Future Film Festival 2018: «Insects», di Jan Svankmajer

È con il folle surrealismo di Jan Svankmajer che la ventesima edizione del Future Film Festival di Bologna apre le proprie imprevedibili danze. Poche, pochissime, le scene necessarie per riconoscere la marca dell’autore praghese, il quale però, nonostante gli 83 anni sulle spalle, si dimostra ancora abile a mutare se stesso ed il cinema circostante.

Svankmajer

Un treno di insetti ed LSD

Esattamente come il suo “gemello cileno” Jodorowsky, Jan Svankmajer ha affidato la produzione della sua ultima opera al nuovo modello di mecenatismo dal basso, permesso dalla piattaforma di crowdfunding Indiegogo. Il progetto, realizzato infine in 5 anni di lavoro e con un budget di $305,927 USD, si basa sul non-adattamento di un adattamento (non dimentichiamoci che stiamo parlando di un surrealista)  della pièce teatrale The insect play, dei fratelli Josef e Karel Capek. Ovviamente la trama è l’ultima caratteristica su cui soffermarsi. Ciò a cui assistiamo è difatti un delirante treno di attimi allucinogeni, in cui personaggi, quasi totalmente privi di storylines incrociate, parlano da soli verso un interlocutore assente, un grande protagonista fuori campo che forse siamo noi, abbandonandosi a traumi e drammi tanto personali quanto universali.

Una storia con al centro insetti umanoidi ed umani insettoidi, gli uni occupati a scambiarsi le folli maschere degli altri, il tutto in una cornice inevitabilmente kafkiana. Insomma: surrealismo e follia. Svankmajer vecchio stampo, seppur con qualche apprezzata variazione sul tema.

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La linea sottile tra metamorfosi e maschera

Gli insetti vengono inizialmente introdotti come immagini subliminali tra il titolo e le scene d’apertura, l’impatto visivo dà inizio a una lenta e composta transizione dal disgusto all’accettatazione. Ciò permette allo spettatore di immedesimarsi con allucinazioni talmente potenti e patetiche da indurlo a verificare il suo essere ancora umano. La mutazione sembra però non giungere mai a livello fisico, lasciandoci dunque alla nostra umanità e, soprattutto, al piacevole gioco della maschera. È esattamente lo stesso godimento in cui appaiono immersi i protagonisti di questa folle storia; a volte confusi e fuori d’ogni realtà, poi invece impegnati in qualche fine presa in giro dell’ambiente attoriale e del noto maestro di recitazione Stanislavskij. Realtà e finzione nel gioco del surrealismo Praghese.

La riflessione sulla metamorfosi viene però allargata, lasciando che la pellicola si espandi su livelli narrativi differenziati da diversi gradi di realtà. Abbiamo la rappresentazione di una rappresentazione, ovvero la storia che vede al centro una compagnia teatrale impegnata a preparare uno spettacolo, la messa in scena di quest’ultimo, ed infine le “vere” dietro le quinte. Il film si rivela come tale, remando contro le teorie Baziniane e lasciando che sia il regista stesso, Svankmajer, a parlare a noi, senza paura di porre in campo microfoni, cavi e strumentazione varia. Inutile dire che anche quest’ultimo livello di realtà mostra il fianco ad un’interpretazione atta a smascherarne un certo grado di falsità e un ritorno alla maschera.

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Tornano così tutti i caratteri tipici dell’autore, ancora connessi tra loro in un insieme colmo e privo di senso. Tra questi è l’esagerazione del suono ad accogliere lo spettatore, e certamente a scandalizzare (e forse assordare) il neofita impreparato. Gli orologi, eredità di Alice, primo disturbante cortometraggio ormai trentenne, riprendono così a ticchettare, ripetendo a tal punto se stessi da muovere e cambiare il tempo e il ritmo di scene lontane da quelle in cui appaiono. Il gioco di comunicazione, tra personaggi e personaggi, tra questi e loro stessi e infine tra una scena e l’altra, arriva dunque ad affinarsi, permeando ogni singolo livello di realtà proposto e introducendo una nuova linea narrativa: quella abitata dal suono e dai sensi. 

Un film-esperimento, abitante di quelle terre in cui l’arte è assieme utile e inutile, condivisibile ed inarrivabile, vecchia ed eterna. La perfetta casa del suo autore e la perfetta dimora di ogni suo spettatore.

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Il paradosso del futuro senza età

Potremmo riflettere a lungo sul paradosso osservabile nella volontà di aprire un festival dedicato al futuro e all’innovazione con un autore non decisamente giovane, trovandoci però, forse non così sorprendentemente, incastrati in vie sempre più strette e sperdute. Perché nonostante la retorica del «nuovo che avanza», sono tuttora i grandi maestri del secolo passato a illuminare il più probabile dei futuri della settima arte. Ancora capaci di insegnarci a osservare il mondo e forse addirittura il futuro. Dopotutto fu George Miller, classe 1945, a consegnarci la più recente rivoluzione in materia di action post moderno (Mad Max – fury road, 2015); è stato Spielberg, classe 1946, a presentare al mondo una storia profonda e ben architettata sui pro e i contro della realtà virtuale (“Ready Player One”, 2018), portando al centro questioni talmente divise tra presente e futuro da non possedere ancora il proprio giusto foro di discussione. Foro modellato e permesso ora sugli schermi di autori senza tempo. Mostri sacri a cui annoveriamo quest’oggi, sottoscrivendo in realtà quanto già sbraitato da altri critici negli ultimi decenni, il surreale alchimista Jan Svankmajer. Abile non solo a tirare le somme di una poetica ormai più che maggiorenne, ma anche di innovarla con nuove tecniche ancora una volta al limite tra tecnologia, magia oscura ed un pizzico di surreale follia alchimista.

Alessandro Cavaggioni
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