Storia di una guerra e di uno stupro:
“La ciociara” di Alberto Moravia

ciociara

Nel 1957, un decennio dopo la fine della seconda guerra mondiale, Alberto Moravia pubblica il romanzo La ciociara. La trama dell’opera è piuttosto semplice: siamo in Italia, nell’anno 1943, Cesira, una negoziante vedova piuttosto spregiudicata, è costretta a fuggire da Roma con la figlia di diciotto anni, Rosetta. E’ proprio la madre in prima persona a raccontarci la loro esperienza: abbandonata la propria bottega – ma sicura di potervi fare ritorno entro poche settimane – la donna si dirige con la figlia verso Vellecorsa, in Ciociaria, dove è convinta di poter trovare rifugio nella casa dei propri genitori. Tuttavia, il treno che trasporta lei e Rosetta si ferma nel paesino di Fondi: qui le due protagoniste vengono a contatto con i contadini del luogo e sono accolte insieme ad altri sfollati in alcune piccole capanne. La vita della campagna è semplice e rurale, soprattutto agli occhi di due donne di città come Cesira e Rosetta: i nove mesi trascorsi tra i braccianti e i fuggitivi sono caratterizzati da una forte monotonia, interrotta solo dalla paura per le bombe lanciate dagli aerei e dalla mancanza di cibo, che diventa via via un bene sempre più prezioso. Durante questo insolito soggiorno madre e figlia fanno la conoscenza di vari personaggi, tra cui possiamo ricordare Michele, un giovane laureato antifascista e piuttosto idealista con cui stringono subito un forte legame di amicizia. In questi lunghi mesi di esilio l’arrivo degli inglesi sembra essere l’unica speranza di salvezza, ma proprio nel momento in cui Cesira e Rosetta pensano di poter far ritorno a Roma in sicurezza, le due vengono attaccate da un gruppo di marocchini: il risultato di questo scontro impari sarà lo stupro della piccola Rosetta, che da questo momento subirà una vera e propria metamorfosi.

Questo episodio, seppur descritto nella seconda metà del libro, è il punto centrale dell’opera; scrive infatti Moravia al riguardo in una lettera al suo editore del 1956: “Il titolo resterà ‘La Ciociara’ benché il titolo più appropriato sarebbe ‘Lo stupro’. Anzi addirittura, alla maniera classica ‘Lo stupro d’Italia’, come a sottolineare non solo la violenza sulla ragazza, ma lo stupro di un intero paese causato dalla guerra. Sempre al suo editore, l’autore propone per la copertina del romanzo un’opera di Picasso – per esempio un dettaglio di Guernica – oppure di Goya, in modo da far comprendere immediatamente al lettore quali siano i temi trattati, ovvero gli orrori della guerra.

Va inoltre evidenziato come il romanzo sia fortemente autobiografico: sebbene sia difficile identificare Moravia con Cesira – un personaggio sicuramente molto distante dallo scrittore – un’esperienza simile fu vissuta anche dell’autore che, nel settembre del 1943, per fuggire dalla violenza della guerra si rifugiò con la moglie Elsa Morante sui monti della Ciociaria, dove restò per otto mesi, in modo analogo a Cesira e Rosetta. Si tratta di un avvenimento fortemente traumatico per lo scrittore, che lo ricorda come uno dei momenti peggiori della propria vita insieme agli anni in cui, durante l’infanzia, fu colpito dalla tubercolosi.

moravia

L’esperienza personale dello scrittore vieni quindi ripresa ampiamente nel romanzo: solo Cesira, Rosetta e Michele sono personaggi inventati, tutti gli altri si legano infatti in qualche modo agli sfollati conosciuti da Moravia durante il suo esilio sulle montagne. Nonostante lo scrittore abbia affermato che durante il periodo passato sui monti romani il suo unico pensiero fosse la sopravvivenza, e non di certo la scrittura, alcuni testimoni assicurarono di aver visto più volte Moravia alle prese con dei quadernetti sui cui era solito annotare qualcosa, forse dettagli poi tornati utili per la stesura dell’opera.

Il primo capitolo del romanzo venne scritto dall’autore nel 1946; Moravia tuttavia non seppe inizialmente come continuare la narrazione, forse intimidito dai fatti ancora troppo vicini che aveva vissuto in prima persona e sicuramente molto impegnato a causa delle sue attività giornalistiche, narrative e cinematografiche. Il romanzo fu quindi completato soltanto dieci anni dopo la guerra, quando lo scrittore ebbe modo di prendere le distanze e poter riflettere in modo più distaccato sull’accaduto.

Moravia si nasconde quindi dietro a Cesira, seppur da lui così diversa, per raccontare gli avvenimenti e le sensazioni della guerra da lui sperimentati. Tutti gli eventi narrati sono visti attraverso gli occhi – spesso ingenui, spesso fin troppo furbi – della donna; di conseguenza, ogni personaggio che il lettore incontra durante il romanzo viene filtrato dal giudizio di lei, a partire dalla figlia Rosetta – descritta come una ragazza pura e religiosa – fino ad arrivare a Michele – l’intellettuale che la donna non riesce a comprendere sempre a fondo nonostante l’affetto che li lega.

Nonostante la storia sia ricca di sentimenti, il tema dell’amore non viene mai toccato: Cesira è totalmente distaccata dal marito ormai morto per cui – già dalla nascita di Rosetta – non provava più attrazione, il suo unico amore sembra essere infatti quello per la sua bottega e la sua “roba”; la figlia, educata dalle suore, è casta e dedita solo alla preghiera e all’obbedienza per la madre, anche se questa fragile educazione religiosa vacillerà presto; mentre il giovane Michele sembra non avere attenzioni che per i suoi libri e soprattutto per le sue idee e i suoi princìpi.

cesira

Lo scrittore dà voce alla donna utilizzando un linguaggio popolare, schietto, privo di fronzoli e spesso dialettale. Nella mente del lettore sembra proprio Cesira, e non più Moravia, a ideare e raccontare la (sua) storia: la lingua utilizzata – soprattutto nel primo capitolo – rispecchia pienamente la determinatezza e per certi versi la “virilità” della donna, che in più di un’occasione si lascia andare a delle volgarità. Proprio questo linguaggio così diretto che caratterizza e rende veritiera l’opera non è stato del tutto compreso dalla critica, tanto che quando il primo capitolo del romanzo fu pubblicato su di una rivista, Moravia venne denunciato per oscenità, vincendo però poi la causa.

Se la lingua di Cesira semplifica la narrazione, una parte piuttosto ostica è quella centrale, in cui le due donne, segregate sui monti della Ciociaria, trascorrono le giornate in un costante stato di noia. Questa monotonia viene trasmessa efficacemente anche al lettore attraverso lunghe pagine in cui vengono descritte varie azioni quotidiane ma in cui, in fin dei conti, non succede nulla. In questo modo anche chi legge, seguendo le semplici vicende delle donne e dei contadini, può constatare quanto la guerra possa essere portatrice non solo di violenza e paura, ma anche di tedio e ripetitività: gli sfollati in campagna non possono fare altro che aspettare che qualcuno – per alcuni gli inglesi, per altri i tedeschi, per altri ancora non importa chi – ponga fine alla guerra. Inoltre il lettore può, in queste pagine centrali del romanzo, conoscere sempre di più Cesira e Rosetta, capendo poi nella parte finale quanto la guerra abbia trasformato entrambe in soli nove mesi. “Quella lentezza accresce i valori e gli effetti dell’ultima parte” dice Bompiani, l’editore di Moravia. E lo scrittore aggiunge: “[…] questa attesa delle truppe alleate, questo vivere sempre all’aperto immersi nella natura, questa solitudine formavano intorno a me un’atmosfera insieme disperata e piena di speranza che non ho mai più ritrovato da allora. O meglio sì, l’avevo provata in un altro momento estremo della mia vita, durante gli anni del sanatorio. Anche lì avevo aspettato qualche cosa in condizioni di sofferenza. E questo qualche cosa che aspettavo era in fondo la stessa cosa, allora come adesso. La fine di una condizione malsana e dolorosa, il ritorno alla normalità.”

Come già detto, oltre alla guerra il punto centrale della narrazione, seppur collocato nella parte finale del romanzo, è lo stupro. Le due donne vengono infatti attaccate da una banda di stranieri e sarà in particolare la piccola Rosetta – di diciotto anni d’età ma descritta ancora come una bambina per i suoi comportamenti – a subirne le maggiori conseguenze dal punto di vista psicologico: non sarà più da questo momento la ragazzina perfetta e comprensiva, ma una donna disinibita, annoiata, priva di valori e di affetti. Il dolore è però anche quello di una madre che non solo si vede sporca per aver ceduto alle lusinghe di un corteggiatore prima della partenza da Roma, ma considera distrutta dal peccato anche una figlia che considerava “una santa”. A rendere lo stupro un avvenimento ancora più sconvolgente è la collocazione dell’evento: le donne vengono attaccate proprio quando pensano di essere salve e di poter tornare finalmente a Roma, e il tutto accade in una chiesa, “sotto gli occhi della Madonna”, come dirà Cesira.

Il romanzo è stato poi riproposto nel 1960 in una versione cinematografica diretta da Vittorio De Sica; è celebre l’interpretazione dell’allora ventiseienne Sophia Loren, che vinse proprio grazie a questo film il suo primo Oscar.

Si tratta in conclusione di un’opera in grado di far riflettere in modo semplice e genuino su un tema complesso come la vita durante la guerra, facendo emozionare il lettore che non può non empatizzare con le due donne protagoniste.

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