La mostra Mario Mafai e Antonietta Raphaël. Un’altra forma di amore — conclusa il 2 novembre a Villa Torlonia tra i giardini storici e le sale dei Musei della Capitale — è stata un’esposizione densa di opere, documenti e testimonianze che ha restituito al pubblico la complessità di due protagonisti della cultura del Novecento spesso poco ricordati. L’iniziativa, promossa in occasione dei cinquant’anni dalla scomparsa di Antonietta Raphaël e dei sessanta dalla morte di Mario Mafai, si è presentata come molto più di una retrospettiva coniugale: attraverso un percorso articolato, fatto di scultura, pittura, epistolari e memorie familiari, la mostra ha contribuito alla diffusione e alla riscoperta dell’opera di Antonietta Raphaël, restituendole il posto che le spetta nel panorama artistico europeo del XX secolo. Una figura complessa e cosmopolita, segnata da una biografia tormentata, che ha saputo fare dell’arte un campo di esplorazione identitaria, intellettuale e profondamente femminile.
Una vita in movimento: radici e formazione di Antonietta Raphaël
Nata a Kaunas, in Lituania, nel 1895, Antonietta Raphaël è l’ultima figlia del rabbino Simon e di Chaya Horowitz. Dalla documentazione biografica emergono incertezze anagrafiche e onomastiche: l’anno di nascita è difficilmente identificabile, mentre il nome d’infanzia, Nicomola, suggerisce una probabile derivazione dall’ebraico Nechamà, ovvero “consolazione”.
Intorno al 1905 si trasferisce a Londra con la madre, raggiungendo i fratelli. Qui vive gli anni giovanili tra povertà e aspirazioni artistiche: insegna solfeggio, lavora come ricamatrice e si diploma in pianoforte alla Royal Academy nel 1915. L’East End londinese, allora crocevia di intellettuali e artisti, accoglie la sua inquietudine: tra i suoi primi contatti figurano Solomon Asch, Isaac Rosenberg, Ossip Zadkine e Jacob Epstein.
Nel 1924, alla morte della madre, Antonietta Raphaël intraprende un viaggio attraverso l’Europa che la conduce infine a Roma. Qui, frequentando la Scuola Libera del Nudo all’Accademia di Belle Arti, incontra Mario Mafai. Da questa unione nasceranno tre figlie e un sodalizio artistico e umano che attraverserà decenni di storia.
L’esordio pubblico avviene nel 1929, con una veduta della terrazza della casa-studio in via Cavour, presentata alla Prima Sindacale. Sempre nello stesso anno, partecipa alla collettiva Otto pittrici e scultrici romane alla Camerata degli Artisti. Nel 1930, a Parigi, inizia ad avvicinarsi alla scultura, disciplina che abbraccerà in modo più maturo e autodidatta, tra viaggi, studi e influenze francesi.
Amore e arte: l’intreccio con Mario Mafai
Il legame con Mario Mafai costituisce una delle cifre interpretative centrali dell’opera di Antonietta. I due artisti, pur mantenendo linguaggi espressivi distinti, condivisero per lungo tempo un’esistenza fatta di collaborazione, stimoli reciproci e tensioni creative.
Negli anni Venti, in via Cavour, nascono le opere che definiranno il nucleo espressivo della cosiddetta Scuola romana. Mafai diviene rapidamente un riferimento imprescindibile per l’ambiente culturale, autore di cicli pittorici fondamentali come Fiori secchi, Le demolizioni e Fantasie. Antonietta, invece, deve affrontare una duplice marginalizzazione: quella di artista donna e quella di ebrea, condizione che si farà drammaticamente concreta con l’introduzione delle leggi razziali del 1938.
Costretta all’esilio interno, Raphaël si rifugia prima a Forte dei Marmi, poi a Genova, sostenuta da amici e collezionisti come Emilio Jesi e Alberto Della Ragione. In quegli anni d’isolamento nascono alcune tra le sue sculture più significative: opere che parlano di maternità, dolore e memoria, attraversate da un’intensità formale e simbolica straordinaria.
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La “Scuola di via Cavour” e un’eredità comune
La definizione Scuola di via Cavour, coniata da Roberto Longhi, identifica il sodalizio artistico e spirituale tra Antonietta Raphaël, Mario Mafai e Gino Bonichi detto Scipione. Questo breve ma fecondo periodo (1925–1933) segna una svolta nel linguaggio pittorico romano, con l’affermazione di un espressionismo lirico e drammatico, attento ai temi della realtà urbana, della memoria e del mito.
La casa-studio dei Mafai divenne un punto di riferimento per artisti e poeti come Francesco Di Cocco, Marino Mazzacurati, Giuseppe Ungaretti e Leonardo Sinisgalli. Qui si respirava un clima intellettuale fertile e sovversivo, alimentato dalla vitalità anarchica di Antonietta, dalla vena barocca di Scipione e dalla sensibilità malinconica di Mafai.
L’eredità di quegli anni, anche se circoscritta cronologicamente, è incisa nel tessuto stesso dell’arte italiana del XX secolo.
Poliedricità artistica: scultura e musica come dimensioni di una stessa ricerca
Antonietta Raphaël si distingue non solo come scultrice di rara intensità e originalità, ma anche come musicista appassionata, capace di intrecciare nelle sue opere un dialogo profondo tra le arti. Diplomata in pianoforte alla Royal Academy di Londra, la sua formazione musicale accompagna costantemente la sua ricerca artistica, influenzandone sensibilità e ritmo espressivo. La scelta di dedicarsi alla scultura, maturata a Parigi agli inizi degli anni Trenta, rappresenta un ulteriore passo verso la definizione di una poetica che unisce solidità volumetrica e tensione interiore, ispirata ai grandi maestri francesi come Émile-Antoine Bourdelle e Aristide Maillol. Autodidatta in larga parte, Antonietta Raphaël sperimenta materiali diversi — dal gesso al cemento, dal bronzo al legno — introducendo il colore nelle sue opere, un’innovazione che sottolinea la vitalità e l’intensità espressiva della sua produzione.
La scultura per Antonietta diventa un mezzo di indagine profonda sul femminile, la maternità e il mito, temi ricorrenti e originali nel panorama artistico dell’epoca, in cui si riflettono le sue radici culturali e le esperienze di vita. Le sue figure, che spesso traggono ispirazione da soggetti biblici e mitologici, esprimono una tensione emotiva e una forza vitale che sfidano le convenzioni e le difficoltà del suo tempo, a cominciare dagli anni di guerra e dell’esilio. Il lavoro di fusione in bronzo e la rielaborazione in pietra di molte opere segnano un percorso di maturazione che culmina negli anni Cinquanta e Sessanta, quando finalmente il clima culturale italiano si apre alla presenza femminile nelle arti plastiche.
Parallelamente, la musica permea la sua vita familiare e artistica: nelle serate di esilio a Genova, durante lo Shabbat, Antonietta Raphaël suona il pianoforte mentre le figlie leggono, creando un clima di intimità e resistenza. Il legame con la musica si riflette anche nella pittura di Mario Mafai, che spesso ritrae momenti musicali della famiglia, come nella celebre Lezione di piano (1934). La figlia Giulia ricorda:
In tanti anni rare volte l’ho sentita suonare qualche pezzo intero godendo di ciò che eseguiva: anche la musica era una lotta con sé stessa per continuare a lottare, per non cedere, alla ricerca di perfezionismo o quello che lei riteneva tale, difficile da raggiungere, quasi punitivo. Alle volte suonavano insieme lei e papà; ed era bellissimo, momenti rari.
Questa doppia dimensione artistica, tra scultura e musica, rivela la complessità di una figura poliedrica che, pur attraversando momenti di difficoltà e isolamento, non ha mai rinunciato a esprimere la propria passione e a trasformare ogni esperienza in un atto creativo, originale e profondamente umano.
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