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Se Almodóvar avesse diretto
“Brokeback Mountain”

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Un nuovo I segreti di Brokeback Mountain al femminile: questa è la falsa notizia che ha recentemente destato scalpore sui social network. I remake al femminile, piuttosto comuni ultimamente, dividono il pubblico tra gli affezionati che non sopportano storpiature dei loro film preferiti e chi invece apprezza un nuovo approccio, ovviamente se ben fatto. In questa occasione però, oltre al cambio di sesso dei due cowboy, a far parlare sono stati i due nomi annunciati per un film che  non verrà mai realizzato: Emma Watson e Margot Robbie.

Se quindi non possiamo vedere due delle attrici più apprezzate del momento nei panni di due cowgirl travolte dalla passione, possiamo però immaginare una versione altrettanto curiosa che, purtroppo, non guarderemo mai, ma di cui abbiamo molto più materiale per alimentare la fantasia. Pedro Almodóvar infatti ha parlato recentemente di quella che sarebbe stata la sua versione di Brokeback Mountain se avesse accettato il ruolo di regista.

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Fotogramma dal film “I segreti di Brokeback Mountain”

Prima di Ang Lee, il lavoro fu infatti offerto al collega spagnolo, noto per le sue pellicole in cui non si rinuncia mai a un tocco di erotismo. Almodóvar rifiutò perché poco incline a lavorare per l’industria hollywoodiana: «Dopo aver molto riflettuto sull’eventualità, ho deciso di tirarmi indietro perché avevo paura di perdere la mia libertà ad Hollywood e di non poter realizzare il film come avrei voluto effettivamente».

In alcune delle interviste successive, si percepiscono però le note di un pentimento: «Mi hanno offerto Brokeback Mountain, ma ho avuto molti dubbi. Ripensandoci, non so se ho fatto un errore o no a rifiutare. Mi hanno promesso totale libertà artistica e sul final cut, ma era una storia talmente fisica – non solo perché i personaggi vanno a letto insieme – che lo si doveva mostrare. Penso che Ang Lee si sia spinto il più in là possibile e mi piace molto la sua versione. Però l’ho sempre immaginata diversa e non penso sarei stato in grado di farlo come volevo. Non mi avrebbero mai lasciato».

Con Almodóvar alla regia, l’adattamento dell’opera di Annie Proulx (1997) – un racconto di poche pagine e grande intensità – non sarebbe di certo stato lo stesso. La storia è nota: due giovani cowboy, Ennis del Mar  (Heath Ledger) e Jack Twist (Jake Gyllenhaal), trascorrono un’intera estate su di una montagna del Wyoming per tenere d’occhio il bestiame. Qui sono sorpresi da una passione nuova, sconosciuta, che li contrappone alla mentalità chiusa e alle paure degli anni Sessanta in un contesto agricolo.

Il film di Ang Lee però, come sottolineato da Almodóvar, punta poco sull’aspetto carnale. L’omosessualità maschile nella sua intimità è di certo un tabù maggiore rispetto a quella femminile; di conseguenza, per arrivare a un pubblico ampio senza sconvolgerlo è (purtroppo) necessario contenersi. Il regista, pur avendo creato uno dei film più influenti su questo tema complesso, ha quindi celato parzialmente uno degli aspetti chiave del racconto, che comunque è apparso a molti ugualmente esplicito nella sua versione cinematografica: basti pensare alla censura della RAI nel 2008, quando in prima serata venne passato un Brokeback Mountain molto più casto.

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Almodóvar è uno dei registi più abili nel mostrare scene d’amore tanto dirette quanto poetiche, mai volgari ma incredibilmente reali, belle da vedere nei loro ritmi studiati e nella cura del dettaglio, dei colori, delle luci, dei corpi che si intrecciano. Per lui, Brokeback Mountain avrebbe dovuto essere più selvaggio, così da fondere il contesto naturale in cui i due cowboy vivono con il loro amore, altrettanto naturale e istintivo. «Più sesso, più sesso. E non è gratuito. La Proulx parla di una relazione fisica, di un rapporto animale, quindi il sesso è necessario, è il corpo della storia» ha spiegato il regista spagnolo. «Ho sempre avuto questa immagine in testa: questi due ragazzi iniziano a fare l’amore come gli animali di cui si stanno prendendo cura. […] è come un modo per sopravvivere sulle montagne».

E Almodóvar ha ragione nel voler cogliere un lato del racconto solo parzialmente accennato da Ang Lee. La scrittrice Annie Proulx infatti non si pone limiti e in poche righe riassume il rapporto tra i due senza mezzi termini:

«Cristo, finiscila di smartellare e vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza», disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull’uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l’aiuto dei fluidi suoi e di un po’ di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni. Se la fecero in silenzio salvo per qualche ansito e il soffocato «sto partendo» di Jack, poi fuori, giù, a dormire. Ennis si svegliò nel rosso dell’alba con i calzoni attorno alle ginocchia, un mal di testa da non vederci e Jack a ridosso della sua schiena; senza bisogno di dir niente, entrambi sapevano come sarebbe andata per il resto dell’estate, e al diavolo le pecore.

Come poi andò. Non parlarono mai della cosa, lasciavano che accadesse, dapprima solo nella tenda di notte, poi in pieno giorno con il sole caldo che picchiava, e la sera nel bagliore del fuoco: spiccia, rude, con risate e grugniti, i rumori non mancavano, ma senza mai farne mezza parola salvo una volta che Ennis disse: «Mica sono un finocchio» e Jack subito: «Neanch’io. Mai capitato prima. Riguarda solo noi».

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Fotogramma dal film “I segreti di Brokeback Mountain”

Almodóvar è inoltre un esperto nel portare sul grande schermo i tormenti dell’essere diversi. La sua filmografia è costellata da personaggi omosessuali, transessuali, bisessuali, tutto ciò che implica un orientamento sessuale o di genere non standard. Il regista spagnolo ne mostra i conflitti interiori senza prendersi eccessivamente sul serio, creando a volte delle piccole caricature che strappano un sorriso senza mai sfociare nella derisione. Il Brokeback Mountain di Almodóvar si sarebbe basato quindi su degli stereotipi con una base di realtà, proponendoli, smontandoli o approcciandoli da un punto di vista nuovo, così da far riflettere il grande pubblico senza però dare una visione limitata del tema.

Non manca poi nella filmografia del regista una buona dose di personaggi dalla mentalità ottusa che comprendono a fatica le diverse sfaccettature della sfera sessuale. Da questo punto di vista, la chiesa gioca un ruolo chiave, criticata dal regista per la corruzione che nasconde dietro a un finto perbenismo. Almodóvar non avrebbe avuto quindi difficoltà nel ricreare il contesto sociale in cui i due personaggi vivono, quella società che li divide e fa dire loro «Mica sono un finocchio».

Senza nulla togliere alla pellicola di Ang Lee, Brokeback Mountain sembra un racconto creato appositamente per il genio di Almodóvar, per la sua creatività senza pudore, semplice, realistica, per il suo amare chiunque sia diverso mostrandone tanto le stravaganze quanto le normalità. Un film che non vedremo mai, ma che è piacevole anche solo immaginare.

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.

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