Charlie Chaplin, il silenzio delle parole

«Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare.
Forse perché non può essere comprato.

I ricchi comprano rumore.
L’animo umano si diletta nel silenzio della natura,
che si rivela solo a chi lo cerca».

 

charlie-chaplin

Inghilterra, 16 maggio 1889: a East Street, nel sobborgo londinese di Walworth, nasce Charles Spencer Chaplin. In una sorta di incarnazione della realtà dickensiana, il piccolo Charlie trascorre un’infanzia infelice, segnata dalla miseria e dall’alcolismo paterno, vittima della follia della madre e della sua incapacità di accettare lo scorrere del tempo e la decadenza del successo. Spedito ben presto nei più rigidi collegi del Lamberth, Chaplin ha modo di osservare la folla di personaggi miseri e grotteschi che popolano certi ambienti inglesi dell’Ottocento, ammantati da una patina dorata che nasconde in realtà un interno marcio e corrotto. È da queste esperienze che il futuro regista mutua il suo sguardo attento e distaccato, innegabile fondamento critico di un’arte in cui comicità e patetismo si fondono per lasciar trasparire una critica sociale nient’affatto velata.

Supportato dal fratello maggiore Sydney, nel 1910 inizia una collaborazione con l’impresario teatrale Fred Karno, vera e propria star dell’epoca che, abbagliata dalla capacità espressiva del giovane, gli affida la parte di un individuo senza scrupoli ne L’incontro di calcio, piccolo spettacolo che permetterà a Charles d’imparare l’arte di esprimersi senza parole.
Considerato ben presto, insieme Stan Laurel, uno dei migliori attori della compagnia, Chaplin viene notato dal produttore Mack Sennett che, nel novembre 1913, gli offre un contratto per la casa cinematografica Keystone. In questa fucina di comicità, Charlie dà vita per la prima volta a quella figura di omino in bombetta, bastoncino di canna, pantaloni sformati e scarponi che segnerà la sua fama negli anni a venire; si tratta di Chas, futuro Charlot ancora aggressivo e dispettoso, quasi crudele nell’interrompere una corsa di automobiline per bambini pur di farsi riprendere dalla cinepresa. Nelle comiche di questi anni, quelli della gloriosa Keystone ancora celebrati dai manuali di cinematografia, da virtuoso della pantomima Chaplin comunica al pubblico una vasta gamma di emozioni usando i muscoli facciali e vestendo i panni di personaggi anticonvenzionali e sprezzanti, ancora poco maturi ma già avviati verso una caratterizzazione forte e decisa.

monello2Il primo film da lui diretto appare nell’aprile 1914 e si intitola Twenty Minutes Of Love: una storia banale, ancorata al clichè del «parco, poliziotto e bella ragazza», incerta tra semplici accumuli di gag da music-hall e primi abbozzi complessi. Il cineasta deve ancora crescere, superare i propri limiti, divenire conscio delle proprie capacità. Sarà una pellicola oggi quasi sconosciuta a segnare l’inizio della definizione del carattere autoriale, quel Sennett in cui Chaplin introduce piccoli sperimenti di montaggio con l’inserimento occasionale di primi piani e l’importanza attribuita alle didascalie.

Il grande salto non è però ancora compiuto, manca quel brio, quell’originalità in grado di trasformare un regista in un grande regista. Occorre sperimentare, percorrere una via non ancora battuta, avere un lampo di genio in grado di imprimere una svolta alla propria carriera. Chaplin lo fa, s’incuriosisce e tenta nuove strade fin quando arriva l’illuminazione e, in una sera del 1916, decide di smettere i panni di Chas per diventare Charlot. Ecco allora che Il vagabondo, Charlot al pattinaggio, Charlot boxeur, L’evaso, Vita da cani vedono la luce sotto un impulso creativo decisamente impareggiabile, che utilizza una struttura fatta di gag per raccontare le peripezie di un vagabondo individualista, in perenne lotta per la sopravvivenza e senza alcuna intenzione di rientrare nella società che lo respinge e allontana.

Non progettando su carta nessuna delle sue gag, né sceneggiando l’intreccio delle comiche, Chaplin dirige film assolutamente spontanei in cui l’escluso Charlot riesce a svelare ciò che di più triste, ingiusto e ipocrita si nasconde sotto la patina del perbenismo borghese.

luci_della_citta_3La tenerezza del rapporto tra un Vagabondo sempre più universale e un bambino abbandonato dalla madre, è l’ingrediente sentimentale che segna il successo del suo primo lungometraggio, Il monello (1921). Film a tratti autobiografico, quasi una versione romanzata della sua gioventù, The Kid riassume in sé aspetti pedagogici e riflessivi, incentrati sulla solitudine dell’individuo e la precarietà delle relazioni umane, con la povertà come unico e tragico elemento costante di una vita vissuta ai margini della società.

Ne Le luci della città viene portata in scena l’impossibilità delle relazioni, dell’amicizia come dell’amore, sullo sfondo di una realtà in cui si fa strada un nuovo personaggio, ingombrante e fagocitante: il capitalismo, causa prima di ogni incomunicabilità, elemento cardine che, insieme alla città, rende l’uomo incapace di essere tale. La celebre fioraia cieca che scambia Charlot per «un duca ricco, quindi buono» è una figura sottilissima nella sua ambiguità, una maschera, una triste facciata in un mondo nuovo in cui occorre fingere per sopravvivere. E la straordinaria inquadratura finale, in cui Charlot ancora una volta si perde e deve fare a meno delle parole, altro non è che la rappresentazione dell’incomunicabilità, dell’esser fuori posto in un mondo che di umano non ha più nulla.

Tempi moderni 2Ma la descrizione della società capitalistica trova in realtà la sua più alta espressione in Tempi Moderni, capolavoro muto nell’epoca del sonoro, in cui l’operaio ridotto ad ingranaggio di macchina è la perfetta riproduzione dell’alienazione dell’individuo, costretto e inglobato in una società che procede a ritmi vertiginosi tanto da assorbire gli spazi e la linfa vitale dell’uomo.
Tempi Moderni piace più in Europa che in America e la diffidenza crescente verso un Chaplin sempre più politico si intreccia inevitabilmente con il divampare delle tensioni della storia del Novecento.

Gli attori, i figuranti, i critici si accorgono della pesante somiglianza tra il Grande Dittatore Adenoid Hynkel e Adolf Hitler, “il gemello nero” nato a soli quattro giorni di distanza da Chaplin, e molti non apprezzano la lunga perorazione finale, vero e proprio discorso allo spettatore da parte dell’attore-regista spogliatosi dai personaggi che, con estrema lucidità, nel suo primo film parlato dichiara l’odio e il disprezzo per qualsiasi forma di totalitarismo. Una parodia amara ispira tutta la pellicola, che è straordinariamente comica per noi contemporanei ai quali è stata risparmiata la tragica esperienza della guerra, e segna anche la morte del vagabondo, la cui anima poetica e ingenua non ha più posto in un mondo oppresso dal materialismo e dall’odio demoniaco.

il grande dittatoreLa speranza, ancora viva nel “Discorso all’Umanità”, che le persone possano vivere secondo i valori umani della concordia e del rispetto viene vanificata dalle persecuzioni cui lo stesso Chaplin diviene oggetto in America sull’onda del maccartismo. Spiato dall’FBI, Chaplin gira film dal sapore sempre più amaro, tra cui Monsieur Verdoux, storia di un ex bancario trasformato in poligamo assassino, che segnerà una brusca frenata nella carriera del regista, pesantemente attaccato per via di un esplicito riferimento a «un tempo in cui la politica e l’economia stessa sono votate allo sterminio di massa, al genocidio». La campagna di diffamazione nei suoi confronti cresce esponenzialmente all’uscita del film, che viene boicottato in tutto il Paese e lascia nel regista una sensazione di oscura delusione che nemmeno il ritorno in Europa saprà attenuare.

Una nuova riflessività malinconica, dopo questi anni durissimi, si insinua nei suoi lavori e costituisce la base di Luci della ribalta, considerato il suo testamento artistico, un capolavoro in cui l’icona del muto opera un cambio di stile, si concentra sulla verbosità che denota un tono meditativo, sempre più disincantato. Si tratta di un cambiamento di rotta graduale, di una lenta marcia di avvicinamento a quello che sarà l’ultimo cinema chapliniano, caratterizzato da una visione agrodolce dell’universale, dell’individuo novecentesco e della massa. Un cinema di satira e di denuncia, figlio delle contraddizioni di un uomo geniale e mai pienamente compreso, artista che oggi si ama omaggiare forse senza saper indagare quegli aspetti che lui, pionieristicamente, era stato in grado in affrontare.

Il film della settimana:

Il Grande Dittatore

ilgrandedittatorePrima pellicola chapliniana completamente sonora, Il Grande Dittatore (1940) è una delle opere più geniali e coraggiose che la storia della Settima Arte abbia mai visto nascere; girato negli anni dell’ascesa di Hitler, il film mostra la sua grandiosità non solo nella dissacrazione di quel colosso dai piedi d’argilla che la storia avrebbe poi giudicato ma anche nella rappresentazione della follia umana, del dolore degli uomini, della farsa, della tragedia.
Il Chaplin regista-attore veste qui i panni di entrambi i protagonisti, un piccolo barbiere ebreo e il tiranno Adenoid Hynkel. La trama è nota e, comicamente ma non troppo, è interamente giocata sulla somiglianza tra i due protagonisti. In una Germania dominata dalla follia carismatica di Hitler, vive e lavora un piccolo barbiere ebreo, eroico salvatore di un’ufficiale tedesco durante il primo conflitto mondiale. Rimasto vittima di un’amnesia che lo farà risvegliare nel pieno del regime nazista, l’uomo viene perseguitato dalle “camicie grigie” e rinchiuso, insieme con il suo amico ufficiale, nei campi di concentramento. In seguito ad una serie di circostanze favorevoli, il goffo barbiere riesce a fuggire dal lager e, in virtù della sua incredibile somiglianza con Hynkel, rientra in Germania con tutti gli onori. Il dittatore tedesco, nel frattempo, è rappresentato in tutta la sua follia da un Chaplin geniale, il quale tira in aria il famoso mappamondo-pallone, che scoppia fragorosamente in una spaventosa metafora di quel che sarebbe successo di lì a qualche anno.
Intento a studiare l’invasione del paese di Osterlich assieme a Benzini Napaloni (caricatura di Mussolini), Hynkel viene arrestato perché scambiato per il barbiere in fuga che, vestendo ora comicamente i panni del dittatore, sale sul palco per tenere gli ormai celebri sei minuti di Discorso all’Umanità:

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato […]»

discorso all'umanità

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Ginevra Amadio
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