È ancora possibile, al giorno d’oggi, aspettarsi che l’arte possa esimersi dal veicolare un messaggio politico? A giudicare da quello che sta succedendo alla Biennale di Venezia, coloro che ancora sostengono la possibilità dell’arte di essere apolitica sembrano degli anacronisti con i paraocchi. L’edizione di quest’anno della manifestazione d’arte italiana più importante al mondo, infatti, ha rimesso al centro il pensiero e l’impegno politico come non mai. Anche se involontariamente.
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Una partenza in salita
A un anno esatto dall’apertura al pubblico, scompare prematuramente e improvvisamente il 10 maggio 2025 Koyo Kouoh, curatrice della 61esima edizione della Biennale d’Arte. Una notizia che addolora e crea revisioni interne, che portano alla scelta di mantenere l’impianto espositivo pensato dalla curatrice svizzera-camerunense. Il suo progetto è stato quindi attuato fedelmente dal suo team curatoriale.
Quando tutto sembrava essersi calmato, le settimane di preapertura non hanno fatto di certo dormire sonni tranquilli agli organizzatori della Biennale d’Arte. A pochi giorni dall’inizio, il Presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco viene aspramente criticato dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli per la partecipazione della Russia alla 61esima edizione, e quest’ultimo non si presenta all’inaugurazione. Gli animi sembrano essersi calmati giusto qualche giorno fa, quando il Ministro si è fatto guidare da Buttafuoco alla visita del padiglione Italia, annunciando subito dopo di aver lasciato «alle spalle le polemiche».

Una settimana prima dell’apertura, la giuria si dimette in blocco e la notizia arriva tramite un comunicato in cui non vengono fornite motivazioni ufficiali. Viene rilascia una dichiarazione d’intenti attraverso canali non istituzionali. La motivazione alla base sarebbe la volontà, negata dalla Biennale stessa, di astensione da parte dei giurati dal prendere in considerazione per i premi quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Il problema è che questo va contro uno dei principi cardine della Biennale, cioè la parità di trattamento di tutti i partecipanti.
Impossibilitata a formare una nuova giuria, la Biennale ha deciso che per questa edizione i Leoni saranno assegnati dal pubblico. Per la prima volta nella storia, uno dei più importanti premi internazionali dell’arte sarà deciso con il televoto. Un televoto, tra l’altro, non previsto e quindi studiato e realizzato in pochissimo tempo, in cui problemi strutturali, tecnici ed etici non mancano. A oggi, decine di artisti e numerosi padiglioni nazionali hanno annunciato il proprio ritiro dalla corsa ai Leoni dei Visitatori.
Le manifestazioni di protesta
Annunciate da tempo, nei giorni di inaugurazione non sono mancate le manifestazioni di protesta, dentro e fuori dagli spazi della Biennale d’Arte. Le più attese e scenografiche sono probabilmente quelle messe in atto contro la presenza della Russia (anche se solo per il periodo di non-apertura al pubblico). Il 6 maggio, il collettivo delle Pussy Riot ha innescato una protesta davanti al padiglione russo dei giardini. Con il caratteristico passamontagna colorato, alcune attiviste hanno fatto irruzione e sono intervenute con fumogeni e slogan. Addirittura dall’UE è arrivata una lettera che invita la Fondazione a non essere «vetrina per la Russia», con pronta risposta del Presidente Buttafuoco che rivendica la libertà e l’autonomia dell’istituzione e sottolinea come l’inclusione di Russia e Israele voglia essere un modo per costruire la pace aprendo discussioni.

Lo storico padiglione israeliano dei giardini, chiuso ufficialmente per restauro, si sposta all’arsenale, scatenando una serie di manifestazioni e il primo sciopero di 24 ore nella storia dell’istituzione. Nel frattempo, prima delle dimissioni della giuria, era arrivata la diffida da parte dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, che rappresenta Israele alla Biennale e che ha paventato una richiesta di risarcimento danni per discriminazione dopo l’annuncio dell’esclusione del suo Paese dalla possibilità di ricevere premi. Israele già nel 2024 aveva visto il suo padiglione chiuso, scelta però presa dalla stessa artista e dalle curatrici che in quel padiglione avrebbero dovuto esporre, come segno di protesta contro l’attacco a Gaza. Ruth Patir, Mira Lapidot e Tamar Margalit, infatti, si erano dette contrarie e indignate rispetto alla richiesta di escludere gli artisti a causa della loro nazionalità, ma allo stesso tempo avevano rifiutato di rappresentare lo Stato israeliano.

Un altro segno molto forte, dopo solo pochi giorni di apertura, arriva direttamente dai visitatori: sembra esserci infatti un boicottaggio non dichiarato nei confronti del padiglione degli Stati Uniti. Dopo una call che invitava gli artisti candidati a presentare progetti che promuovessero i «valori americani» e vari problemi di assegnazione, emerge il nome di Alma Allen, scultore autodidatta che porta negli spazi del padiglione americano sculture ispirate alla natura. Rispetto all’abbondanza e alla festa alle quali gli Stati Uniti ci avevano abituati in passato, quest’anno quello spazio sembra vuoto, rispecchiando scelte politiche che hanno portato a drastici tagli nel settore della cultura statunitense.
Ma quindi, la Biennale è politica o no?
In tutto questo marasma, è necessario ricordare che la Biennale di Venezia è storicamente uno spazio di denuncia e riflessione critica. Negli anni, ha escluso il Sudafrica durante l’apartheid e condannato il colpo di Stato di Pinoche in Cile, sottolineando il proprio, inevitabile, ruolo politico nello scenario globale dell’arte ma non solo.
In Minor Keys, questo il titolo della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte veneziana, è, secondo le parole di Koyo Kouoh:
un’invocazione […] a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi.
Vista da molti come una prosecuzione di Stranieri ovunque, del 2024, l’esposizione di quest’anno si distingue però grazie a una maggiore attenzione e qualità dell’allestimento e delle opere selezionate. Il progetto, delicato, ritmico, ciclico, è un inno alla vita in tutte le sue forme.
In una Biennale d’Arte che vuole farsi palcoscenico delle storie di resistenza silenziosa e abbandonare le narrazioni dominanti, forse sarebbe stato utile pensare più a fondo al ruolo che l’istituzione ricopre a livello artistico, culturale, ma anche politico. Perché la manifestazione veneziana, così come tutte le manifestazioni di questo tipo in giro per il mondo, non è un’esposizione libera di artisti, quanto piuttosto la presentazione da parte di ciascuno Stato partecipante della propria arte e soprattutto dei propri valori. E se i valori che muovono un Paese sono odio, prevaricazione e intolleranza, non possono esistere pace e discussioni costruttive.