«Atypical», arriva la seconda stagione della serie Netflix sulla sindrome di Asperger

Atypical, serie televisiva statunitense prodotta da Netflix, giunge quest’anno alla seconda stagione, confermando le prime buone impressione e spingendo in là gli orizzonti narrativi. 

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Tornano Sam e la sindrome di Asperger, ma, soprattutto, torna la sua affascinante realtà famigliare, sociale e scolastica.

Lì dove non bastano poche ore

Poter osservare di episodio in episodio la quotidianità di una situazione complessa come quella causata dalla Sindrome di Asperger, disturbo pervasivo dello sviluppo imparentato con l’autismo, era riuscito nella prima stagione a confermare una certa superiorità della narrazione seriale nel mostrare la quotidianità di una condizione in continuo divenire.

Non dover opprimere il racconto in poche ore permette infatti di rendere al pubblico il ripetersi di situazioni fuori dall’ordinario, senza mai comunque normalizzare la complessità e, pericolo maggiore, spingere sulla banalità.

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Torniamo dunque in questa rinnovata stagione di Atypical, forte di una longevità che passa da otto a dieci episodi, riprendendo confidenza con la quotidianità di questa famiglia che toglie il velo della semplificazione, mostrando non solo la condizione autistica, ma anche ciò che, giustamente, continua ad esistere ed evolvere in chi la segue.

La storia di Sam prosegue così con la sua famiglia in un racconto iniziatico che segue il loro, e mai solo “il suo”, evolversi nelle piccole cose. Le sfide centrali appaiono infatti quelle facilmente riconoscibili da chiunque, in un ventaglio di eventi che va dal primo bacio alle difficoltà matrimoniali, e in cui la sindrome di cui è affetto Sam sembra quasi lo strumento grazie a cui siamo invitati a concentrarci con maggior attenzione sulle battaglie di tutti i giorni.

Dramedy, tra commedia e dramma

Il racconto solista si conferma così corale, spingendo su una polifonia di eventi che incrociano il giusto quantitativo di dramma e commedia. L’equilibrio è infatti uno dei massimi pregi di questa dramedy, sempre pronta a sostenere una buona dose di sentimentalismo con personaggi secondari costruiti con il preciso fine di stemperare la narrazione.

Tra questi spiccano Zahid, migliore amico e consigliere di fiducia, e Paige, amante perfezionista, capaci di sostenere teatrini divertenti e mai totalmente secondari, utili tanto per l’evoluzione di Sam quanto nel nostro percorso nella storia.

Il passaggio da otto a dieci puntate giova così anche a questi piacevoli contorni, pregevoli soprattutto nei momenti in cui abbandonano il secondo piano per raccontare qualcosa di sé, sempre tenendo ben delineata quell’equilibrio specificatamente Dramedy.

Pinguini, il mondo per immagini

Atypical torna ad avanzare per immagini prontamente spiegate dalla narrazione fuori campo di Sam, ed è qui che a volte la seconda stagione traballa in un eccessiva volontà di rendere tutto chiaro e comprensibile.

La perfetta metafora dei pinguini, animali di cui Sam si serve per creare un termine di paragone con il mondo gelido e complesso in cui vive, veste infatti bene quasi ogni puntata, seppur mantenendo quasi sempre una forte impronta didascalica.

Atypical

Si nominano virtù e se ne mostra l’esempio, si definiscono morali e se ne pongono in scena simboli, in un modo tautologico di avanzare che potrebbe, soprattutto nella probabile terza stagione, far cadere le ben espresse possibilità della narrazione seriale in una seria ripetizione narrativa.

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Tolto questo però la regia di Atypical rimane salda e delicata sino all’ultimo episodio, continuando a lavorare su ritratti di primi e primissimi piani e, di conseguenza, occupandosi costantemente di un efficace alternarsi del singolo e del gruppo in una riflessione sulla famiglia e le forme della società.

Una famiglia non tanto atypical

A questo si aggiungere una specifica scelta fotografica che fa da costante specchio dei pensieri di Sam, in cui il mondo freddo e azzurro si scioglie sotto il caldo focolare del soggiorno di casa.

Un tepore aranciato in cui sostiamo anche noi, spettatori di una famiglia alle prese con la propria (difficile) quotidianità.

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore. Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.