La bulimia erotica di Nobuyoshi Araki

Per comprendere, o almeno presentare, la figura e l’influenza di Nobuyoshi Araki bisognerebbe tornare indietro al 1952, anno in cui sottrasse una Baby Pearl 3×4 al padre, appassionato di fotografia, per immortalare i risultati di una gita scolastica – e di un amore inconfessato nei confronti della sua compagna di classe.  Questa è l’origine di tutto, ma non ricordatelo all’artista – «Non mi chiedete più queste cazzate. È così noioso» chiosava nell’ormai lontano 2008 contro Vice (qui). Oggi, Nobuyoshi Araki ha 79 anni, più di 400 libri pubblicati, collaborazioni con riviste del calibro di Vogue, DazedThe New York Times Magazine, Playboy, e una fama che lo precede in tutto il mondo – eccezione fatta per l’Italia, e i motivi si sciorinano da soli. 

Nobuyoshi Araki

Soggetto dell’occhio dell’artista giapponese è l’eros; un eros soggettivo e non oggettivo, dove il fotografo diventa parte della scena e non semplice osservatore: in poche parole, un’ombra nello scatto, più o meno evidente. Quel che è più evidente e, anzi, viene ripercorsa come una costante, o un filo di Arianna, è l’aggressività erotica dei corpi, delle linee, che vengono rese dalla monocromia e dallo studio dei negativi. Grazie alla resa in analogico («Non mi piace essere fotografato con le macchine fotografiche digitali, soprattutto quelle buone. Sono troppo buone. Mi sembra non abbiano quel che è davvero importante, emozione e sensualità. Queste cose nel digitale si perdono, e prima che te ne renda conto ti ci sei abituato. Non parlo di ombre o sfumature, o cose del genere. Mi sembra un po’ che la fotografia digitale porti via l’ombra della persona che scatta la foto. Per questo non uso macchine fotografiche digitali») ciò che emerge è però qualcosa che va oltre la furia dei sensi, qualcosa che dagli organi di senso arriva a toccare una tenerezza inaspettata, e per questo spiazzante: una donna in abito tradizionale giapponese che sfida l’obiettivo con occhio vitreo e gambe ben aperte; cosce in primo piano, un fiore al posto della vulva sorretta da corde. Non l’abbiamo mai conosciuta, ne siamo certi, eppure potremmo leggerle dentro. 

«(Per cogliere al meglio i soggetti) Bisogna farci sesso! Sul serio, un po’ ti aiuta se lo fai. Voglio dire, se cerchi una connessione con loro e le tocchi. La gente di questi tempi sottovaluta l’importanza dell’atto del toccare. Tutti cercano di mantenere le distanze. Non entrano in contatto con la città, con le donne, non le toccano neanche con gli occhi». 

Insomma, il sesso si fa parte di una quotidianità che non rifiuta ma anzi sembra inglobare una sfera di fragilità, inattendibilità attendibile dal momento che a denunciarla non è altro che un occhio umano. Due volti diversi ma compenetranti nella stessa realtà, come lo stesso Araki che, dopo essere comparso come soggetto in numerosi scatti accanto alle sue modelle, pubblica un proprio autoritratto con indosso la vestaglia rosa della moglie Yōko, scomparsa poco tempo prima, e una gigantografia in bianco e nero del volto di lei, stretta tra le mani.

Per me, scattare fotografie è come tenere un diario. 

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Miriam Di Veroli

Classe 1996, studia Lettere moderne all'Università degli Studi di Milano.
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