Che cosa non possono fare i computer, il saggio di Hubert Dreyfus

Hubert Dreyfus, scomparso il 22 aprile 2017, è stato un filosofo statunitense che con il saggio Che cosa non possono fare i computer (1972), ha sollevato obiezioni radicali alle eccessive pretese dei sostenitori più accaniti dell’intelligenza artificiale. La sua coraggiosa e scettica critica si articola in tre momenti fondamentali.

La macchina: creata a nostra immagine e somiglianza?

Il primo passaggio della tesi di Dreyfus fa leva sulla costituzione della mente umana. Egli osserva come questa funzioni grazie ad un hardware, cioè il cervello, la cui struttura fisica è chiaramente diversa da quella degli hardware dei computer. Questo è il punto di partenza per riflettere su quale sia il “luogo” dell’intelligenza: la mente umana non è qualcosa di disincarnato, non c’è mente senza il corpo, ma neppure c’è il corpo senza l’ambiente, ovvero la situazione, il contesto, in cui è collocato.

Questo porta a mettere in discussione la stessa analogia tra mente umana e computer, sulla base delle conoscenze biologiche sempre più precise del cervello e del suo funzionamento di cui oggi disponiamo. Se l’intelligenza è strettamente legata alla costituzione fisica dell’uomo, com’è possibile che essa si collochi anche al di fuori del cervello umano e che si realizzi indipendentemente dalla sua corporeità e fisicità?

Secondo la riflessione di Dreyfus, l’intelligenza è per l’uomo un dato naturale: l’uomo è «sicuramente corpo», e proprio nella sua corporeità risiede la sua capacità di essere intelligente.  Messa così in forse l’idea che la mente umana possa essere paragonata a un computer, quest’ultimo non sembra essere altro che una macchina simile a tante altre costruzioni dell’uomo, che possono aiutarlo nelle sue prestazioni, ma non sostituirglisi o essere simili a lui.

Fonte: youtube.com

L’intelligenza «situata»

Il secondo momento della riflessione riguarda l’interazione dell’uomo con il mondo. Sembra che il nostro modo di interagire con quello che ci circonda sia guidato da un bagaglio di conoscenze acquisite, un senso comune o «sapere intuitivo», che deriva dall’apprendimento costante che facciamo nel corso della nostra esperienza. Proprio per questo, secondo Dreyfus, è lo stesso modo di funzionare dei computer che non consente di simulare in tutto e per tutto l’intelligenza umana.

Il problema dell’intelligenza artificiale è che essa è in grado di svolgere perfettamente attività il cui contesto e le cui regole sono ben definibili, ma incontra grandi difficoltà nel caso di attività con dati e regole indeterminati (ed è qui che si colloca la maggior parte delle attività umane, che richiedono una componente creativa, ossia intelligente). Al contrario, gli essere umani hanno delle intuizioni che si sono formate attraverso migliaia di interazioni con vari tipi di situazioni, per cui non applicano regole formali per risolvere problemi, ma fanno affidamento sull’intuizione.

Questa caratteristica dell’intelligenza umana coincide con la capacità di sentirsi «situata» nel mondo, di agire selettivamente su di esso e di operare anche in situazioni altamente indeterminate. L’intelligenza insomma non è un fatto puramente meccanico e automatico, ma implica il «sentirsi in una data situazione».

Approccio intelligente VS approccio calcolatore

L’uomo è dotato di bisogni, interessi e sentimenti che orientano il suo comportamento portandolo a selezionare, nell’ambiente circostante, che cosa di volta in volta è per lui rilevante. Questo approccio viene definito da Dreyfus come «intelligente» (e cioè creativo) perché non si limita a manipolare una serie di simboli secondo regole predeterminate, ma prevede la capacità di selezione in funzione di bisogni, aspettative e desideri, e di strutturare il comportamento di conseguenza. É la stessa attività selettiva dell’uomo che definisce il contesto e la modalità del suo agire:

«Sembra che la percezione che noi abbiamo di una situazione sia influenzata dal nostro umore del momento, dalle nostre preoccupazioni, dai nostri progetti in corso, dalla visione che noi abbiamo di noi stessi (a lungo come a breve termine), e probabilmente dalle nostre abitudini senso motorie, dalle nostre capacità a fare degli affari, a manipolare gli obiettivi, e a commerciare con i nostri simili, capacità che sviluppiamo con la pratica, senza mai avere dentro di noi rappresentato il nostro corpo come un oggetto da manovrare, la nostra cultura come un insieme di postulati, e le nostre tendenze come il prodotto di un ragionamento tipo “situazione → regole”».
(Hubert Dreyfus, Che cosa non possono fare i computer)

In conclusione, i limiti principali dell’intelligenza artificiale sembrano essere due: la sua astrattezza, ovvero il fatto che essa è del tutto contestuale e disincarnata rispetto a ogni situazione concreta, e la sua necessità di formalizzare, perdendo la sensibilità al contesto e alle sue variazioni in funzione di esigenze, desideri, motivazioni e bisogni diversi.

Per questo il filosofo ha paragonato l’intelligenza artificiale all’alchimia: il suo successo dipende a suo avviso da una serie di trucchi ad hoc, perché non esiste una teoria globale che la sostenga. É possibile che l’intelligenza artificiale raggiunga alcuni successi, ma essi, secondo la metafora di Dreyfus, sono come l’arrampicarsi su un albero per raggiungere la luna: dopo l’apparente successo iniziale arriva il triste fallimento.

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