In queste settimane è tornata al centro dell’attenzione la vicenda che riguarda Migrant Child, il graffito di Banksy (artista britannico dall’identità ancora sconosciuta) comparso nel maggio 2019 a Venezia. Nel gennaio 2025, quando il palazzo è stato liberato dai rifiuti accumulati al suo interno e sono iniziati i lavori, avevamo già documentato lo stato critico del murale e la questione dell’esposizione costante all’acqua alta e alla salsedine, che ne ha accelerato il deterioramento.
Realizzato su un edificio per anni abbandonato nel sestiere Dorsoduro, raffigura un bambino con un giubbotto salvagente e un razzo segnaletico rosa acceso. Un’immagine semplice, ma potente: simbolo di un messaggio sociale urgente.
Street art e restauro
La svolta è arrivata lo scorso gennaio con l’acquisto dell’edificio da parte di Banca Ifis, che ha avviato un progetto di riqualificazione affidato allo studio Zaha Hadid Architects. Già allora era stata espressa l’intenzione di rimuovere l’opera: un’operazione particolarmente delicata, che si è concretizzata nella notte tra il 23 e il 24 luglio 2025. Così Migrant Child è stato rimosso tramite il distacco dell’intonaco originale, trasportato via barca in una cassa d’acciaio da otto tonnellate e infine trasferito in laboratorio per il restauro conservativo.
Naturalmente, l’intervento ha suscitato reazioni contrastanti. Da una parte, c’è chi supporta la scelta, in quanto si tratta di un’opera con un messaggio così potente che merita di essere tutelata. Dall’altra, non sono mancate le critiche, poichè l’essenza della street art risiede proprio nella sua precarietà. È un’arte che nasce per vivere nel presente e poi scomparire, non per essere conservata in una galleria. Si tratta, in fondo, di un dibattito non nuovo. Negli ultimi anni, sempre più opere di street artist sono finite nei musei, alimentando interrogativi sul confine tra tutela e snaturamento.

Il progetto di recupero va però oltre l’opera. L’ex edificio abbandonato sarà trasformato in un centro culturale aperto alla città, con mostre temporanee, eventi e uno spazio dedicato alla promozione di giovani artisti. Resta incerta, tuttavia, la modalità con cui Migrant Child, una volta restaurata, tornerà visibile al pubblico.
È difficile stabilire se sia giusto o sbagliato conservare un’opera nata per essere effimera: restaurarla significa sicuramente proteggerne il messaggio, ma anche sottrarla alla logica ribelle della street art. Un atto di cura, forse, ma anche di appropriazione.
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