Venezia76. «The Burnt Orange Heresy», Mick Jagger chiude il Festival

Anche la 76^ edizione del Festival del Cinema di Venezia giunge al proprio epilogo. Prima però che le premiazioni seducano le attenzioni del pubblico e della stampa, un ultimo film è chiamato a chiudere la Kermesse, sancendone il termine e ricordando che è solo un arrivederci.

Non un ruolo semplice dunque, superbamente sostenuto nell’edizione precedente da Driven, di Nick Hamm, e capitato quest’anno all’italiano Giuseppe Capotondi e al suo film con (co)protagonista Mick Jagger: The Burnt Orange Heresy.

L’arte contemporanea e l’ambiguità dell’uomo

Da che nel Novecento l’arte ha perso regole e canoni, l’incertezza nel gusto e nello sguardo non ha potuto far altro che dilagare. Una tela bianca, una scatola, una stanza vuota. Opere? Arte? La questione è annosa ed ormai stantia, superata dalla conferma di questo modello aleatorio, polarizzante dei giudizi, vantaggioso per la critica. E difatti The Power of critic è proprio il titolo del libro scritto da James Figueras (Claes Bang), protagonista di questo thriller e abilissimo affabulatore. Tutta la sua vita gira attorno alla convinzione che non esista gesto oratorio incapace di render vera una delle infinite interpretazioni concesse da una tela bianca. Ogni cosa è così passibile di ricostruzione interpretativa, tutto è una cornice (vuota) e niente e il suo contrario è vero.

«Se l’arte trattasse di verità potrebbero farla tutti» , afferma con un’arroganza che di certo stereotipa la critica e il suo vuoto, ma che identifica Figueras e la sua ideologia. A tentare di sfaldare quest’esegesi dell’incertezza, la quale è dopotutto nient’altro che una nobilitazione della menzogna, giunge però una donna, un’americana misteriosa su cui ogni storia può essere dipinta. Berenice (Elizabeth Debicki), così sostiene chiamarsi, e l’insieme confuso di segreti che sembrano avvolgerla seducono Figueras sino a portarlo ad invitare la ragazza sul lago di Como, luogo in cui il critico sarà ospite di un importante collezionista interpretato dalla rockstar Mick Jagger.

Sino a questo punto il film allude a numerosi sviluppi possibili, affascinando per tutto ciò che concerne la riflessione sull’arte ed il legame di questa con la vita dei suoi protagonisti. Quando però si avvia un intreccio ben più complesso e pretenzioso si perde il filo ed il gusto del racconto, trovandosi senza alcun preavviso in un thriller moderno tra i più canonici, guidato da un’instabilità che volendo giocare con l’arte contemporanea non ne diventa esponente.

The Burnt Orange Heresy

Un deludente tentativo di trasfigurazione

L’opera di Capotondi sembra voler trasmigrare dall’avvincente questione artistica al più prevedibile tra i thriller mantenendo alcuni strati di quel gioco ironico sull’arte contemporaneo. Ciò che però si percepisce è un prodotto molto meno profondo, forse troppo pretenzioso nei suoi auspici da deludere lungo il percorso. Una figura come quella del collezionista, splendida per l’interpretazione misurata di un Mick Jagger imprevedibilmente adeguato alla parte, è ad esempio uno di quegli elementi che sembrano in un primo momento arricchire il racconto. Con la sua scomparsa, e l’attenzione per una messa in scena piegata alla tensione, si perde però anche quel carattere di parallelismo tra arte e uomo, sottratto dal contesto per una più semplice resa interpretativa. Ironia e provocazione dunque vengono meno, e la dovizia psicologica con cui Figueras era stato accennato arriva a spiegarsi nella semplicistica figura di una disfunzionalità pregressa. Sembrava l’arte a maledirlo, sembrava la vacuità a punirlo, ma in realtà è il (solito) desiderio e la (solita) bramosia a entrare nel centro della scena e a riempire il film di canovacci già adoperati.

The Burnt Orange Heresy

Una nuova Berenice

Sembra misterioso, sembra intrigante, ma il peso teorico di questo film è equiparabile al valore del mistero di Berenice. Tanto stuzzicante quanto ininfluente. Forse manca il coraggio di non intraprendere vie dal coinvolgimento facile, ossia quelle strade battute da thriller il cui contesto è sempre secondario all’omicidio trattato. Un morto in una stanza avrà dopotutto sempre più attenzione dell’arredo, il quale però sembrava in questo The Burnt Orange Heresy davvero promettente.

Tutto e il contrario di tutto

Il cast è infatti abile nel primo atto a farsi tela bianca su cui lo spettatore facilmente riesce a fantasticare. I quesiti si sommano, le provocazioni anche, e giunti al Lago di Como si scopre una villa che appare teatro perfetto per lo sviluppo di elucubrazioni fino a quel punto accennate. Ci si sposta però nei terreni della prevedibilità ed addirittura la sceneggiatura sembra polarizzarsi tra un’alternanza di ripetizioni mascherate in perifrasi ed un insospettabile abbassamento di registro. L’inganno giunge già pronto nel secondo atto e tutto ciò che si scrive giallo psicologico, si legge come impasto di tematiche pronte alla lettura. C’è dunque la post-verità, la bramosia, il sacrificio (letterale) della coppia in favore della carriera e, ovviamente, l’arte come specchio della vacuità moderna. C’è tutto, ma, come ci insegna Figueras, c’è anche il suo contrario.

Capotondi risalta certamente nella regia di The Burnt Orange Heresy. Misurata, attenta. Inizia con un carrello, passa davanti uno specchio e da qui ci presenta il protagonista. Non è didascalico in tutto ciò, predilige gli oggetti, e così continua la riflessione sull’arte (che oggetto è). Eppure non basta, e un po’ come l’attenzione dopo la scomparsa di Mick Jagger, anche l’interesse cala e si rimane in balia di schemi di tensione incapaci di affondare in quella carne viva che era il primo atto.

Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore.
Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.
Alessandro Cavaggioni
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