Ferrania, la fabbrica italiana di pellicole per il grande cinema e la fotografia


Roma città aperta, La ciociara, Accattone, oltre ad essere grandi film della storia del cinema italiano, hanno un’altra cosa in comune: sono solo alcuni dei grandi capolavori girati su pellicola a marchio Ferrania. Non è da meno il primo film italiano a colori, Totò a colori appunto, datato 1952, che ha inaugurato sugli schermi la tecnologia Ferraniacolor.

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1955 – Veduta dello stabilimento

Dalla nitrocellulosa a scopi bellici alla celluloide per il cinema

È difficile condensare in poco spazio la storia della Ferrania. Ancora più difficile scrivere in maniera impersonale quando l’argomento mi tocca da vicino, visto che entrambi i miei genitori ci lavoravano e io stessa ero occupata nell’indotto.

Intanto, già la nascita della Ferrania ha un che di singolare. Lo stabilimento nella omonima frazione di Cairo Montenotte, in Valle Bormida (Savona) fu concepito nel 1915 come espansione della SIPE, fabbrica di esplosivi e dinamite di Cengio, altro centro valbormidese, attiva dal 1903. Espansione resasi necessaria per far fronte alla richiesta da parte delle forze armate russe di un propellente – polvere B –, che la Francia smise di vendere all’esercito zarista all’inizio della Prima Guerra Mondiale. La fabbricazione di tale prodotto fu breve in quanto la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 decretò l’uscita della Russia dal conflitto.

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1933 – Festa di S. Luigi

Con le notevoli scorte di materiali esplodenti e chimici, nonché macchinari, si pensò alla riconversione iniziando a produrre nitrocellulosa, che a un grado minore di nitrazione, e insieme alla canfora come plastificante, da materiale esplosivo diventa pellicola. Nel 1917, grazie a un accordo con la francese Pathé Fréres, una delle maggiori case cinematografiche di allora, nacque la Fabbrica Italiana Lamine Milano (FILM). La fabbricazione del fotosensibile era assai complessa, la produzione e la commercializzazione della pellicola cinematografica iniziò solo nel 1924.

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1938 – Magazzino prodotti

L’attività crebbe rapidamente e nel 1932 la prestigiosa Cappelli, azienda milanese produttrice di lastre fotografiche in vetro, e la FILM siglarono un’intesa. Il marchio Ferrania diventò il leader italiano della produzione di materiale fotosensibile per il cinema, la fotografia, le arti grafiche e la radiografia.

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1955 – Reparto D, bobinatrice

Il periodo d’oro e il declino

È dal secondo dopoguerra che Ferrania vide il suo massimo sviluppo, grazie anche al successo della prima pellicola a colori realizzata nel 1947 in Europa, la Ferraniacolor. Dallo stesso anno, per quasi 20 anni, venne pubblicata la rivista Ferrania (per saperne di più clicca qui), mensile di fotografia, cinematografia ed arti figurative.

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Pier Paolo Pasolini sul set di “Accattone” con il direttore della fotografia Tonino Delli Colli

Cominciò il sodalizio con Cinecittà anche grazie alla migliorata qualità del supporto bianco e nero. Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Pier Paolo Pasolini, Alberto Lattuada, Steno, insomma i più grandi registi e i loro direttori della fotografia, si sono affidati all’azienda che all’epoca poteva concorrere con i colossi Agfa e Kodak, con i nuovi reparti in continuo ampliamento e una vera e propria città nata intorno a sé, con il villaggio residenziale per gli operai, il dopolavoro, le attività ludico-sportive e tanto altro ancora. Un’area che diventava negli anni via via sempre più estesa, tanto che i dipendenti vi si muovevano in bicicletta.

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1950 – Il gioco delle bocce

Nel 1964, l’azienda fu acquisita dalla multinazionale americana 3M, che investì molto nella ricerca promuovendo la nascita di nuovi prodotti e brevetti. Negli anni ’80, la 3M scelse di concentrare l’attività dello stabilimento sul settore fotografico e divenne il leader mondiale nell’imaging medicale. Nei decenni successivi, dopo vari passaggi di proprietà e cambi di nome, complice l’avvento delle nuove tecnologie digitali, la domanda di prodotti fotosensibili scese drasticamente, tanto da portare Ferrania al fallimento nel 2004.

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Una sala del Ferrania Film Museum

Il Ferrania Film Museum

È stato inaugurato il 15 settembre il nuovissimo e interattivo museo dedicato alla Ferrania, allestito nello storico Palazzo Scarampi a Cairo Montenotte, nelle cui stanze trovano spazio reperti come macchine, strumenti di misura, vetreria, quaderni di consegna, oggettistica di svariato tipo. Si aggiungono gigantografie a parete, pannelli modulari e schermi multimediali che illustrano i vari reparti, dal fotografico al radiografico, la luce e il buio dei reparti, la grande stagione del colore e del cinema, l’universo sociale della Ferrania, il Parco dell’Adelasia dentro cui sorse la grande fabbrica chimica.

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Uno dei pannelli esplicativi del museo

L’antropologo Gabriele Mina ha curato la parte scientifica e di ricerca del museo, coadiuvato da un prezioso team, tra cui Alessandro Bechis, già dipendente dello stabilimento e presidente dell’Associazione Ferrania Film Museum. Entrambi si sono resi disponibili a questa nostra intervista.

A 100 anni dalla nascita di Ferrania si è sentito il bisogno di non disperdere un grande patrimonio sociale e culturale. Com’è nata l’idea del museo e in che modo sono stati recuperati i reperti esposti?

Alessandro: L’idea del museo penso sia nata sul finire dell’epoca Ferrania, poco prima che subentrasse 3M. Sono stati trovati reperti già accantonati da quegli anni. È un’idea che è venuta ai lavoratori, prima che all’amministrazione, perché quando si è cominciato a capire che le cose andavano male, molti di noi hanno pensato a una possibile riconversione e, anche se un po’ controcorrente, all’eventualità di continuare a produrre pellicola nonostante il digitale avesse preso il sopravvento. Si ipotizzò anche di poter utilizzare parti della fabbrica dismesse, favorendo l’insediamento di attività pertinenti sempre al mondo dell’immagine.

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La sala cinema

Così non è successo ed alla fine non è restato altro che finalizzare il museo, per poter conservare questa grande storia. I reperti sono stati recuperati con un accordo che ha coinvolto più soggetti e sono stati concessi in comodato d’uso. Oltre a documenti, macchinari, materiale pubblicitario, abbiamo cercato di recuperare dalle attività fuori della fabbrica, dal dopolavoro ad esempio, che era un punto di aggregazione, ma anche di finalizzazione della pellicola, visto che vi era anche il cinema. Gli spazi del museo ci sono stati sempre un po’ stretti, abbiamo avuto la possibilità di poter usare i magazzini di giacenza come ulteriore luogo non solo di recupero, di salvaguardia dei beni, ma anche di restauro, di possibilità di un primo studio per poi avviarli alla valorizzazione, ed eventualmente anche al ricambio degli allestimenti museali. È un museo vivo, non solo perché è stata data grandissima importanza alle persone, ai lavoratori, alle loro professionalità, alla loro vita. C’è molto da scriverne ancora, raccontiamo storie nella storia. E questo lo rende vivo.

Un’altra sala del museo

Gabriele: Un supporto importante è arrivato da Fondazione 3M di Milano, storica istituzione che aveva cercato di recuperare e portare avanti l’eredità culturale, fotografica, comunicativa della stagione Ferrania 3M. Il suo archivio fotografico è uno dei più importanti d’Italia e testimonia gran parte della storia fotografica e cinematografica, italiana e non. Questo museo nasce dall’idea che il luogo dove le donne e gli uomini hanno lavorato al buio sulla pellicola, non dovesse rimanere privato. Un luogo che sapesse raccogliere memoria ma anche produrre cultura. Il museo non è solo un ricettacolo di reperti, di nostalgie e di rimpianti, come inevitabilmente lo è in una valle che ha perduto la sua fabbrica di riferimento, ma anche un luogo di studio, di produzione culturale, di festa, di incontro affinché non più “Ferrania” ma un certo modo di “sentirsi Ferrania” possa essere ancora avvertito.

«Chi accede, come ho fatto, ai reparti scuri nei quali si osservano le pellicole, senza esservi avvezzo, può sperimentare qualcosa come l’angoscia esistenziale e un principio di schizofrenia. Si ha l’impressione subitanea di sciogliersi in una luce rossa che divora tutto, tra corpi bianchi fluorescenti, con perdita dell’orientamento e dell’equilibrio fisico, capogiro, nausea e tendenza a svenire». Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1955

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1955 – Verificatrice pellicola cinematografica

Negli anni, la Ferrania non ha fabbricato soltanto pellicole, macchine fotografiche e prodotti di uso comune nel settore dell’immagine. Ci sono state delle lavorazioni particolari meno conosciute? Ho sentito parlare dei supporti per cinemitragliatrici per l’aeronautica militare, ad esempio.

Gabriele: Il settore del fotosensibile è quanto di più complesso ed articolato ci possa essere nella produzione chimica. Se nel nostro immaginario, il mercato di Ferrania è stata la pellicola per le nostre fotocamere e per il cinema, esisteva ed aveva una grande importanza la produzione di tanto altro supporto e macchine, dalle carte fotosensibili a tutto l’ampio, e poco conosciuto perché iper-specialistico, settore medicale. Anzi, bisogna ricordare che proprio nell’epoca 3M, il settore medicale è quello in cui la fabbrica raggiunge dei vertici assolutamente mondiali. La storia di Ferrania poi nasce dagli esplosivi con la “madre SIPE” ed incrocia la guerra: le pellicole erano richieste dall’aeronautica ed esistono i documenti ancora da studiare e valorizzare che certificano i rapporti tra la fabbrica e l’esercito.

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La pubblicazione relativa alle registrazioni magnetiche

Da non dimenticare anche la storia legata al magnetico, alle registrazioni sonore, tutto lo straordinario settore delle arti grafiche… forse pochi sanno che chi sfogliava Topolino o le Pagine Gialle in realtà sfogliava dei prodotti che nascevano dalle lastre elaborate dalla Ferrania. Per non parlare delle mitiche pellicole che dovevano immortalare le più invisibili particelle del Cern. Tutto il mondo che ci circondava era catturato in qualche modo da questa pellicola e nel mondo ci sono sia le guerre che le particelle invisibili, sia il primo giorno di scuola…

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Alcune delle pubblicazioni esposte

Ci sono delle strutture architettoniche nel complesso di Ferrania che sono poste sotto la tutela dei Beni Culturali in quanto significativi esempi di manufatti industriali del XX secolo. Cosa rappresenta questo vincolo per l’area?

Gabriele: Fin dai tempi di SIPE, negli anni ’20-30, con l’insediamento della fabbrica nelle anse del Bormida nascono questi straordinari edifici. Se all’interno dovevano rispondere a tutta una complessa architettura fatta di passaggi, di buio, di scambi di energia, all’esterno queste grandi aziende amavano avere dei segni architettonici di spicco. A Ferrania vi sono delle vere e proprie eccellenze, in particolare la centrale elettrica SIPE, che è un gioiellino liberty industriale realizzata da Cesare Mazzocchi, architetto milanese che lavorò anche a Cengio, e il dopolavoro, che nasce invece come progetto interno degli straordinari uffici tecnici della Ferrania. Questi due poli sono inseriti all’interno di un vero e proprio parco di architetture industriali notevolissime che comprende villaggi operai, edifici assolutamente riconoscibili e che univano in maniera straordinaria la funzione al segno estetico. Anche per questo la Sovrintendenza regionale ha deciso in questi anni, sulla scia anche del lavoro del museo, di porre il vincolo di conservazione alla centrale, al dopolavoro ma anche alla storica entrata della fabbrica, alla centrale interna, alla vecchia direzione.

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L’attuale stato di abbandono della centrale elettrica SIPE

Certo, il vincolo non significa salvare delle architetture, però allo stesso tempo dà un segnale forte e preciso sia all’attuale proprietà, che è la stessa che per ragioni diverse ha demolito tanti altri edifici, e anche un messaggio alla comunità: ereditiamo dal passato qualcosa di eccezionale, anche da questo punto di vista. Quegli spazi che ora noi guardiamo con melanconia e, a volte, con un certo fascino della rovina, in realtà si configurano come un parco archeologico industriale che quasi non ha eguali al mondo. E in altre realtà italiane ed estere questo patrimonio è stato aperto ed è diventato una risorsa reale, non solo un luogo di fantasmi come ora è Ferrania. Per dare slancio di tipo comunicativo a tutto questo, è nata l’iniziativa da parte di alcuni, col supporto di Ferrania Film Museum, di far partecipare la centrale elettrica SIPE alla Campagna “I luoghi del cuore” del FAI. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere 2.000 firme entro il 30 novembre 2018. Obiettivo ambizioso perché ambiziosa è l’idea, quella non tanto di salvare la centrale, che è un bene privato ed è difficile immaginare di intervenirvi sopra, ma fare in modo che quel cuore che trasmetteva energia elettrica alla fabbrica e a tutto quello che viveva intorno, torni a pulsare di vita. Non a caso, tra gli eventi inaugurali del Ferrania Film Museum, abbiamo allestito un itinerario guidato che ha permesso alle persone di tornare a camminare in quell’area.

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Orti di guerra. Negli anni ’40 i giardini fra i reparti vengono coltivati a grano

Il museo nasce su una base di reperti e anche attraverso la sfida molto difficile dal punto di vista museografico di racchiudere un universo fatto di numeri, chilometri, stese, tonnellate, nelle piccole stanze di un palazzo storico. Abbiamo però inteso costruire una filosofia museale aperta. Le persone che hanno deciso di donare a noi degli oggetti sono ovviamente graditissime e sono nostre grandi amiche, ma forse ancora di più lo sono quelle che in questi anni ci stanno dando memoria, testimonianza, linguaggio, volti, perché è una storia che si costruisce insieme. La fabbrica che è stata così brutalmente chiusa non può essere restituita dal museo. È da quando abbiamo iniziato questo percorso con Alessandro che spesso torna nei nostri discorsi la parola “ferite”. Noi le ferite non le possiamo ricucire, possiamo lavorare su parole, immagini, memoria e restituire un senso di appartenenza che rischia di disintegrarsi tanto quanto le architetture. E questo noi non vogliamo permetterlo.

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La stazione di Ferrania

Ci sono i presupposti perché si possa realizzare a Cairo-Ferrania una “cittadella della pellicola”?

Alessandro: Come il museo, anche la cittadella della pellicola è un pensiero nato ancor prima della chiusura. Se non si poteva immaginare, dentro le mura della fabbrica, una riconversione intelligente, come era successo 90 anni prima con SIPE, si poteva almeno ideare una cittadella della pellicola fuori le mura. Ovviamente il punto di riferimento diventava proprio Cairo, dove poi è nato il museo, perché la frazione di Ferrania non permetteva di sviluppare il progetto come si doveva. Ci stiamo credendo molto, non solo a livello di associazione che ha preso in mano la gestione del museo – associazione che cercheremo di trasformare in fondazione, soluzione più consona alla grandezza di questa storia –, ma pare ci creda anche la nuova amministrazione comunale.

L’inaugurazione alla presenza del sindaco di Cairo, Paolo Lambertini

Dopo l’inaugurazione dei giorni scorsi, partiremo a un basso regime per poter pianificare e non fare il passo più lungo della gamba, ma credo si possa realizzare. Quando mettemmo giù l’ipotesi di un calendario eventi, le parole che risuonavano spesso erano “coinvolgimento” e “partecipazione”. Se riusciamo, continuando su questo percorso, a coinvolgere anche chi non ha mai masticato nulla di Ferrania, ne può venire un bene per la cittadina di Cairo e per tutto il circondario. Credo che valga la pena percorrere questa strada.

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La teca esterna del museo

Frammenti ringrazia Gabriele Mina e Alessandro Bechis per la disponibilità e per le immagini a corredo di questo articolo.

Gli eventi inaugurali hanno avuto una grande partecipazione di pubblico, un riconoscimento per tutti coloro che hanno contribuito a concretizzare l’idea del museo. Sorprendenti ed emozionanti le lettere indirizzate al direttore di produzione, l’ing. Luigi Schiatti, vera e propria istituzione e simbolo dell’azienda dal 1925 per 40 anni, ritrovate negli archivi e lette da Alessandro Marenco – già dipendente Ferrania, nonché valente scrittore valbormidese –, coadiuvato da Gabriele Mina, nella serata di venerdì 14 settembre.

Affinché non si perda il lavoro, l’impegno e la dedizione di intere generazioni, è importante visitare il museo. Non solo per chi ha già memoria di cosa è stato l’universo Ferrania e la storia sociale del suo territorio, ma anche per chi questo mondo non lo ha mai conosciuto e può scoprirlo con uno “sguardo sensibile”, esattamente come il museo è «sensibile alle storie, alle intelligenze, ai percorsi di ricerca».

Ferrania Film Museum
Palazzo Scarampi, Piazza Savonarola, Cairo Montenotte (SV)
www.ferraniafilmmuseum.netferraniafilmmuseum@gmail.com

Lorena Nasi

Grafica pubblicitaria da 20 anni per un incidente di percorso, illustratrice autodidatta, malata di fotografia, infima microstocker, maniaca compulsiva della scrittura. Sta cercando ancora di capire quale cosa le riesca peggio. Ama la cultura e l'arte in tutte le sue forme e tenta continuamente di contagiare il prossimo con questa follia.
Lorena Nasi
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