cuore di tenebra murray

«Cuore di tenebra» di Joseph Conrad: in viaggio nell’Africa coloniale

Joseph Conrad (1857 – 1924), in realtà Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski, compì l’ardua impresa di scrivere e completare Cuore di tenebra (acquista) nel lasso di soli tre brevissimi mesi nell’anno 1898. Novanta giorni, giorno più, giorno meno, per mettere a punto la sua opera più importante e tra le più enigmatiche e difficilmente decifrabili dell’età contemporanea. Pubblicato a puntate su Blackwood’s Edinburgh Magazine – tenebroso come il cuore della foresta che descrive e oscuro come l’obiettivo per il quale Marlow, il protagonista, si accinge ad intraprendere questo insidioso viaggio – il romanzo fornisce uno spaccato inquietante del periodo coloniale, quando l’imbarazzante presunzione dell’uomo cosiddetto bianco lo portava ad assumere un altrettanto imbarazzante potere, da nessuno conferitogli, su tutto ciò che fosse ad esso estraneo.

Appare questo lo scopo della partenza e del lungo tragitto all’interno dell’inospitale Africa: la scoperta dell’altro e, attraverso questo, di sé. Marlow altro non è che il riflesso del borghese medio alla ricerca costante della verità, scomoda e buia. Non potrebbe essere altrimenti. Inquietante come tutta la narrazione dispiegata all’interno di un romanzo in cui la descrizione quasi maniacale dei dettagli di ogni singolo evento lascia poco spazio al vero scopo dello stesso: righe interminabili si susseguono tenendo il lettore attaccato alla pagina, che, voglioso di scovarne l’esito, rimane con un pugno di righe, poche e assortite, che tralasciano la verità ricercata e sperata in favore di un incolmabile mistero. Questo è il protagonista indiscusso dell’intero scritto: il mistero e l’incapacità (o volontà?) dell’autore di svelarcelo, lasciandoci incespicare, proprio come Marlow, nel cuore di tenebra.

Co-protagonista, ma non per questo di minore importanza o nomina, è Kurtz: egli perseguita Marlow e tutti quelli che incontra sul suo cammino per raggiungerlo. Un’identità quasi sospesa e a tratti irraggiungibile, capace di pervadere la mente di coloro che hanno avuto l’onore di incontrarlo, altro non è che uno spregevole trafficante d’avorio, materia grazie a cui ha reso brutalmente schiavi gli indigeni della terra che l’ha così generosamente accolto. Marlow trascorre tutto il viaggio in attesa di questa conoscenza che si assume essere rivelatrice, riuscendone a sentire soltanto la voce: privato della possibilità di coglierne veramente l’essenza, infine, la liquida con una semplice conversazione pseudo-conoscitiva di cui Conrad non ci degna di raccontarci i dettagli e, quindi, di farci sapere in poche parole quale sia la verità. Ma la verità è che Marlow, come tutte le persone “normali” e medio borghesi che interpreta, e in cui il lettore può facilmente identificarsi se non addirittura immedesimarsi, non ha il coraggio di conoscere realmente la verità, perché essa è scomoda e brutale: egli conosce il Male, ma a differenza di Kurtz decide di non farsene inghiottire. Così come è arrivato sulla sponda più tortuosa dell’Africa, così ritira i remi in barca, pronto a volgere la sua scialuppa verso un più sicuro ritorno. «Sarebbe stato troppo buio», afferma.

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Kurtz viene sovente descritto come “un uomo notevole”, stanziato in un alloggio ammobiliato, pulito, lontano da tutto lo scempio sporco e sudicio su cui si srotola la storia e in cui Marlow e tutti gli altri immergono non solo i propri piedi ma anche la propria anima. Un ente quasi soprannaturale che tutti conoscono e allo stesso tempo temono ma bramano e adorano, in un inquietante rapporto tossico di devozione e ingiustificato sentimento di ammirazione. Egli è emblema stesso dell’ideale inficiato di terrore del colonialismo, l’uomo bianco che tutto aveva e tutto poteva. Emblema stesso del mistero, altro non è che un semplice uomo, come lo erano gli uomini bianchi di allora, dèi pagani di un mondo di cui non sono creatori ma sul quale si sono autoincoronati. Conrad s’ispira, subendolo, all’indimenticabile mito di Rimbaud: il viaggiatore d’Oriente che bramava di arricchirsi e accumulare tesori, di sapere ed esplorare senza condannare o, peggio, rinnegare il mondo occidentale a cui apparteneva e dal quale proveniva. 

Joseph Conrad, polacco di nascita ma inglese d’adozione, apparteneva ad una nobile famiglia terriera che, perseguitata dai russi, lo lasciò orfano. Affidato ad uno zio, studiò a Cracovia ma fu il mare il suo vero patrigno: lo accolse a soli 17 anni per cullarvelo per ben 20 anni, riversandolo sulle rive d’Inghilterra dopo aver servito la marina britannica dal 1878. Da qui parte la sua carriera esclusivamente letteraria iniziando con La follia di Almayer (1895) e proseguendo con Il negro del Narciso (1898), Lord Jim (1900), Gioventù (1902), Tifone (1903), Nostromo (1904), L’agente segreto (1907), Con gli occhi dell’Occidente (1911), Il caso (1914), Vittoria (1915), La linea d’ombra (1917) e La Liberazione (1920).

 Come Rimbaud sempre verso il Sole, «battistrada del giorno», così definito dal poeta Vittorio Sereni, Conrad ci fa fare un giro profondo nel cuore dell’Africa che altro non è che un giro in tondo, circolare: la fine corrisponde al punto di partenza. Così fa Marlow quando, dopo aver incontrato il fantomatico Kurtz, decide di tornare in Occidente, a casa, dove il Male non può trovarlo. Il viaggio sposa la biografia di Conrad: nonostante non vi siano annotazioni esplicite riguardo l’ambientazione del romanzo, gli incontri descritti corrispondono a quelli avvenuti durante il viaggio dell’autore sul fiume Congo nel 1890 a bordo del vaporetto Roi de Belges. Il romanzo, inoltre, costituisce un’accesa polemica con il russo Dostoevskij in quanto, se si presume che non ci sia un dio, spetta a noi, comuni mortali, non tanto farci noi stessi dèi quanto essere capaci di difenderci da soli.

Cuore di tenebra non è una lettura facile, né un libro scorrevole e allegro da leggere. È inquietante, ombroso, fagocitante come il luogo in cui è ambientato. Non è una passeggiata da leggere, ma può esserlo all’interno del cuore indomabile e inquietante dell’Africa, un cuore di tenebra.

Noemi Adabbo


Immagine in copertina: Illustrazione di John Murray


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