Avengers: Infinity war, summa estetica dell’epica moderna

Era il primo maggio 2008 quando nelle sale Italiane uscì Iron Man, l’inizio di un inaspettato progetto cinematografico che con questo Avengers: Infinity war compie dieci anni e giunge al proprio apice narrativo. Al di là delle considerazioni che ci apprestiamo a fare riguardo quest’ultima mastodontica pellicola, non si può che notare con piacere quanto il decimo anniversario porti la conferma di quella qualità narrativa e realizzativa in cui pochi, dieci anni fa, avrebbero scommesso. Dunque sedetevi, mettetevi comodi e preparatevi ad una guerra senza precedenti.

Casus belli 

Facili erano i tempi in cui le trame partivano dall’annotazione dei pochi protagonisti di una storia. Un mondo sicuramente più veloce di quello che questo Infinity War, con i suoi quasi trenta supereroi in campo,  realizza in ben due ore e mezza di film. Ciò che conta sapere però, al di là dei singoli nomi degli ormai noti eroi coinvolti nell’ennesima, seppur non così scontata, invasione aliena, è che Thanos, la minaccia di turno, non è esattamente il primo cattivone della porta accanto. Ciò che già sapevamo, e che un paio di spiegoni iniziali confermano, è che ogni singolo film sino ad ora realizzato, e così ogni singolo nemico sino ad ora sconfitto, altro non era che una piccola parte di una serie di bricioline sparse da Thanos nell’universo. Giunto però all’esasperazione dall’inettitudine dei propri sicari, il Titano, interpretato da Josh Brolin, decide di entrare in azione, iniziando così la ricerca delle gemme dell’infinito da lui non ancora possedute. Queste, già apparse in diverse forme lungo gli ultimi dieci anni, altro non sono che antichissimi artefatti nati con l’universo. Divise per ambiti di potenza (gemma dell’anima, della mente e così via), possono essere riunite in un’unica arma, il guanto dell’infinito; la più potente arma dell’universo. Da qui l’inizio di una corsa al cardiopalma, con Avengers, divisi dopo gli ultimi eventi, disposti a morire pur di difendere l’universo dal pericoloso guanto, e Thanos pronto a distruggere qualunque pianeta si ponga tra sé e il suo obiettivo. Insomma, la più antica delle storie epiche trova il campo di battaglia in una porzione di spazio mai così ampia, capace di muoversi con destrezza tra una galassia e l’altra conducendo lo spettatore nella summa estetica di una leggenda moderna.

Come gestire molti eroi? Concentrandosi sul loro nemico

Padroneggiare l’intera evoluzione narrativa di ogni singolo personaggio presentato negli ultimi dieci anni di Marvel Cinematic Universe richiederebbe forse una delle tanto ambite e potenti gemme dell’infinito, ma per poter parlare in maniera completa ed esaustiva di quest’ultimo mastodontico film bisognerebbe invece impugnare proprio l’intero guanto di Thanos.

È infatti l’immensità delle due ore e mezza di film proposte ad affascinare lo spettatore appassionato, quanto quello meno avvezzo; lasciandolo in balia di eventi e personaggi che si incastrano tra loro senza soffrire e riuscendo a ritagliarsi un momento epico ciascuno nei pochi spazi concessi da una storia così densa. Ci muoviamo quindi a spirale verso una nebulosa di eroi il cui benvenuto in sala, caloroso come il saluto ad un amico, conferma il grande sodalizio tra questa narrazione ed il suo pubblico. Risultato di un duro lavoro compiuto sull’immaginario collettivo, qui pienamente rispettato oltre ogni aspettativa.

L’inconcepibile numero di eroi in gioco e la conseguente impossibilità di far avanzare realmente le relazioni tra loro, già comunque sufficientemente scandagliate negli ultimi dieci anni, porta però ad un naturale e quanto mai apprezzato spostamento dell’attenzione su Thanos; nemico, ed indiscusso protagonista. È forse questa la novità più interessante introdotta nel nuovo film-evento, permessa sia da una scrittura del personaggio non circoscritta ad un semplicistico background, che dall’interpretazione di Josh Brolin, capace di spiccare sul deserto recitativo dei colleghi (salvo apprezzate eccezioni).

 Thanos, tra gratitudine e follia

Le ragioni del gigantesco Titano blu si scontrano inoltre con un particolare e fragile tema della nostra modernità: la sovrappopolazione. Normalmente discusso in pochi e sbrigativi film di fantascienza, lo riscopriamo qui sotto una lente che ingrandisce il problema portando ad una scala universale. Ciò che sembra disturbare Thanos è infatti la presenza di un esagerato numero di esseri viventi nell’universo, i quali, se non dimezzati, porterebbero alla fine del necessario equilibrio naturale. Follia, diremmo noi, gratitudine, la ribattezza lui. Non il semplice “porre fine al mondo” dunque, ma una più ampia visione di cosa sia giusto per il futuro dell’universo, in cui la già citata modernità del dibattito porta ad un’immedesimazione, seppur magari per porsi in un contraddittorio assente nel film sul piano dialogico, con il nemico, ancor più che con l’eroe.

fonte: digitalspy.com

La scomparsa del geocentrismo

Riguardo i propri eroi, il film si muove ammaliando con continui spostamenti dell’azione di questi in luoghi inaspettati. I singoli archi narrativi dei personaggi si completano così in ambienti nuovi ed inizialmente poco ospitali, che obbligano l’eroe a porsi di fronte la propria finitezza e a realizzare la necessità di questa come trait d’union. Improvvisamente non è tanto l’esistenza dell’eroe, quanto la sua messa in movimento in particolari luoghi dell’universo posti in scena con un’altalenante, seppur sempre emozionante, estetica. Lo scompaginamento della centralità della terra destabilizza, ma apre finalmente le finestre di un genere che necessitava di una ventata d’aria fresca sino ad ora permessa solo dai Guardiani della galassia. Personaggi da cui si torna qui ad attingere i luoghi, la comicità e lo charme, senza mai però rubarne la scena e confermandone così il posto sul trono dei più caratteristici protagonisti sino ad ora presentati.

Avengers: Infinity war è un film che riempie lo schermo e il cuore, rispettando le aspettative dei più fedeli appassionati quanto gli occhi dei semplici curiosi. La scrittura, parte probabilmente più complessa in un film con così tanti centri, si rivela straordinariamente equilibrata, trasformando quello che per molti sarebbe dovuto essere un mosaico mal incollato, nell’esplicazione delle attuali possibilità di un’epica moderna. La leggenda torna dunque a far sognare, lasciando senza parole in un finale fuori dal tracciato, la cui bellezza sarebbe potuta essere sottoscritta se solo questo fosse stato il saluto finale di un grande show, ma purtroppo, o per fortuna, lo sappiamo: la storia è, anche dopo dieci anni dal suo primo passo, solo all’inizio, e dunque non ci resta che sperare che da qui si possa continuare a salire verso altre vette di questo vasto universo.

 

 

Alessandro Cavaggioni
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