Giugno 1965 – Giugno 2015: a cinquant’anni
dal tour italiano dei The Betleas

Nel giugno 1965 i The Beatles approdarono in Italia con un tour che toccò Milano, Genova e Roma: prima e ultima volta per le città italiane.

Con temperature che sfioravano i 35 gradi, i due presentatori Rossella Como e Lucio Flauto e diversi gruppi supporters (Le Ombre, Guidone e gli Amici, Angela, i New Dada, Fausto Leali e i Novelty, Peppino Di Capri e i Rockets) anticiparono dal vivo i concerti di John, Paul, George e Ringo. Proprio Di Capri ricorda un pubblico molto educato, diverso da quello universalmente noto grazie ai classici filmati di ragazzine isteriche e urlanti nell’estasi della devozione verso i Beatles.

Giovedì 24 giugno i quattro ragazzi di Liverpool cominciarono il tour italiano suonando al Velodromo Vigorelli di Milano (22.000 posti a sedere) con Peppino di Capri, che aprì i loro concerti in tutte le esibizioni italiche. Fecero il loro spettacolo sia di pomeriggio sia di sera, registrando rispettivamente 7.000 e 20.000 spettatori, che pagarono 1.000 lire a biglietto. 

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Il concerto durò 45 minuti e vennero suonati 12 brani classici: Twist and Shout, She’s a woman, I’m a loser, Can’t buy my love, Baby’s in Black, I wanna be your man, A Hard day’s night, Everybody’s trying to be my baby, Rock and roll music, I feel fine, Ticket to ride e Long Tall Sally.

Il giorno seguente si esibirono al Palasport di Genova, dove solo 7.000 spettatori presenziarono allo spettacolo del pomeriggio.

Domenica 27 e lunedì 28 giugno i Fab Four proseguirono il tour al Teatro Adriano di Roma, ma i due live furono un flop: il concerto pomeridiano vide praticamente un deserto e solo le prime file erano state riempite, probabile aggravante fu il prezzo del biglietto che raggiungeva le 3000 lire.

Il grande successo mondiale in quel momento non aveva ancora sfiorato l’Italia: la Beatlemania scoppio più avanti, soprattutto nella moda, nella vendita di chitarre – il basso Hofner di McCartney andava a ruba – e nell’ambito del pop italiano, dove si concretizzerà con una ventata di novità.

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Ma come è possibile che nel 1965 la Beatlemania, almeno in Italia, non fosse ancora fiorita? I fantastici quattro avevano alle spalle nove 45 giri da numero uno, quattro album (Please Please me, With the Beatles, A hard day’s night e Beatles for sale) e un film (A Hard day’s night), e, come se non bastasse, dieci giorni prima del concerto di Milano era stata incisa negli Abbey Road Studios la versione definitiva di Yesterday. Orami da un anno e mezzo gli Stati Uniti erano ai loro piedi. Inoltre la marijuana era entrata nelle loro vite passando dalla porta della suite all’ultimo piano del Delmonico Hotel su Park Avenue 59th di New York, offerta da Bob Dylan in visita privata; sempre Dylan li spingerà nella primavera del 1965 verso l’LSD. L’assunzione di stupefacenti si rifletté sulla loro produzione musicale: dal dicembre 1964 al dicembre 1965 pubblicarono tre album (Beatles for sale, Help e Rubber Soul) che segnarono un vero e proprio percorso evolutivo. Di questa esplosione innovativa nell’Italia del 1965 era arrivata solo una lontana eco: dal punto di vista musicale non c’erano ancora i mezzi per comprendere la rivoluzione che i Beatles stavano portando nella storia della musica.

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Oltre al mancato tutto esaurito, nella nostra penisola conquistarono un posto nelle riviste dell’epoca solo come fenomeno di costume, non come gli stratosferici musicisti che erano. Anche per questo dalle biografie dei Fab Four non trapela più di un accenno al loro tour italiano. La distanza da quello che accadeva nel resto del mondo era troppo ampia: infatti, il 15 agosto, allo Shea Stadium di New York tennero il concerto più famoso della loro storia.

biglietto-vigorelliIn Italia la casa discografica dei Beatles, la Carish, fu esortata a pubblicarli proprio da Peppino di Capri, che ne aveva precedentemente ascoltato i provini; il primo tempo dei loro show in tv veniva così chiuso da Di Capri stesso su richiesta della Carish. Ma i quattro ragazzi che erano primi in classifica in tutto il mondo non riuscivano a esserlo in Italia.

Dietro questo incredibile azzardo – che passò alla storia sebbene i concerti non fecero sold out – ci fu il fiuto dell’impresario Leo Wachter (1922-2000): ebreo polacco, profugo, partigiano, antifascista, organizzatore di molti eventi benefici e concerti (tra cui Who, Jimi Hendrix e Rolling Stones) e patron del teatro Ciak di Milano.

Anche se questo tour ha assunto negli anni grande rilevanza storica, non è ricordato come qualcosa di fenomenale da chi lo ha vissuto da spettatore o da addetto ai lavori: addirittura, la Rai non solo non inviò nessuna telecamera a seguire i live, ma sostenne la volontaria assenza affermando:«Questi qua, tra tre mesi son finiti».

 

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Nicole Erbetti

 

 

 

 

 

Redazione

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