L’artista è in burnout: come il mercato e i social hanno trasformato l’arte in una catena di montaggio

Dalla Pop Art ai social, la pressione del mercato ha reso la produzione artistica sempre più rapida e seriale.
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Se chiedete a un artista emergente sotto i trentacinque anni come sta, raramente vi risponderà parlando della sua ultima intuizione poetica. Più probabilmente vi racconterà di essere in ritardo con le consegne per una fiera a Basilea, di doversi sbrigare a chiudere tre tele per una collettiva a Seul e di non pubblicare un Reel su Instagram da tre giorni, con il terrore viscerale che l’algoritmo lo separi per sempre dalla vista dei collezionisti.

L’immagine romantica del pittore o della scultrice che attende l’ispirazione nello studio, lasciando sedimentare un’idea per mesi o anni, appartiene a un secolo ormai lontano. Oggi la produzione artistica assomiglia sempre di più ai ritmi della fast fashion, dove il valore non si misura sulla profondità della ricerca, ma sulla frequenza d’uscita del prodotto.

La lezione capovolta della Pop Art e della «Factory»

Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna tornare agli anni Sessanta, quando la Pop Art ha cambiato per sempre il DNA del concetto stesso di opera d’arte. Quando Andy Warhol aprì la sua celebre Factory a New York, la scelta del nome non fu casuale: era la dichiarazione esplicita che l’artista non era più un demiurgo isolato, ma il direttore di uno stabilimento produttivo. Con la tecnica della serigrafia industriale, Warhol iniziò a sfornare dozzine di tele quasi identiche con i barattoli di zuppa Campbell o i volti di Marilyn Monroe, trasformando la ripetizione seriale del consumo americano nell’estetica stessa della sua epoca.

La Factory di Andy Warhol negli anni ’60. Fonte: New York Daily News / NY Daily News via Getty Images

Tuttavia, c’era una differenza fondamentale. Quella della Pop Art era un’operazione concettuale, un’ironica e spietata parodia della società dei consumi e della riproducibilità tecnica. Warhol usava il meccanismo della catena di montaggio per criticarlo e svelarlo.

Oggi, quel meccanismo non è più una provocazione estetica, ma la norma sistemica a cui tutti gli artisti devono sottostare per non essere espulsi dal mercato. Ciò che negli anni ’60 era una riflessione sul consumismo è diventato, sessant’anni dopo, la condanna quotidiana di chi fa arte.

Dal dipinto al «content»: la dittatura della presenza

A rendere insostenibile la vita nello studio è stata la sovrapposizione tra i calendari del mercato globale – fatto di fiere biennali, aste e mostre mercato a ciclo continuo – e l’ansia da presenza sui social media.

I galleristi non cercano più percorsi di ricerca imprevedibili, ma chiedono un marchio o un soggetto immediatamente riconoscibile. Se una serie di quadri color pastello con soggetti semi-figurativi vende bene a una fiera, l’artista viene spinto a produrne altre venti identiche entro il trimestre successivo, imprigionandosi da solo nel ruolo di replicante del proprio successo.

A questa pressione commerciale si somma l’algoritmo di piattaforme come Instagram e TikTok. I social media non premiano la densità del pensiero o la lentezza dell’esecuzione, ma la costante produzione di «contenuti». L’artista si ritrova costretto a fare il social media manager di se stesso: deve mostrare il «dietro le quinte», registrare video durante la stesura del colore, condividere dettagli della propria vita privata per mantenere vivo l’interesse dei collezionisti e degli art advisor. In questo ingranaggio, la sperimentazione e il margine d’errore diventano lussi economicamente insostenibili. Sbagliare un’opera significa sprecare tempo prezioso, mentre prendersi un mese di pausa equivale a sparire del tutto dai radar della bolla.

La mercificazione della sofferenza e la fine della ricerca

La vera beffa di questo sistema è che la sofferenza psicologica accumulata dagli artisti viene poi riassorbita e commercializzata dal mercato stesso. Il burnout, l’ansia prestazionale, l’esaurimento nervoso e la precarietà emotiva diventano i temi preferiti delle mostre di tendenza nelle gallerie di Milano, Londra o Parigi. Si assiste così a un corto circuito grottesco: il sistema pretende una produzione vorace e spietata che porta al blocco creativo, impone un marchio stilistico rigido che impedisce qualsiasi evoluzione, e al contempo esige dall’artista narrazioni vulnerabili e intime, trasformando il suo stesso malessere in un bene di consumo ed espositivo.

Questa ossessione per l’iper-produttività sta prosciugando il panorama contemporaneo, riempiendo gallerie e depositi di opere concettualmente deboli, nate solo per funzionare nello spazio di uno scatto fotografico e destinate a un rapido oblio.

Finché il valore di un artista continuerà a essere misurato sulla quantità di opere sfornate ogni anno e non sulla densità delle sue idee, continueremo ad avere un’arte esausta, prodotta da persone esauste, per un pubblico distratto. E la domanda più provocatoria da fare a un artista durante la sua prossima inaugurazione non sarà «a cosa stai lavorando?», ma semplicemente «quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato?».

Antonia Cattozzo

Appassionata di qualsiasi forma d'arte deve ancora trovare il suo posto nel mondo, nel frattempo scrive per riordinare i pensieri e comunicare quello che ciò che ha intorno le suscita.

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