Da Nizza a Marsiglia. Il mare dei Post-Impressionisti

Incastonata in un paesaggio affascinante e completo, tra il blu del Mediterraneo e le strade tortuose delle Trois Corniches, la Riviera francese è sempre stata il rifugio prediletto degli artisti, francesi e non solo. Per tutti i pittori venuti dal Nord Europa, l’approdo nel Sud della Francia equivale ad una sorta di rivelazione, la scoperta di un mondo, di una tavolozza arcobaleno, di un caldo chiarore fino a prima solo vagheggiato, nell’imprevedibile clima parigino.

La stagione del Post-Impressionismo, in particolare, guarda con favore alla luminosità delle coste del Mediterraneo, esaltata da tavolozze brillanti e tocchi di pennello innovativi. Infatti, influenzati dalle leggi sul contrasto simultaneo del colore di Michel-Eugène Chevreul e dalla lettura della Grammaire des arts du dessin di Charles Blanc, incentrata sullo spettro dei colori e la mescolanza ottica, i divisionisti trovarono nelle mutevoli tonalità dell’acqua un soggetto stimolante per mettere a frutto le nuove teorie scientifiche applicate alla pittura. Già gli artisti della generazione precedente rimangono sedotti dal paesaggio verde e azzurro del sud francese: d’estate Berthe Morisot dipinge lungo il porto di Nizza; ancora oggi, nell’incantevole villaggio di Cagnes-sur-Mer, è possibile visitare la dimora di Renoir. Gli eredi di Georges Seurat rinnovano la tradizione.

A Marsiglia con Paul Signac

Paul Signac, Ingresso nel porto di Marsiglia, 1898, olio su tela, 46×35 cm, Otterlo, Kröller-Müller Museum

La prematura scomparsa di Seurat nel 1891 lascia molti orfani nelle file di quanti, grazie a lui, hanno scoperto un nuovo modo di fare arte. Primo fra tutti Paul Signac il quale, avvilito per la morte dell’amico, allestisce a Parigi una mostra in suo onore e poi si trasferisce a Saint-Tropez. Da lì si concede lunghe avventure in barca a vela, spesso accompagnato dal pittore Henri-Edmond Cross. Nel 1898 i due amici raggiungono via mare anche Marsiglia, immortalata da Signac in un olio su tela oggi conservato al Kröller-Müller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi. Con i suoi toni al contempo vibranti e ovattati, Ingresso nel porto di Marsiglia (1898) è un esercizio di tecnica e colore, in cui la luce radiale del cielo al tramonto e il suo riflesso sulla superficie dell’acqua avvicinano il dipinto ad un mosaico composto da innumerevoli tesserine.

Evidente, nella scelta del soggetto, è l’influenza di William Turner, del quale Signac ha ammirato le marine con navi e galeoni durante il recente soggiorno londinese. Ma da Turner egli trae anche una preziosa lezione sulla simmetria compositiva, messa a frutto in quest’opera. Osservandola con attenzione, infatti, si può notare che una linea percorre orizzontalmente il centro del quadro, collegando la torre sulla sinistra e l’altra costruzione sulla destra. Parallelamente a questa linea, inoltre, l’artista traccia gli alberi e le vele delle navi nel porto. Il soggetto dell’opera, tuttavia, riveste, nell’ideale di Signac, un’importanza limitata, come se le vedute, la natura, i personaggi fossero solo un espediente per esibire la tecnica e il fine ragionamento scientifico alle sue spalle. Nel 1935, al volgere della sua carriera, egli scriverà: «È per mezzo delle armonie di linee e colori, che può governare secondo le sue esigenze e la sua volontà, e non per mezzo del soggetto, che il pittore deve provocare le emozioni».

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I panorami infiniti di Rysselberghe

Théo Van Rysselberghe, Coastal scene, 1892, olio su tela, 51×61 cm, Londra, The National Gallery

Spirito curioso e vagabondo, dopo una vita di nomadismo tra il Belgio natio, Parigi, la Spagna, il Marocco, i Paesi Bassi, Théo Van Rysselberghe approda in Provenza negli anni Novanta dell’Ottocento. Per la precisione, è nel villaggio di Le Lavandou, con le sue stradine acciottolate e il lungomare costellato dalle palme, che l’artista decide di trascorrere gli ultimi anni della propria esistenza. Se, anche nella maturità, Rysselberghe non trascura gli strumenti del mestiere, nei primi anni provenzali la sua produzione, invece, cambia lievemente, slittando dalla ritrattistica al paesaggio. È la luminosità del Sud ad ispirarlo, a guidare il suo pennello sulla tela, a portarlo a realizzare quadri che, come la Costiera, sono opere di pura luce. Una scena minimale, quella rappresentata, punteggiata di bianco e di blu, in cui la piattezza orizzontale del mare calmo e della costa distesa è solo interrotta dalla verticalità discreta dei sei paletti in primo piano. Una dimensione di pace, la rilassatezza di un panorama senza fine: tutto questo, in una sola immagine. 

Con il tempo, Rysselberghe ricorrerà alla tecnica divisionista in maniera più rilassata, apponendo sulla tela delle tacche più larghe dei semplici puntini, e tornerà a concentrarsi sulla figura umana e l’elaborazione del nudo, pur non perdendo, nei propri lavori, il suo accentuato e distintivo colorismo.

Il mare visto da Van Gogh

Nel giugno 1888, Vincent Van Gogh lascia Parigi dopo due anni di permanenza, deciso ad abbandonare il cromatismo nordico e a scoprire il Sud della Francia, dove aveva lavorato uno dei suoi artisti di riferimento, Adolphe Monticelli. Prima di partire, però, il pittore olandese ha modo di fermarsi per un’unica, breve visita nello studio di Seurat. Le parole che si leggono in una lettera al fratello Theo, dimostrano tutto il suo entusiasmo per la tecnica del pointillisme: «I migliori dipinti – ovvero i più perfetti da un punto di vista tecnico – visti da vicino sono tocchi di colore l’uno vicino all’altro, e producono il loro effetto a una certa distanza».

Vincent Van Gogh, Marina a Saintes-Maries-de-la-Mer, 1888, Amsterdam, Van Gogh Museum

Da Arles, dove prende in affitto un’ala della Casa Gialla, Van Gogh si sposta qualche giorno a Saintes-Maries-de-la-Mer, un villaggio di pescatori da lui rappresentato in una serie di acquerelli e oli su tela. Pur essendo state dipinte nel medesimo periodo, la Marina e le Barche di Van Gogh manifestano due stili alquanto differenti, di primo impatto non riconducibili al medesimo autore. Degna erede della tradizione impressionista dall’antesignano Boudin a Renoir, infatti, la Marina esprime tutta la foga delle onde come se, nella propria opera, eseguita direttamente sulla spiaggia, Van Gogh avesse cercato di tenere testa al ritmo del mare. Essa appare come la perfetta trasposizione in immagini di quanto l’artista narra al fratello nelle lettere da Saintes-Maries: «Il Mediterraneo ha un colore come quello degli sgombri, vale a dire è cangiante, non si sa bene se è verde o è viola, non si sa sempre se c’è del blu, perché a seconda del riflesso cangiante prende una tinta rosa o grigia».

Vincent Van Gogh, Barche di pescatori sulla spiaggia a Saintes-Maries, 1888, Amsterdam, Van Gogh Museum

In Bateaux de pêche aux Saintes-Maries, invece, Van Gogh cambia registro e l’iperrealismo stilizzato delle quattro barche arenate sulla sabbia contrasta con i tratti più irrequieti e la tenue cromia del cielo e del mare. La pennellata nervosa di Van Gogh qui cede il passo ad una soluzione intermedia, come se il paesaggio costiero, la placidità del mare al mattino e la genuinità della vita dei pescatori avessero, per un istante, calmato il suo spirito inquieto.

Jennifer Marie Collavo

Nata nel '96 ma del secolo sbagliato, cresciuta in una famiglia multiculturale e multilingue. Una laurea in Conservazione e gestione dei beni culturali ed un'insopprimibile passione per tutto ciò che è antico, polveroso ed enigmatico. Amo follemente i cipressi, Napoleone, la spumosa schiuma della birra e i viaggi on the road.
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