Marilyn Monroe, cento anni dopo: la prima donna trasformata in immagine

Articolo della newsletter n. 62 - Giugno 2026
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A cento anni dalla nascita di Marilyn Monroe, la tentazione più facile è ripetere il repertorio abituale: la diva fragile, il sex symbol, Hollywood, la morte misteriosa, il mito eterno. Tutto vero, naturalmente. Ma forse il modo più interessante per guardare Marilyn oggi è un altro. Non come attrice, non come icona glamour e nemmeno come vittima del sistema hollywoodiano. Piuttosto come il primo grande essere umano trasformato integralmente in immagine contemporanea.

È questo che colpisce davvero, a distanza di un secolo. Di Marilyn Monroe, nata il 1° giugno 1926 Norma Jeane Mortenson, sopravvive soprattutto una sintassi visiva. Il vestito bianco sollevato dalla grata della metropolitana in Quando la moglie è in vacanza, il rosa acceso di Gli uomini preferiscono le bionde, le labbra semiaperte, il biondo artificiale, il neo, la voce soffiata. Sono frammenti che hanno smesso da tempo di appartenere a una biografia precisa e sono diventati simboli autonomi, immediatamente riconoscibili anche da chi non ha mai visto un suo film.

È qui che Marilyn Monroe appare incredibilmente moderna. Prima di lei esistevano le star; dopo di lei nasce qualcosa di più vicino all’idea contemporanea di celebrity: una figura che vive soprattutto attraverso la propria riproduzione. Non è un caso che Andy Warhol abbia trovato proprio nel suo volto la materia perfetta per raccontare la società dell’immagine seriale. Le sue serigrafie non celebrano Marilyn Monroe come persona, al contrario, mostrano il momento esatto in cui la persona scompare dietro il meccanismo della sua infinita replicazione.

La prima celebrity globale

In questo senso Marilyn Monroe anticipa il mondo dei social molto più di tante figure contemporanee. Oggi siamo abituati a costruire continuamente versioni semplificate di noi stessi: profili, pose, identità visive, frammenti emotivi pronti per essere condivisi e consumati. Lei è stata la prima celebrity globale a sperimentare questo processo su scala planetaria, ma in un’epoca che non possedeva ancora gli strumenti per comprenderlo. Norma Jeane, la ragazza inquieta che leggeva Dostoevskij, studiava ossessivamente recitazione e soffriva di una fragilità psichica profonda, è stata progressivamente inghiottita dal suo stesso personaggio, “Marilyn Monroe”, cioè da una costruzione estetica diventata più reale della persona stessa.

La cosa paradossale è che questa trasformazione è avvenuta in un mondo infinitamente più lento del nostro. Oggi l’iper-esposizione è continua: vediamo tutto, sappiamo tutto, commentiamo tutto in tempo reale. Marilyn Monroe invece viveva ancora dentro il regime del mistero, e forse è proprio questo a renderla imperscrutabile anche oggi. Le fotografie erano poche e studiatissime, le apparizioni pubbliche rare, le interviste filtrate dagli studios. Tra la donna reale e il pubblico esisteva una distanza che contribuiva ad alimentare la leggenda.

Un mito immortale, ma perché?

Ed è possibile che proprio questa distanza abbia reso Marilyn Monroe immortale. Se fosse una celebrity di oggi, probabilmente sarebbe ovunque. Avrebbe milioni di follower, ogni sua crisi diventerebbe immediatamente contenuto, ogni relazione sentimentale verrebbe discussa online, ogni cedimento fisico o psicologico trasformato in narrazione pubblica permanente. Sarebbe osservata ventiquattr’ore su ventiquattro con una brutalità che forse gli anni Cinquanta, nonostante tutto, ancora non conoscevano.

Ma è difficile immaginare che avrebbe lo stesso alone mitologico. Perché il mito ha bisogno di zone d’ombra, di assenza, di silenzio. Marilyn Monroe appartiene ancora a un’epoca in cui una fotografia poteva restare impressa nella memoria collettiva per anni proprio perché non veniva sostituita il giorno dopo da altre mille immagini.

Anche i suoi vestiti raccontano qualcosa di importante su questo meccanismo. Oggi vengono spesso ricordati come semplici simboli di sensualità, ma in realtà funzionavano in modo molto più sofisticato. I costumi di Marilyn Monroe non comunicavano potere esplicito o dominio erotico nel senso contemporaneo del termine. Costruivano piuttosto una sensualità vulnerabile, quasi esitante. Marilyn Monroe sembrava sempre oscillare tra controllo e smarrimento, tra consapevolezza della propria immagine e incapacità di abitarla fino in fondo. È probabilmente questa ambiguità ad averla resa così memorabile. La sua femminilità non appariva mai completamente aggressiva né totalmente innocente. Era una performance delicatissima. Persino il celebre vestito bianco non è diventato iconico soltanto perché “sexy”, ma perché trasforma un incidente — l’aria che solleva la gonna — in un momento di vulnerabilità pubblica. Marilyn ride, cerca di trattenere il tessuto, sembra sorpresa dal proprio stesso corpo. La scena funziona ancora oggi perché mette in scena qualcosa di profondamente moderno: una donna che diventa spettacolo quasi contro sé stessa.

Essere visti senza essere davvero visti

Forse è anche per questo che la sua storia continua a inquietare più di altre icone del Novecento. Marilyn Monroe non rappresenta soltanto il desiderio, ma il consumo del desiderio. È una figura che il mondo ha adorato fino quasi a svuotarla. E nessun dettaglio racconta questa contraddizione meglio del suo funerale. Una delle donne più famose e fotografate del pianeta, inseguita dai giornalisti ovunque, desiderata da milioni di persone, venne salutata da appena ventitré persone. È un’immagine quasi crudele nella sua semplicità, eppure incredibilmente contemporanea. Perché anticipa una forma di solitudine pubblica che oggi conosciamo benissimo: essere visti da tutti senza essere realmente conosciuti da nessuno. Forse il vero motivo per cui Marilyn Monroe continua a parlarci, cento anni dopo la sua nascita, è che la sua vicenda non appartiene più soltanto a Hollywood. Appartiene al mondo che sarebbe venuto dopo. Al nostro.


Illustrazione di Marco Brescianini

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Agnese Zappalà

Classe 1993. Ho studiato musica classica, storia e scienze politiche. Oggi sono giornalista pubblicista a Monza. Vicedirettrice di Frammenti Rivista. Aspirante Nora Ephron.

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