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La vera storia di Caterina Sforza, la Tigre di Forlì

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Descritta come una donna colta, astuta, raffinata e combattiva, distintasi fin da giovanissima per le azioni coraggiose e temerarie, la vita di Caterina Sforza fu senza alcun dubbio degna di essere annoverate fra quella delle donne più importanti della storia rinascimentale, contraddistinta da una determinazione tenace e costante in un’epoca nella quale la guerra e il potere era un affare per soli uomini. Negli ultimi anni della sua vita Caterina stessa aveva confidato a un frate: «Se io potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo». La sua figura così inusuale per una donna dell’epoca si impose prepotentemente nella storia della politica italiana da essere diventata modello di forza e di determinazione. 

Figlia illegittima del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e della sua amante, la bella Lucrezia Landriani, Caterina trascorse la sua infanzia presso la ricca corte milanese, affidata alle cure della nonna paterna Bianca Maria Visconti, studiò l’arte della diplomazia, del governo e delle armi. Alla corte sforzesca, frequentata da letterati e artisti, vi era un clima di grande apertura culturale nel quale Caterina e i suoi fratelli ricevettero, secondo le usanze dell’epoca, lo stesso tipo di istruzione eccellente e raffinata di stampo umanistico, costituito dallo studio della lingua latina e dalla lettura delle opere classiche, presenti in gran quantità nella fornitissima biblioteca ducale, nella quale Caterina coltivò particolare interesse per le scienze e gli esperimenti.

All’età di dieci anni venne fidanzata a Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, complice della famosa congiura dei Pazzi, nella quale perse la vita Giuliano, fratello minore di Lorenzo il Magnifico. Nel 1477 Caterina giunse a Roma, all’epoca una delle città culturalmente più vivaci dove si distinse per il suo carattere e temperamento disinvolto, affabile, gioviale e amabile nella vita aristocratica romana fatta di pranzi, balli e battute di caccia, alle quali partecipavano sia artisti, poeti, letterari e filosofi, provenienti da tutta Europa. Caterina era infatti ammirata come donna fra le più belle ed eleganti.

Nel 1488 Girolamo Riario venne ucciso in una congiura e Caterina venne imprigionata nella rocca di Ravaldino, a Forlì, con i figli, la madre e la sorella. In quell’occasione nacque una leggenda non del tutto accertata secondo la quale Caterina Sforza, mentre si trovava sulle mura della rocca, avrebbe risposto a coloro che minacciavano di ucciderle i figli: «Fatelo, se volete: impiccateli pure davanti a me – e, sollevandosi le gonne e mostrando con la mano il pube – qui ho quanto basta per farne altri!». Grazie alla sua fermezza e caparbietà Caterina Sforza riuscì infine a riottenere le signorie di Imola e Forlì con l’aiuto dello zio, il duca Ludovico Sforza detto il Moro.

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Durante la sua vita la giovane contessa si occupò personalmente di tutte le questioni che riguardavano il governo del suo “Stato”, sia quelle pubbliche sia quelle private; per consolidare il suo potere scambiava doni con i signori degli Stati confinanti e conduceva trattative matrimoniali per i suoi figli; revisionò il sistema fiscale riducendo i dazi, controllando ogni sorta di spese, perfino quelle irrisorie, occupandosi direttamente sia dell’addestramento delle sue milizie sia dell’approvvigionamento delle armi e dei cavalli.

Poco tempo dopo la morte del primo marito, Caterina Sforza sposò segretamente, in seconde nozze, il suo amante, il ventenne Giacomo Feo, un umile stalliere, che le era rimasto fedele nei giorni seguenti l’assassinio del marito, del quale si diceva fosse follemente innamorata. Ma ben presto il nuovo consorte iniziò ad acquisire molto potere e divenne molto influente, minacciando di spodestare i figli legittimi di Caterina nella gestione del governo delle signorie. La sera del 27 agosto del 1495, i figli di Caterina lo assalirono uccidendolo brutalmente. Alla notizia dell’assassinio dell’amato marito, la vendetta di Caterina Sforza fu terribile: non si limitò a punire le donne delle famiglie traditrici, ma perseguì anche i bambini, addirittura quelli ancora in fasce, perfino le amanti vennero prese e giustiziate.

 L’anno successivo giunse alla corte sforzesca Giovanni de’ Medici, ambasciatore della Repubblica di Firenze, che divenne poco dopo il suo terzo marito, dalla cui unione sarebbe nato uno dei più importanti figli di Caterina Sforza, Ludovico de’ Medici, passato alla storia con il nome di Giovanni dalla Bande Nere, padre del primo granduca di Toscana Cosimo I.

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Rimasta di nuovo vedova a soli trentacinque anni, Caterina Sforza si ritrovò da sola a dover difendere per l’ennesima volta i suoi domini dalle minacce dell’esercito francese alleato del papa Alessandro VI Borgia. Quando giunse il duca Valentino Cesare Borgia intimandole di arrendersi, Caterina non si arrese mai, combattendo lei stessa con le armi fino a che non venne imprigionata dall’esercito francese. Una volta liberata, raggiunse Firenze dove risiedevano i figli, soggiornando nella Villa medicea di Castello. Falliti i tentativi di riottenere il potere sui suoi antichi feudi, Caterina trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi ai suoi figli e ai suoi nipoti, continuando ad avere un’intensa corrispondenza con le persone che le erano rimaste affezionate.

Morì il 28 maggio del 1509 all’età di quarantasei anni dopo aver contratto una grave infezione da polmonite. La vita di Caterina Sforza non fu come le altre, anche se spesso viene dimenticata e oggi purtroppo non c’è nemmeno più traccia della sua tomba.

Giulia Martini


Per approfondire, consigliamo la lettura del libro di Carla Maria Russo, I giorni dell’amore e della guerra, la bastarda degli Sforza”, un’avvincente biografia che ripercorre vizi e pregi di una donna coraggiosa, passionale, dal carattere indomito e indomabile, in costante lotta per il potere e per preservare ciò le appartiene.

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