«Amleto take away»: interrogarsi sull’oggi con Shakespeare

Lei è Gabriella Casolari, emiliana, dolce e posata. Lui è Gianfranco Berardi, un vulcano di energia, fuoco pugliese nelle vene, capace di ruggiti, acrobazie, metamorfosi di voci e ruoli, comicità avvincente e malinconica tenerezza. È il protagonista del monologo Amleto take away, scritto a quattro mani con Gabriella e proprio per questo ruolo è giustamente candidato al prestigioso Premio Ubu 2018 come migliore attore dell’anno. Vederlo in scena è un’esperienza travolgente perché ha la forza di una calamita, come pure ascoltarlo nel commento del dopo-spettacolo, quando ti spiega la missione della Compagnia Berardi-Casolari, dal 2008 impegnata sul fronte di un «teatro contro-temporaneo», per dissezionare l’oggi con la leggerezza dell’ironia e la forza della presenza scenica. Il palcoscenico gli ha salvato la vita, ama ripetere, perché il teatro gli ha permesso di superare il trauma della cecità, arrivata in età giovanile: «se non avessi perso la vista, non avrei mai fatto l’attore; ma se non avessi fatto l’attore, avrei continuato a vivere accecato in questa nostra società abbagliante dell’apparire».

To be or FB?

Ecco uno dei temi di questo testo efficace, denso di stimoli. In una realtà che si pone perennemente in vetrina, siamo tutti “accecati”, alla ricerca di qualcosa che ci appaghi nell’immediato. La domanda esistenziale si trasforma in «To be or FB?»: apparire, collezionare like, postare fotografie come garanzia di esistenza, per non soccombere alla paura di sparire, essere lasciati in disparte. E in questa nebbia opacizzante multimediale, con migliaia di followers e amici virtuali, ci illudiamo di essere meno soli e perdiamo contatto con la realtà vera.

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Padri e figli

Simbolo della nostra epoca dell’incertezza è Amleto e la caratura scelta dalla coppia Berardi-Casolari è vincente. Molto toccante è la prima parte, dedicata al tema del rapporto padre-figlio. Il cambio di luci ci orienta sull’intreccio e il dialogo con l’ipotesto shakespeariano, che è pre-testo nel senso pieno: l’esperienza di Amleto è paradigmatica, è l’inizio di un inserto citazionale che però scivola subito sull’oggi e sulla declinazione autobiografica. Il padre giganteggia con la statura di un eroe, che torna stremato dal lavoro nelle fiamme dell’inferno dell’ILVA di Taranto, pallido come un fantasma, i capelli argentati cosparsi della polvere velenosa della fabbrica. Uomo semplice, con le sue fragilità, ma anche figura dell’autorità e della tradizione che può schiacciare sogni e ideali, come succede per Amleto, “vittima”del padre che lo spinge alla vendetta.

Il teatro fra passione e lotta

L’Amleto di Shakespeare è uno straordinario collettore di temi essenziali, fra cui la riflessione sul teatro, che anche in questo spettacolo ha un posto di rilievo. La schiena poggiata a un fondale mobile e le mani legate ai due estremi di un piccolo sipario aperto, Berardi è un Cristo in croce o un Prometeo incatenato. Il teatro quindi come croce e delizia, fatica e sudore, lotta di sopravvivenza per instaurare un dialogo con un pubblico sconosciuto, tra mille dubbi. Forse sarebbe meglio abbandonare progetti ambiziosi, votarsi alla legge svilente del markètting, proporre spettacoli facili facili, un “Master-Chef-speare”, un Amleto “take away” come uno street food d’asporto e di consumo immediato…

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Amore virtuale senza Ofelia

Se il principe danese sceglieva la follia per ritagliarsi orizzonti di libertà d’azione, rischiando però di essere schiacciato dalla sua stessa ossessione, la follia dell’Amleto contemporaneo è la cecità indotta dalla tecnologia, che ci porta a una pornografia di rapporti filtrati da uno schermo. In questo mondo di app, community virtuali, chat di emoticon, non c’è più posto per la poesia dell’amore puro, simboleggiato dalla bellezza di Ofelia, che viene respinta, forse anche per essere salvata. Amleto il folle, il dubbioso, con la paura della realtà, indossa la maglia numero 9 dell’Inter, un “centravanti” incompiuto della tradizione teatrale votato alla perdita.

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Le trovate sceniche sono di estrema poesia, come la vestaglia e i petali di fiori immersi in un secchio d’acqua per indicare Ofelia e la sua fine. Ogni movimento è calibrato, ma offerto con un’estrema leggerezza: al fianco di Berardi c’è la presenza visibile ma discreta della Casolari, una sorta di servo di scena o “custode” che porge gli oggetti, lo dirige, gli suggerisce pause e movimenti. Una figura delicata che fa da contrappunto all’energia muscolare di Berardi.

«Soffro, ma sogno» è l’incipit dello spettacolo. Sono i sogni che ci fanno sentire vivi, perché ci immergono in noi stessi e ci portano a “vedere” ciò che sentiamo. Amleto take away ci invita a cambiare paradigma: dalla tirannia della visione e dei simulacri dell’apparire, al sentire le vibrazioni della vita.


Amleto take away
di e con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
produzione Compagnia Berardi-Casolari e Teatro dell’Elfo
Teatro Elfo Puccini, Milano
fino al 9 dicembre 2018

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.