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Amelia Rosselli e la vita persa

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Amelia Rosselli nasce a Parigi il 28 marzo 1930 da madre francese e padre italiano (Carlo Rosselli, antifascista e aderente al Socialismo Liberale). Fin dall’infanzia, la piccola “Melina” (così era chiamata in casa) si trova a dover soffrire per una madre pressoché assente, dedita unicamente al primogenito, la quale non aveva lasciato ai figli nulla se non una grande confusione a livello linguistico, per il miscuglio parlato in casa. La morte è un tema fondamentale per la comprensione della poetessa, che nel 1937 perde il padre e lo zio Nello in un’imboscata organizzata dalle squadre fasciste; è questo un evento che inciderà sul resto della sua vita e che riuscirà a metabolizzare solamente in età adulta. Racconta, in un’intervista:

Fu mia madre a farcelo sapere che era stato assassinato e ha chiamato mio fratello minore e me in camera sua. Stava molto male di cuore credo già da molto e ci ha semplicemente chiesto se sapevamo cosa voleva dire la parola ‘assassinio’. E abbiamo risposto di sì. E credo io avevo sette anni e mio fratello Andrea sei. Poi mi ricordo con le vestagliette siamo tornati in camera. Poi non ricordo niente.

Amelia Rosselli compie studi all’estero, ma a causa della sua indole fragile, curiosa ma incostante, che preoccupa da subito i suoi familiari, non sarà assidua nella frequenza e nell’impegno. A diciotto anni viene internata per la prima volta in una clinica psichiatrica, in seguito a un flirt con un giovane; un rapporto con un sentore particolare, quasi elettivo tanto da sostenere che ella fosse Goethe e “Melina” Beethoven – qui arriviamo al secondo tema rosselliano: l’amore.

Da quest’età in poi, alternerà periodi lucidi ed estremamente proficui per i suoi studi, che non si limitano solo alla letteratura ma comprendono anche la matematica e la musica, a periodi di profonda depressione, in cui il suicidio è solo il pensiero conclusivo di tanta solitudine tra le mura degli ospedali e le sedute di elettroshock.

Amica stretta di molti intellettuali, tra cui Pier Paolo Pasolini, Rocco Scotellaro, Carlo Levi e Mario Tobino (gli ultimi due sono stati anche suoi amanti), la Rosselli si batte sin da subito per la pubblicazione e il riconoscimento della sua produzione letteraria. Variazioni belliche è il primo volume, ed esce nel 1964, edito da Garzanti: promosso dallo stesso Pasolini, incontra tuttavia qualche difficoltà, che Elio Vittorini identifica nella «duttilità o anarchia linguistica (parole “fuse, inventate o storpiate, o arcaizzanti)». Per questo motivo, la poetessa preparerà dei “glossarietti” che poi diverranno un allegato utile e nominato Spazi metrici. Da qui, la battaglia continua per le edizioni dei suoi lavori: ricordiamo, tra le altre, Serie ospedaliera (1969), Documento (1976) e Impromptu (1981).

A partire dai suoi “diverbi letterari” è possibile delineare tutta la poetica rosselliana, definita da Edoardo Sanguineti “neoavanguardista”.

Amelia Rosselli

«Che belli papaveri che sono. Spiritualizzano / l’erba, che ne sgratta i formaggi. […] Poi ti senti soprassedere: le hanno levate tutte / le mammelle alle gigantesse!».

Amelia è una donna – dato non trascurabile – che si ritrova immersa in una società e in un mondo che non le corrispondono. Le sue parole preferite sono colorate, amorose, ma conosce l’immensa importanza del lavoro del poeta, al quale non può sottrarsi; decide quindi di applicare i suoi studi matematici e musicali (importante è la collaborazione con Carmelo Bene per le musiche dello Spettacolo-concerto Majakovskij, 1962) non solo alla sua scrittura, ma, più profondamente, la applica alla sua psiche creando un’arte del Marionettismo in grado di far emergere le sue complessità e i tormenti.

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Come scrive Giuseppe Biagi, «gli spazi metrici praticati da Rosselli aderiscono alla forma stessa della sostanza psichica» – vale a dire che il lettore deve essere conscio di trovarsi davanti a una poesia priva di coordinate, piena di voci con diversi timbri che non sempre riescono ad essere un coro. Il suo è uno sperimentare involontario, ma non alla cieca; gli eventi che gravitano attorno a lei tirano giù, nel regno dei morti, i suoi versi, che sembrano essere nati da grammatiche aliene, deliranti, composte da lapsus furenti. Da questo Ade, Amelia Rosselli riemerge ogni volta e si presenta al lettore come un piccolo superstite; ti prende per mano con una presa salda, perentoria che ti obbliga ad utilizzare tutti e cinque i sensi per giungere alla comprensione, finalmente, del suo lamento eterno in più lingue. E’ un controllo e un abbandono esercitato sul lettore.

«Losò io, donnaenonuomo / che tu regi fuori del tuo / ambito e perciò non posso, / non posso: pensarti bene, / come se la macchina ti / pensasse bene: albicocco / in funivia».

La strage di Piazza Fontana del 1969 e gli attentati tra Milano e Roma fanno scoppiare la sua “grande crisi”: allucinazioni uditive, che interpreta come prove dell’attività spionistica della CIA ai suoi danni. La poetessa comincia a serrarsi in casa, a chiamare amici e amiche disperata, a cambiare frequentemente abitazione incolpando di volta in volta i vicini di casa, i passanti e addirittura gli uccellini che si posavano la mattina sul suo balcone. Solo i volumi pubblicati la tengono ancora in contatto col mondo esterno, e la sua poesia diventa un’enorme estroflessione dell’apparato fonatorio in cerca di amicizie ben più grandi di lei che le diano “sicurezza paterna”.

Arriviamo all’11 febbraio 1996. Scrive Il Corriere della Sera:

Alcuni vicini l’avevano vista aggirarsi sul ballatoio del vecchio palazzo di via del Corallo: qualcuno le aveva gridato di stare calma e di tornarsene nel suo appartamento. E lei, raccontano altri condomini, si era ritirata docilmente. Era rientrata e si era attaccata al telefono per parlare con Giacinta Del Gallo di Roccagiovine, l’amica che ha tentato invano di dissuaderla. Ma è mancato il tempo necessario perché quando la Del Gallo è salita al quinto piano non c’ era più niente da fare. La porta di casa era spalancata e in cucina c’era una sedia appoggiata al davanzale della finestra. Il corpo della poetessa Amelia Rosselli era già in fondo alla chiostrina interna: era finito lì dopo aver sfiorato la cima di un albero.

Dopo la sua morte, molti critici, o anche semplici lettori, hanno iniziato ad interessarsi alla vita e al prodotto di Amelia Rosselli; così delicata e romantica da sembrare un «albicocco in funivia», come forse lei definiva se stessa in uno dei suoi tanti componimenti.

Quel che lei ci ha lasciato è tanta vita, di quella che provoca emorragie interne. Non qualcosa di condiviso, ma qualcosa di cui la stessa poetessa si è privata, in modo da poterlo affidare al futuro che c’era e che lei non riusciva a percepire. E quando si vede qualcuno in libreria prendere in mano la sua Opera poetica, verrebbe la tentazione di avvicinarsi allo sconosciuto e dire: “Ti prego di maneggiarlo con cautela. Ha ossa fragili, ma non difettose”.

Miriam Di Veroli

 


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Miriam Di Veroli

Classe 1996, studia Lettere moderne all'Università degli Studi di Milano.

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