precisi e preimpostati, più appetibili sul mercato. In filigrana emerge altresì il disprezzo per gli intrighi e i sotterfugi della casta letteraria ed accademica italiana, per le ripicche e le vendette di un ambiente chiuso, asfittico e parassitario, votato ieri come oggi ad una logica di favoritismi, calcoli e poteri occulti che ne mina il rigore professionale, la serietà di giudizio e l’indipendenza critica.

Arbasino, scrittore della superficie, dei colori, della luce, confeziona con Fratelli d’Italia, libro che continuerà a rivedere, riscrivere ed accrescere sino alla versione definitiva del 1993, non solo un romanzo-fiume barocco, ironico, sagace, vanesio, cosmopolita, fatto di viaggi e infatuazioni, corse in automobili, ville da vedere e scoprire, spettacoli a cui assistere, locali da riempire e abbandonare in fretta, ma anche e soprattutto un’opera beat, unica, aperta, multiforme, incompiuta e interminabile proprio come la vita e la lingua che dovrebbe raccontarla.

Niccolò Amelii


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Redazione
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