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Der Park: elfi e fate non abitano più qui

8 minuti di lettura

Prendete due geniali Maestri della scena tedesca e pensateli al lavoro sull’amatissimo William Shakespeare. Ne risulteranno scintille creative di grande interesse. Di chi stiamo parlando? Si tratta di Peter Stein (1937), fondatore della Schaubühne di Berlino e grande protagonista del teatro europeo contemporaneo, che ha con le opere del Bardo una lunga frequentazione, lastricata di premi e scandali. L’altro è Botho Strauss (1944), scrittore poliedrico e drammaturgo di spessore, autore difficile e cerebrale che ritrae la crisi esistenziale dell’uomo moderno.

L’opera in questione è Der Park (1983), a cui il regista ha deciso di tornare dopo il debutto trent’anni fa, per dargli nuova vita e presentarlo in “vesti italiane”, al Teatro Argentina di Roma e per due settimane al Piccolo Teatro di Milano. È uno spettacolo kolossal, una maratona di quattro ore e mezza, straordinaria prova di resistenza per gli attori.

Il testo si presenta come una riscrittura del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Scordatevi però l’incantevole levità di elfi e fate, la magia vibrante del bosco dove si perdono e si ritrovano le due coppie di amanti. Rari sono gli squarci lirici che rinviano a quella eterea atmosfera, le citazioni sono deboli e volutamente claudicanti, con un retrogusto di malinconico rimpianto soffocato dal greve presente. La fantastica foresta shakespereana di Atene si restringe infatti negli orizzonti angusti di un parco cittadino, il Tiergarten berlinese degli anni ‘80.

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© Serafino Amato

Tra i rifiuti e il degrado appaiono la regina delle fate Titania (Maddalena Crippa) e il re degli elfi Oberon (Paolo Graziosi), che hanno abbandonato le danze delle ninfe, i letti di muschio e i diamanti di rugiada, per una squallida panchina e un cespuglio rachitico, nell’unica oasi di verde che resiste all’assalto di smog e cemento. In un movimento contrario rispetto al modello, sono ora le creature magiche a cercare gli umani, per una missione speciale: vogliono scuotere le loro anime opache, ormai incapaci di stupore, per ridestare il desiderio dell’eros libero e primordiale, guastato dalla ragione e dalla logica affaristica. Creature dell’utopia, sperano di poter rifondare l’antica età dell’oro, ma si scontreranno con il gretto materialismo di un’umanità desolata, rassegnata a un vuoto esistenziale e a una vita di pena. La levità del Sogno si dissolve nell’inferno di questa modernità anni ’80, dominata dalla mercificazione del sesso, malata di amnesia storica e pervasa da rigurgiti di razzismo, dove i giovani sono ribelli punk aggressivi, delusi dalla vita e spaventati dal futuro. In questi «marci tempi di pace» nemmeno l’arte può offrire un rimedio perché corrotta e caduta, come la trapezista circense della prima scena: il personaggio di Cyprian (Martino D’Amico), novello Puck al servizio di Oberon, è un laido e mediocre artista che invece di filtri magici propina talismani d’amore in forma di statuine licenziose. Ma il puro ideale d’amore non esiste, il matrimonio è condivisione della consorte con l’amico, e tutto precipita in una squallida sequenza di rifiuti e tradimenti, le coppie “scoppiano”, mentre la Morte si aggira inquietante fra le siepi e Cyprian finirà ucciso in un fallito approccio omosessuale.

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© Serafino Amato

Intrappolati in questo mondo, i due sovrani dell’utopia diventano pallidi riflessi di se stessi. Oberon piange il fallimento: «Volevo vedere il trionfo dell’amore assennato, non il lascivo strazio di membra. L’amore ha perso. Ora mi mischierò al divenire, sventurato fra gli sventurati». E infatti diventa un perito informatico debole di forze e di voce, mentre Titania che, novella Pasifae, nella sua vorace lussuria si era unita a un toro, ora vaga alla ricerca del consorte, nei panni di un’elegante signora.

Alla fine si esce un po’ storditi. Forse perché la scrittura frammentaria di Strauss echeggia in sequenze in apparenza slegate e di non facile decriptazione. Al di là della bravura degli interpreti, fra cui si distingue l’eclettica Crippa (compagna di Stein), rimane impresso il labirinto visionario della scena sempre cangiante, ideata da Ferdinand Woegerbauer: i cespugli incolti del parco e le siepi curate, gli interni di un bianco astratto e iper-moderno, il prato inclinato che si scoperchia a rivelare la soffitta-bottega di Cyprian, il recinto con lo steccato nei colori della bandiera tedesca, a indicare l’isolazionismo pericoloso di certe ideologie pseudo-patriottiche. E ancora: biciclette, tavolini da ristorante sotto il proscenio, una suggestiva donna-albero, un pontile sospeso per le apparizioni dall’alto. Avremmo preferito costruzioni sceniche più discrete e minimali, da indovinare più che sul realismo dei dettagli, sul pentagramma del surreale, restituito solo a tratti dal gioco delle luci. Analogamente l’esibizione continua di carni, corpi, e nudi integrali (con un accenno di masturbazione in scena), diventa soluzione facile e a tratti stucchevole per alludere alla meschinità del presente.

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© Serafino Amato

L’ultima parola è affidata a un elegante e composto Minotauro (Alessandro Averone), la cui bestialità, questa sì, è appena allusa nelle zampe equine e nella parrucca da cui si intravedono piccole corna. Alla conclusione del monologo, in cui lamenta e muggisce il dolore filiale per la festa poco riuscita delle nozze d’argento materne, si rivolge alla cameriera assopita: «Lei ha capito o stava solo origliando?». Il sipario si chiude su questo strambo interrogativo, indirizzato forse a noi spettatori, voyeurs di una storia che in realtà parla anche del nostro presente. Da incubo.

Der Park
di Botho Strauss
regia di Peter Stein
Milano, Piccolo Teatro
25 novembre – 6 dicembre 2015

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Gilda Tentorio

Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi.
Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.

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