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I 10 fatti del 2023 che (forse) segneranno la storia

L'arresto di Matteo Messina Denaro. Le morti di Berlusconi e Napolitano. La liberazione di Patrick Zaki. Il femminicidio di Giulia Cecchettin. Nel 2023 sono successe queste e tante altre cose. Ma quali sono quelle che segneranno la storia?

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29 minuti di lettura

Appuntamento ormai tradizionale quasi quanto il discorso del Presidente della Repubblica, anche quest’anno torna il nostro bilancio di fine anno: quali sono stati i fatti del 2023 destinati a lasciare un segno nella storia? Dall’arresto di Matteo Messina Denaro alla liberazione di Patrick Zaki, dalle morti di Berlusconi e Napolitano alla tragedia di Cutro, dal femminicidio di Giulia Cecchettin alla guerra in Medio Oriente, le redazioni Attualità e Storia di Frammenti Rivista hanno tirato le fila dell’anno appena concluso. Ed ecco il risultato.

L’arresto di Matteo Messina Denaro (16 gennaio)

L’arresto e poi la morte di Matteo Messina Denaro, “U siccu“, l’ultima primula rossa, sanguinario capo mafia latitante per 30 anni, ha segnato sicuramente un cambiamento. Si chiude un’epoca e Cosa nostra cambierà. È un fenomeno complesso fatto di interconnessioni e relazioni. È il marcio della società, puzza, ma per troppo tempo si è preferito guardare altrove o turarsi il naso. L’arresto e la morte non chiudono la storia della mafia, la cambiano. Bisogna guardare al nuovo anno come un inizio di una nuova antimafia che sia civile, sociale, culturale e umana.

Nel gennaio del 1993, a Palermo veniva catturato Totò Riina, boss di Cosa nostra. Nel 2023, trent’anni dopo, e sempre a Palermo, è stato il turno di Matteo Messina Denaro, erede dello stesso Riina. L’arresto ha scatenato, in Italia e nel mondo, un grande caos mediatico. In molti, tra giornalisti e politici, hanno espresso orgoglio per un traguardo così importante, celebrando la vittoria dello stato contro la mafia e inneggiando alla “legalità” e alla “speranza” (nelle parole del presidente della regione Veneto, Luca Zaia).

È indubbio che questo sia stato un passo nella direzione giusta, così come è indubbio che il lavoro delle forze dell’ordine dietro a questa operazione sia stato encomiabile. Tuttavia, a una più attenta riflessione, l’arresto di Messina Denaro rivela verità quanto mai scomode: com’è possibile, nel mondo altamente sorvegliato come quello d’oggi, nascondersi per tre decenni dietro l’ombra di un falso nome? E com’è possibile muoversi in incognito nei propri luoghi natali, senza suscitare alcun allarme? Le risposte sono ovvie e al centro di tutte le perplessità avanzate al momento della cattura: Messina Denaro era protetto dal silenzio di chi lo circondava.

Più che una vittoria dello Stato, si può parlare del trionfo dell’omertà e della connivenza. Un criminale non c’è più, ma non si può dire lo stesso del sistema che lo supportava, che ancora serpeggia furtivo e impunito. Lodare tutti coloro che hanno partecipato alla cattura di Matteo Messina Denaro è di regola; ma, al contempo, non si può ingenuamente pensare che questa sia una vittoria, o perlomeno, una vittoria definitiva.

A cura di Giuseppe Vito Ales e Caterina Cantoni

Il terremonto in Turchia e Siria (6 febbraio)

È la notte tra il 5 e il 6 febbraio 2023 quando un terribile terremoto devasta con due scosse potentissime il sud della Turchia e il nord della Siria. L’epicentro, a Gaziantep, solo 90 km oltre il confine siriano, ha registrato una scossa di grado 11 della scala Mercalli. Il bilancio è catastrofico: quasi 58mila persone hanno perso la vita, più di 123mila sono state ferite e il numero degli sfollati sfiora quota 3 milioni, tra cui 850mila bambini. Per loro, l’odissea è solamente iniziata quando le loro case sono diventate macerie. Attorno agli aiuti per la popolazione civile, infatti, si è scatenata un’ampia polemica politica. In Turchia sono stati bloccati i profili social di chi critica il governo per la gestione della ricostruzione e i fondi sono pochi per via delle tremende condizioni economiche del paese (inflazione al 57%, PIL e debiti alle stelle). In Siria, invece, il terremoto ha colpito sia le aree governate da Assad sia quelle controllate dai ribelli: il governo di Aleppo ha cercato di indirizzare tutti i fondi nelle sue mani, cogliendo l’occasione per indebolire i ribelli, ma il prezzo l’hanno pagato ancora una volta i civili, chiusi in rifugi in condizioni igieniche precarie, flagellati per di più da una nuova, terribile epidemia di colera.

Se dopo una settimana ce ne eravamo già dimenticati, lo stesso non vale per chi l’ha subito. Ad essere danneggiate non sono state solo le abitazioni, ma anche interi settori del sistema produttivo, soprattutto in ambito agricolo. Anche nelle previsioni più ottimistiche ci vorranno decenni per tornare ai livelli precedenti al terremoto. L’aspetto umanitario non è secondario, con un numero di rifugiati enorme che sta affrontando il primo inverno in una situazione già disperata. Né la situazione della Turchia né quella siriana fanno pensare a possibili miglioramenti, e senza ingenti aiuti esterni (che finiscano nelle mani giuste) gli ultimi continueranno ad essere in balia degli elementi.

A cura di Andrea Potossi e Daniele Rizzi

La tragedia di Cutro (26 febbraio)

Il 26 febbraio 2023, a pochi metri dalla costa di Steccato Cutro, nel Sud Italia, un barcone si è schiantato contro gli scogli spezzandosi in due parti. Partito dalla Turchia, il caicco conteneva oltre 200 migranti provenienti da paesi come Afghanistan, Siria, Iran e Iraq. È la strage di migranti più emblematica dell’anno. Dopo i fatti, il 20 marzo 2023 è stato approvato un nuovo Decreto migranti che porta proprio il nome Cutro. Il decreto si occupa di disposizioni in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione illegale. Il cambiamento più importante lo ha subito la forma di protezione speciale, la quale non è eliminata ma ha avuto molte limitazioni. Intanto sulla strage di Cutro è in corso il processo contro gli scafisti sopravvissuti accusati di naufragio colposo e favoreggiamento all’immigrazione clandestina per cui il 28 novembre scorso l’Italia si è costituita parte civile.

Non abbiamo ancora smesso di interrogarci sul naufragio di Cutro – quanti morti effettivi ci furono, quali erano i loro nomi, come andarono incontro alla loro morte. Soprattutto, però, ci si è chiesto e ci si continua a chiedere: sarebbe stato possibile prevenire e agire proattivamente per evitare la strage? Da quella notte di febbraio, la ricerca di un colpevole ha impegnato l’intera sfera politica italiana, che si è abbandonata a una schermaglia di accuse variegate. Tra le dichiarazioni più riportate dai giornali vi è quella del Ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, il quale ha affermato che «La disperazione non può mai giustificare viaggi che mettono in pericoli i propri figli». Come se le 26mila vite spentesi in mare negli ultimi dieci anni non bastassero a ricordare che per alcuni fuggire è una necessità, non un capriccio.

Le vittime diventano, se non esattamente carnefici, almeno responsabili delle loro sciagure – un po’ come succede con gli stupri, dove spesso i politici e i media seguono una narrativa di deresponsabilizzazione del criminale e di colpevolizzazione della vittima. Avevamo forse già dimenticato il naufragio di Lampedusa, che nel 2013 contò più di 300 vittime? Colpevolizzare persone disperate, in fuga da guerra e stenti significa che, in realtà, la colpa è di chi la dà. Se da una parte è vero che bisogna estirpare le società criminali che organizzano spostamenti insicuri, dall’altra è ancora più vero che l’Italia, data la sua geografia, non può fingere che migliaia di corpi morti nelle sue acque non siano una sua responsabilità.

A cura di Alessandra Ferrara e Caterina Cantoni

Le morti di Berlusconi e Napolitano (12 giugno e 22 settembre)

Giorgio Napolitano ha attraversato la storia della Repubblica Italiana, ne è stato elemento organico. Giovane iscritto al PCI nel 1945, eletto per la prima volta alla Camera nel 1953 e parlamentare, con l’eccezione di una breve parentesi negli anni Sessanta, ininterrottamente fino al 1996. Il primo a rompere il tabù della rielezione alla Presidenza della Repubblica, carica che ha occupato dal 2008 al 2015, non di rado sopperendo con autorità ai partiti quando questi, spesso, hanno dimostrato di non bastare a sé stessi ed al paese. Proprio in questo periodo la sua storia si intreccia a quella di Silvio Berlusconi, imprenditore a suo modo visionario, certamente spregiudicato, leader carismatico. Sceso in politica forse per soddisfare un ego enorme, che lo costringerà a rimanere alla guida di Forza Italia anche quando forse sarebbe stata necessaria una svolta, forse per proteggere l’enorme impero mediatico e sé stesso da una magistratura con cui ha lottato per oltre trent’anni. Tre volte Presidente del Consiglio, nel 1994, nel 2001 e nel 2008, ha rincorso il sogno di diventare Presidente della Repubblica fino all’ultimo. Nel 2023 ci hanno lasciato due uomini che hanno segnato davvero la storia del Paese, in modi, direzioni e con toni diversi.

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Due simboli rispettivamente della prima e della seconda Repubblica, i due politici riunivano molte delle tensioni della nostra storia, fino alle evoluzioni più recenti. Se il vuoto lasciato da Napolitano è istituzionale e un po’ nostalgico, Berlusconi ha avuto un ruolo mediatico impressionante e forse senza pari per il nostro Paese (e non solo); la sua personalità esuberante, spesso inadeguata per gli incarichi ricoperti, sarà insostituibile per un partito costruito intorno a lui, a sua immagine e somiglianza. Non possiamo sapere se questo è l’inizio del declino di Forza Italia o il momento in cui saprà finalmente adattarsi a una situazione che cambia di giorno in giorno e che non può più ragionare come trent’anni fa.

A cura di Michele Corti e Daniele Rizzi

Le scure del re dei Paesi Bassi per la schiavitù (1 luglio)

Il 1° luglio il re Guglielmo Alessandro dei Paesi Bassi si è scusato per il ruolo svolto dal suo Paese nella tratta degli schiavi. Lo ha fatto in uno storico discorso, che si è tenuto ad Amsterdam, nei giardini di Oosterpark, in occasione dell’evento per commemorare l’anniversario dell’abolizione della schiavitù. «La schiavitù è il crimine più doloroso, degradante e umiliante» perché «considera le persone come merci, strumenti involontari per il profitto», ha sottolineato il re, aggiungendo che i Paesi Bassi sentono ancora “l’orrore” di quanto accaduto. Alla cerimonia commemorativa hanno assistito migliaia di discendenti degli schiavi del Suriname e delle isole caraibiche di Aruba, Bonaire e Curaçao. Il suo discorso è un’ammissione di colpa storico, che verrà ricordata a lungo nei Paesi Bassi.

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I passi verso un’effettiva liberazione dalle meccaniche coloniali che hanno fatto girare il pianeta per centinaia di anni sono anche questi, ma non bastano. Nei prossimi anni, in corrispondenza dei numerosi anniversi di indipendenza nelle ex colonie, possiamo aspettarci altre dichiarazioni di questo tipo, che faranno ripulire la coscienza degli ex Paesi colonizzatori – almeno per quanto riguarda l’età moderna. Ma tutto ciò avrà davvero un senso solo se sarà accompagnato da un’effettiva attività di progresso anche interna (raccontando, ad esempio, fin dai primi anni di istruzione il passato della propria nazione e la sua responsabilità nei confronti di schiavitù e sfruttamento economico) e di liberazione da ogni forma di dominazione. Possiamo aspettarcelo da tutti? Se quella del re neerlandese è almeno una presa di posizione, la situazione in Italia è buia. Ancora oggi più parti politiche negano le responsabilità e gli orrendi crimini italiani nelle sue guerre coloniali in Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia, portando avanti il solito trito mito degli “italiani brava gente” che ci fa dormire sonni tranquilli.

A cura di Agnese Zappalà e Daniele Rizzi

La liberazione di Patrick Zaki (20 luglio)

Abbiamo sofferto con lui durante la sua detenzione, abbiamo atteso ogni sentenza e sofferto ogni rinvio. Un percorso detentivo iniziato a febbraio 2020 e concluso con la condanna, il 18 luglio 2023, e solo un giorno dopo la grazia di al-Sisi. Infine, il 20 luglio, il ritorno alla libertà. Sono gli ultimi tre anni di Patrick Zaki, attivista egiziano incarcerato quando era studente del Master europeo in studi di genere “Gemma” a Bologna. Nella detenzione di Patrick Zaki ci siamo rivisti, come ogni persona che scrive, raccontando il mondo che lo circonda e condannando le ingiustizie. Zaki è stato liberato. Zaki è libero, ma un pensiero va a chi soffre quello che ha sofferto lui.

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Arrestato e incarcerato perché portatore di un pensiero “pericoloso”. Dopo aver trascorso più di seicento giorni nelle carceri egiziane in balia di interrogatori manipolati e vessazioni, Patrick Zaki ritrova la libertà, seppure non abbandonando la sua condizione di criminale per la legge egiziana. A luglio 2023, il tribunale lo condanna a tre anni di reclusione – sentenza capovolta dal presidente Al-Sisi, che gli concede la grazia. E così Zaki fa ritorno a casa, in Italia. La vicenda di Patrick Zaki non è la prima violazione del diritto umano al pensiero e alla parola, ma ha avuto enorme risonanza in Italia, soprattutto per la somiglianza con il caso di Giulio Regeni. Ci ha dato il modo di riflettere sulla facilità con cui è possibile piegare la legge per far applicare le proprie forme di giustizia, nonché sul disprezzo verso la libertà individuale e il desiderio di prevaricazione alla base di molti governi. Zaki era stato sin da subito definito un “prigioniero di coscienza”, perché si batteva per i diritti umani, quegli stessi diritti che anche a lui furono violati. Durante i mesi di detenzione, in molti si sono chiesti perché il governo italiano non agisse contrastando l’Egitto con delle sanzioni – del resto, l’aveva già fatto con la Russia e la Bielorussia. Nonostante ora Patrick Zaki sia libero, ancora ci si domanda se dei legami economici – come quelle intercorrenti tra l’Italia e l’Egitto – per quanto importanti, possono davvero surclassare le violazioni dei diritti umani.

A cura di Giuseppe Vito Ales e Caterina Cantoni

L’attacco di Hamas e la reazione israeliana (7 ottobre)

Il 7 ottobre l’attacco sferrato dal movimento armato palestinese Hamas dalla Striscia di Gaza contro Israele ha segnato l’inizio di una rappresaglia tra le più cruente nella storia recente. Ai circa 1.200 israeliani uccisi, tra militari e civili, nei kibbutz situati al confine con l’enclave sono seguiti oltre 18.500 palestinesi (dati al 14 dicembre) morti sotto i bombardamenti contro la Striscia o colpiti fatalmente dai proiettili di soldati e coloni israeliani in West Bank. La ritorsione israeliana si trova ora nella sua seconda fase, quella dell’operazione via terra dell’IDF che ha avuto inizio a fine ottobre e che ha portato i militari dello Stato Ebraico a penetrare nel nord della Striscia, a Gaza City e ad attaccare Khan Younis. Ora che la questione israelo-palestinese è, ancora una volta, tornata alla ribalta, l’opinione pubblica internazionale è polarizzata così come le posizioni assunte da diversi governi: dopo settimane di assoluto sostegno a Israele sulla base del suo “diritto a difendersi” USA e UE hanno iniziato a lanciare deboli appelli affinché l’esercito israeliano si impegni a ridurre le vittime civili nella Striscia. Joe Biden ha invocato pause umanitarie mentre il rappresentante statunitense nel Consiglio di Sicurezza ONU poneva il veto a una risoluzione che chiedesse un cessate il fuoco. L’opinione pubblica del sud del mondo, invece, si schiera per la maggioranza a favore della causa palestinese.

Eccolo. Il solito problema, la solita guerra, i soliti due che non riescono a fare la pace. Ma anche se stavolta il genocidio dei palestinesi è davanti agli occhi di tutti, dalle istituzioni nate per evitare che i deboli soccombano davanti ai grandi non sta arrivando una risposta adeguata. Quello che rischia di diventare un drammatico atto finale per il popolo palestinese potrebbe anche segnare un momento di disillusione collettiva e di aumentata sensazione di insicurezza: se l’ONU e l’UE sono incapaci di reagire di fronte a tutto questo, cosa possiamo aspettarci dal futuro? Ora dopo ora il conteggio dei danni e delle vittime aumenta, e non può non saltare agli occhi la differenza con cui anche i mass media stanno affrontando la vicenda rispetto all’invasione russa dell’Ucraina. In futuro le istituzioni, sovranazionali e non, dovranno trovare il modo di dare risposte concrete e immediate ai problemi del mondo, non solo per una questione etica, ma perché è l’unico modo in cui possono sopravvivere.

A cura di Francesca Campanini e Daniele Rizzi

Il femminicidio di Giulia Cecchettin (11 novembre)

Il 18 novembre, a una settimana dalla scomparsa, viene trovato il corpo senza vita di Giulia Cecchettin. Nel mentre, il coetaneo ed ex fidanzato Filippo Turetta è indagato per omicidio e si dà alla fuga oltre confine. Il 19 novembre l’accusato viene intercettato in Germania e nei giorni successivi estradato in Italia e posto in custodia cautelare. Dopo la cattura e l’arresto, durante i colloqui con il pubblico ministero, Turetta confessa di aver commesso il femminicidio. Dopo una settimana in cui ancora si sperava di trovare Cecchettin viva, la conferma della sua uccisione sconvolge l’Italia e porta decine di migliaia di persone in piazza a manifestare contro la violenza di genere e il patriarcato.

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Forse stavolta è iniziato qualcosa di diverso, è una coscienza diversa, e lo dimostrano le numerose manifestazioni e iniziative scaturite dalle notizie su Giulia. Non è dell’ambito legislativo che ci interessa parlare, al momento capace solo di prendere atto di una situazione ma non di andare verso provvedimenti radicali ed efficaci; a reagire è stata solo un’opinione pubblica che ha finalmente trovato le parole giuste per esprimersi senza risultare retorica, permettendo un contatto e una comunanza di intenti tra chi si è semplicemente indignato più del solito e ha deciso di fare qualcosa e chi fa invece attivismo e sensibilizzazione da anni. Solo con un fronte comune si potranno fare dei passi avanti verso la distruzione del patriarcato, una struttura la cui esistenza è negabile solo da chi è in assoluta malafede – e che, naturalmente, si trova in posizioni di potere grazie ad esso.

A cura di Francesca Campanini e Daniele Rizzi

Scontri a Parigi

Che la Francia sappia fare le rivoluzioni è noto dal 1789La forza la fa il gruppo, ci insegna, non il singolo: e lo abbiamo capito con le proteste a seguito dell’annuncio di una nuova riforma delle pensioni, in francese Réforme des retraites. Le proteste – capillari e spesso sfociate in episodi di violenza con decine di feriti e persone fermate – hanno avuto il culmine a marzo, ma per tutto il primo semestre del 2023 hanno monopolizzato il dibattito pubblico e politico francese. La riforma che ha infiammato la Francia è poi ufficialmente entrata in vigore il 1° settembre tra non poche polemiche. Le principali modifiche introdotte dal disegno di legge sono state l‘aumento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni e l’aumento del periodo minimo di contribuzione a 43 anni.

La riforma delle pensioni è l’ultima di una serie di provvedimenti del governo Macron che hanno suscitato clamore e violenza nel popolo francese. Città come Parigi, Marsiglia, Annecy, Nizza, Lille, sono diventate dei veri e propri campi di battaglia, dove sassaiole e bombe carta sono state al centro di pesanti scontri con le forze dell’ordine. Già a giugno, le proteste sembravano aver raggiunto il culmine dopo che un poliziotto ha ucciso, a Parigi, il diciassettenne algerino-marocchino Nahel. La reazione è stata enorme, e in molti non hanno tardato a comparare questa morte con quella dell’afroamericano George Floyd, assassinato per motivi razziali. Basterà la promulgazione delle leggi richieste dai cittadini? Se le città diventano teatri di rivolte così impetuose, significa che alla base ci sono problemi ben più radicati nel sistema – motivazioni non solo economiche, ma anche culturali.

A cura di Agnese Zappalà e Caterina Cantoni

Gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale

Nominata parola dell’anno dal Collins Dictionary, nel corso del 2023, dopo il lancio di Chat GPT nel novembre 2022, l’AI ha conosciuto uno sviluppo esponenziale ponendosi al centro del dibattito pubblico e dello scontro di potere tra i colossi privati del BigTech, Microsoft, OpenAi, Google e Tesla per lo sviluppo dell’AGI. Fatto chiave che chiude il 2023 è la firma in data venerdì 8 dicembre del primo accordo storico europeo dedicato alla regolamentazione dell’uso governativo dell’AI in un’ottica di crescente attenzione etica per i suoi impatti sulla società.

Anche molti scettici ormai si stanno accorgendo delle enormi potenzialità dell’intelligenza artificiale applicata al proprio campo. Ma finito il momento dell’entusiasmo comincerà quello della regolamentazione e della definizione di confini ben precisi entro cui utilizzare questo strumento straordinario ma limitato. Dobbiamo prepararci a un nuovo luddismo o sapremo collaborare con la novità al posto di combatterla? Mentre i più ottimisti vedono nell’AI uno straordinario aiutante o addirittura un miglioramento per la storia dell’umanità, dall’altra parte c’è chi teme forme più o meno complottiste una sostituzione degli esseri umani da parte dell’intelligenza artificiale. La soluzione sta come sempre nell’uso critico, perché come ogni invenzione così incredibile tutto dipenderà solo da come la utilizzeremo.

A cura di Alexia Buondioli e Daniele Rizzi

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Redazione

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