«Come potrò dire a mia madre che ho paura?»: il vero significato de “Il cantico dei drogati”

Dalla poesia «Eroina» di Riccardo Mannerini alla dipendenza dall’alcol di De André: un brano sulla paura, sulla fragilità e sulla perdita dell’identità.
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Pubblicato nel 1968 all’interno dell’album Tutti morimmo a stento, Il cantico dei drogati è una delle opere più intense e dolorose di Fabrizio De André. Più che una semplice canzone sulla tossicodipendenza, il brano rappresenta una riflessione universale sulla fragilità dell’essere umano e sulla lenta perdita dell’identità provocata da ogni forma di dipendenza.

In pochi minuti, De André riesce a trasformare la storia di un uomo in un poema sulla paura, sulla colpa e sull’alienazione. Inserito nel contesto del Sessantotto, il brano rappresenta anche uno dei primi esempi, nella canzone italiana, di un approccio profondamente empatico al tema della droga, fino ad allora affrontato soprattutto attraverso il moralismo.

La poesia Eroina

Per comprendere davvero il significato de Il cantico dei drogati bisogna partire dall’opera che lo contiene. Tutti morimmo a stento è uno dei dischi più ambiziosi della produzione di De André: un concept album incentrato sul concetto della morte, intesa in maniera universale e non soltanto biologica.

Come spiegò lo stesso autore, l’album racconta soprattutto le diverse forme di morte morale che possono colpire l’essere umano durante la vita. I personaggi descritti nelle canzoni non sono realmente morti ma, pur essendo biologicamente vivi, lo sono interiormente, perché hanno perduto qualcosa di fondamentale: la voglia di vivere, la libertà o la dignità.

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In questo contesto si inserisce Il cantico dei drogati. Il testo nasce dalla collaborazione con Riccardo Mannerini, poeta genovese e grande amico di De André. Mannerini aveva conosciuto direttamente il mondo dell’eroina e ne aveva raccontato gli effetti nella poesia Eroina, dalla quale De André riprende numerose immagini e, soprattutto, il celebre incipit:

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Questa frase è probabilmente il verso più importante della canzone, perché rende la madre il simbolo di un’infanzia perduta. Chi dipende dalla droga si scopre incapace di affrontare il mondo, fragile come un bambino: avrebbe bisogno di protezione, ma nessuno può più proteggerlo, nemmeno la madre.

De André riprende la poesia e la rielabora profondamente, ampliandone il significato fino a trasformarla in una riflessione sulla dipendenza in generale, non soltanto dall’eroina, intesa come condizione esistenziale.

L’autobiografia nascosta

Uno degli aspetti più affascinanti del brano riguarda il suo carattere autobiografico. Fabrizio De André non fu dipendente da sostanze come l’eroina, ma ebbe un rapporto di dipendenza dall’alcol. Lo stesso cantautore raccontò che la scrittura de Il cantico dei drogati aveva avuto per lui una funzione quasi terapeutica.

In un’intervista a Roberto Cappelli, De André spiegò:

Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall’alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all’alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima.

È una confessione importante, perché mostra come la canzone smetta di essere il ritratto di un altro e, come spesso accade nei brani di Faber, diventi un autoritratto nel quale l’esperienza particolare dell’autore assume un significato universale.

Questo spiega anche l’intensità emotiva del brano, che suona come una confessione fragile e autentica. Del resto, il titolo costituisce già una chiave interpretativa importante e richiama un tratto tipico della scrittura del cantautore genovese.

La parola «cantico» rimanda inevitabilmente alla tradizione religiosa: evoca il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi, ma richiama anche i grandi canti biblici. È una scelta tutt’altro che casuale: nei testi sacri il cantico è una forma di lode, mentre qui diventa una confessione.

Non si cerca Dio come salvatore — nell’incipit De André dice di averlo «licenziato» — e non si celebra una divinità o un elemento della natura, ma si racconta il disagio di una vita dominata dalla droga.

Forse è proprio la droga il dio che viene celebrato: come una divinità, determina la vita e la morte, scandisce i momenti della quotidianità e decide la sorte di chi ne dipende. È una vera e propria religione.

Il cantico dei drogati: il cantico della paura

Uno degli aspetti più sorprendenti del brano è l’assenza di qualsiasi giudizio morale. Negli anni Sessanta la tossicodipendenza veniva raccontata quasi esclusivamente come una forma di devianza o di colpa. De André sceglie invece, anche perché sta parlando di sé, la strada dell’ironia tragica e della comprensione.

Il tossicodipendente non viene descritto come un esempio negativo, bensì come un uomo profondamente spaventato, fragile e incapace di liberarsi dalla propria sofferenza. È la stessa attenzione che De André ha sempre rivolto agli «ultimi»: gli emarginati e le figure relegate ai margini della società, come ladri, prostitute e drogati.

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Per questo, il centro del brano, più che la droga in sé, sembra essere la paura. La sostanza non viene quasi mai raccontata in modo diretto o realistico. Sappiamo dal titolo della poesia di Mannerini che si tratta dell’eroina, ma nella canzone non viene mai nominata.

A De André non interessano gli aspetti cronachistici della tossicodipendenza, bensì le trasformazioni interiori che essa provoca. La paura, vera protagonista, si manifesta in forme diverse, proprio come la morte nel resto dell’album. Sono molte, infatti, le paure del protagonista: il domani, l’astinenza, il dolore fisico, la solitudine e il giudizio degli altri.

Quando scadrà l'affitto
Di questo corpo idiota
Allora avrò il mio premio
Come una buona nota

Mi citeran di monito
A chi crede sia bello
Giocherellare a palla
Con il proprio cervello.

Fin dal simbolo della madre come innocenza perduta, ma anche arrivando al concetto di corpo. L’individuo non sente più il proprio corpo come una dimora stabile, bensì come un luogo precario, «in affitto», in quanto potrebbe essere espulso da esso in qualsiasi momento. È un’immagine di straordinaria modernità, che anticipa riflessioni psicologiche oggi molto diffuse sul rapporto tra dipendenza e perdita dell’identità. Chi vive una forma di dipendenza sperimenta spesso una frattura tra la propria volontà e il proprio corpo, che sembra rispondere esclusivamente al bisogno della sostanza.

A più di mezzo secolo dalla sua pubblicazione, il brano conserva un’attualità disarmante. Le sostanze sono cambiate, le dipendenze sono aumentate: oggi si parla di dipendenza da alcol, da psicofarmaci, dal gioco d’azzardo, dai social network o dalla tecnologia, ma il problema resta identico: cosa diventiamo quando cerchiamo sollievo e libertà in qualcosa che finisce però per renderci schiavi e impauriti? Il cantico dei drogati supera il proprio tempo perché pone ancora questa domanda in maniera poetica e universale.

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Immagine in copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.

Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità"

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