Black Panther, superpolitico con superproblemi

Nei dieci anni appena compiuti dai Marvel Cinematic Universe sarebbe dovuto accadere di tutto. Le calzemaglie dovevano stancare, il canone supereroistico doveva diventare banale ed infine l’immenso progetto doveva crollare su stesso sotto gli scroscianti applausi dei suoi detrattori. Ma niente di tutto questo appare essere alle porte. Anzi, più il progetto avanza più pare ovvio come sia l’intelligenza adattiva degli studios a tenere alto il lignaccio di un genere che con Black Panther conferma quest’oggi la sua qualità.

La cosmogonia del Wakanda

Il film ha inizio con uno splendido spiegone sulle origini del luogo al centro di questa storia: il Wakanda. La suggestiva cosmogonia dell’immaginaria Eldorado nel cuore dell’africa vede infatti nell’antico impatto con un meteorite carico di un potente materiale metallico il proprio arkè, accentrando fin da subito non solo la straordinarietà di quest’oasi nascosta, ma anche la secondarietà dell’eroe rispetto alla tradizione del suo popolo. Leggenda vuole infatti che l’impatto donò particolari caratteristiche al terreno circostante, dando così inizio all’aurea storia dei wakandiani; guidati da Re il cui ruolo è sempre stato quello di celare, nascondere e proteggere, anche con l’ausilio dei magici poteri della Pantera Nera. I luoghi e la fotografia rivestono così la funzione narrativa più esaustiva dell’intera pellicola, narrando tra tramonti, balli e canti, la realtà urbana più interessante mai proposta dagli Studios. Siamo lontani infatti dalle vertiginose e soffocanti fotografie di una New York sempre protagonista, scoprendo la meraviglia di orizzonti lontani, in cui lo sviluppo tecnologico Wakandiano, avanti anni luce rispetto al mondo circostante, incontra l’amore per una natura costantemente rispettata. Ed è proprio quest’atmosfera, sostenuta dalla musica pop-tribale di Kendrik Lamar, che plasma la storia, guidando e non accerchiando, narrando attraverso un’idea di mondo, ancor prima che attraverso l’eroe.

“Superpolitici con super problemi”

Facile appare intuire come la storia del singolo, del supereroe, di Black Panther, sia quindi un ingrediente molto piccolo in un calderone che lascia bollire una realtà che riesce sin da subito a catturare l’attenzione. Ma è proprio attraverso questo piccolo ingrediente che vengono filtrate le tematiche più scottanti, poiché politiche, dell’intera narrazione. Ancor prima che una storia di eroi, Black Panther, è infatti una storia di potere e decisioni politiche; in cui si immagina cosa sarebbe accaduto ad un’Africa priva di colonialismo, ma soprattutto si ragiona sul ruolo delle potenze mondiali, della tecnologia e della politica, rispetto alle popolazione prive di ogni mezzo. Così, tra una rincorsa e l’altra, una scazzottata ed un volo, ci troviamo davanti ad un vero e proprio dibattito politico, in cui le fazioni del Wakanda si dividono tra protezionisti e libertari, invitando all’ovvia applicazione della metafora al mondo intero, senza però mai semplificare, o banalizzare, riflessioni che sfruttano il racconto per mostrare le complessità di tali riflessioni.

Black Panther è il cinecomics meno supereroistico che il Marvel Cinematic Universe abbia mai consegnato al suo pubblico. Il canone dell’eroe funambolo tra i problemi della propria vita e l’identità segreta scompare, lasciando spazio alla riflessione politica, in cui i poteri e ciò che ne riguarda rivestono un ruolo marginale ed irrisorio. Perché in fondo è una storia di Re e politica, oltre che di lutto e tradizione, fortemente incentrata sullo specchiare l’Occidente ricco e tecnologico in una popolazione altrettanto agiata ma africana, proponendo una riflessione dura, e senza sconti, che si interroga sul ruolo umanitario di chi possiede, ma pensa solo a proteggere.

Ideologico, certo, ma al punto giusto; sufficientemente da consegnare il messaggio, abbastanza da mostrarne le problematicità.

 

Alessandro Cavaggioni
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