Future Film Festival 2018: «Unsane», di Steven Soderbergh

Unsane, presentato in anteprima al Future Film Festival 2018, è l’ultima stranissima pellicola di Steven Soderbergh.

Un film tanto veloce a presentarsi come thriller, quanto lesto a divenire horror. Valido a patto di accettare come citazioni le molteplici riprese da altre più (e spesso meno) note opere, e soprattutto valutando gli esperimenti tecnici da cui Soderbergh pare ormai rapito (vedasi la sua ultima serie e app Mosaic) come vero motore narrativo della vicenda.

Soderbergh

Una paura da manicomio

Claire Foy recita tremando. Le riesce bene, a tratti quasi magistralmente. Ma forse non tutto viene dalla sua capacità. Forse è il racconto che pone in scena, il personaggio che interpreta, le maschere che incontra, a spaventarla a tal punto da renderla dentro e fuori, quasi intrappolata, in una vicenda sempre più complessa ed accelerata.

Lei è Sawyer Valentine, un «nome sexy» che le viene suggerito a un certo punto, quasi sussurrato come una nota d’amarezza a margine di un thriller che di sensuale avrà solo questo. Perché la storia della povera Sawyer, rinchiusa per errore in un manicomio forse gestito dallo Stalker che la perseguita da anni, ci impiega qualche minuto a rivelarsi un horror psicologico costruito sul sodalizio tra la sua protagonista e lo spettatore.

I dubbi di Sawyer diventano infatti nostri: dubitiamo con lei, ci chiediamo se abbia senso quest’esilio, questa paura che la (ci) irrigidisce ogni qual volta il volto del suo stalker si sovrappone a quello dei medici che l’accerchiano come squali.

Un gioco di facce confuse e fuori fuoco, pronte a stabilizzarsi solo nel momento in cui cade il palco, sfuma il thriller, compare l’horror e accelera la narrazione. È qui che il film guadagna un valore narrativo, proprio quando abbandona le molteplici riprese di altri più noti racconti (Secret Window, Shutter Island e molti altri), dandoci la possibilità di sperimentare paure nuove e convulse, costruite con l’abilità di chi non vuole lasciar respirare mai lo spettatore. Così il montaggio viene liberato dal proprio complesso ruolo di accerchiatore e messaggero della vicenda, per confondersi con l’innumerevole quantitativo di eventi che, come in un Die Hard medico, ci trascina in una lunga apnea alla conclusione della quale i volti confusi e scioccati saranno quelli di Claire Foy e del suo pubblico.

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Una spaventosa comicità

Non è però solo il comparto orrorifico a lasciare lo spettatore piacevolmente sorpreso dell’ultima opera di Steven Soderbergh, la quale invece dona il proprio meglio nella convergenza di differenti, e quasi sempre efficaci, tipologie di ironia e humor.

Ci si trova infatti piacevolmente accolti da un ambiente, quello del manicomio, che, in una comunque sempre presente inquietudine, viene presentato anche sotto una lente comica decisamente intelligente. Dunque ci spaventiamo, forse a tratti allunghiamo l’apnea oltre il limite permesso dal corpo, ma, come piccole ricompense disseminate lungo la pellicola, riusciamo a distenderci tra un sorriso scaturito dalla straniante “dolce” premura di uno stalker assassino e una risata figlia dello splendido cameo di Matt Damon.

Tanti piccoli particolari capaci di collaborare tra loro in un film che, sfruttando il plot forte e interessante, trascina lo spettatore in svariate sperimentazioni incatenate tra loro in un insieme di piacevolezza narrativa e sperimentazione tecnica. 

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Quando il futuro è in tasca

Era il 2013 quando Steven Soderbergh annunciò il suo ritiro dal mondo del cinema. Un’insieme di stanchezza personale e frustrazione artistica, esplicitata più volte con parole sprezzanti verso i produttori e gli Studios, furono le ragioni al centro di quella che ora, con l’uscita di Unsane e Logan Lucky, si rivela essere stata una pausa quanto mai fruttuosa.

Il ritorno, decisamente apprezzato da pubblico e critica, si rivela ispirato da un’attenta riflessione sul futuro del medium cinematografico. L’idea di girare Unsane con l’ausilio di un paio di Iphone e qualche stabilizzatore, per quanto non nuova nel panorama contemporaneo, definisce infatti con chiarezza il tentativo del regista di instaurare un cinema che rifletta su ciò che lo aspetta e sulle proprie possibilità. Le immagini schiacciate riprodotte dalle lenti Apple ci raccontano una storia non finalizzata all’emulazione dello sguardo umano, quanto invece interessata a dimostrare la totale assuefazione di questo al nuovo occhio dello smartphone.

Lo spettatore potrà forse trovarsi confuso durante i primi minuti di film, notando velocemente la lontananza tra la tipologia di immagini proposte e qualunque altro prodotto filmico; ma è con il passare di questi minuti che il tutto si acquieta e stabilizza. Dopotutto, quelle immagini così strane per lo schermo del cinema non sono altro che il pane quotidiano di chi tra noi, ovvero tutti, maneggia quotidianamente la fotocamera del proprio telefono.

È la stessa lente con cui facciamo selfie, dirette facebook e storie instagram, innalzata qui però ad un nuovo scopo; delineare storie, racconta paure, divenire arte e, forse, rubarsi lo schermo di un cinema in costante cambiamento.

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Dunque non solo un film girato con l’Iphone, ma anche un buon film girato con l’Iphone. Capace di mostrare (diciamo pure confermare) le possibilità artistiche e professionali di un oggetto così quotidiano. Sfruttato nella sua leggerezza per creare scene sgranate, confuse quanto la storia che narrano, e a volte abbandonate ad una volontaria scarsa stabilizzazione dello strumento. La camera sembra infatti ballare, muoversi fuori dal controllo del proprio regista, il quale invece, unendo mockumentary e cutscene da videogame, pone lo spettatore davanti a sconclusionati cambi di posizione e strani giochi di prospettiva.

Tutte illusioni e sperimentazioni di un cinema che, nella propria transizione, vale la pena di visitare con la paura e la curiosità instillata dai suoi folli autori.

Alessandro Cavaggioni
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