“La grande scommessa”:
il Vietnam economico
di cui portiamo i segni

di Rosa Fioravante.

The Big Short (per gli spettatori italiani: La Grande Scommessa) racconta, attraverso la storia di alcuni investitori che lo avevano predetto, il crollo del sistema finanziario costruito sul mercato immobiliare statunitense.

Adam McKay – alcuni lo ricorderanno per l’esilarante Anchorman – sa che questa pellicola è densa di parole incomprensibili al grande pubblico (mutui subprime, credit default swap, CDO ecc.) e riesce nell’intento di rendere godibili le avventure che inscena fra le strade di Manhattan benché si articolino in un mondo sconosciuto ai più. Come? Allo spettatore non viene consegnata all’inizio del film una consapevolezza già impacchettata della portata della frode che Wall Street e i grandi istituti creditizi bancari avevano creato, ma la scoperta della più grossa bolla speculativa della storia dell’economia viene vissuta attraverso le indagini e i colloqui dei protagonisti. Questi ultimi hanno il paradossale ruolo di “parte del sistema”, essendo investitori e titolari di fondi di investimento, ma di star scommettendo contro il sistema: se la bolla scoppierà, mentre l’economia americana andrà a rotoli, loro diventeranno ricchissimi.

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I veri protagonisti, però, sono solo comparse: Alan Greenspan, Presidente della Fed (banca centrale USA) che, consapevole di cosa stesse accadendo, ha coperto tutto continuando a dichiarare che il mercato dei mutui fosse solido. Le agenzie di rating, quelle che devono “etichettare” la bontà dei titoli azionari e dei titoli di stato – loro, declassando degli stati nazionali determinano il panico fra gli investitori, spingendoli a ritirare i capitali investiti in titoli sovrani, mettendo in ginocchio nazioni intere – loro sapevano tutto e coprivano tutto etichettando con la tripla A titoli spazzatura. Ben Bernake, successore di Greenspan alla Fed, che concorda con il Presidente degli Stati Uniti, una volta scoppiata la bolla, il salvataggio degli istituti di credito con i soldi dei contribuenti statunitensi.

Capire cosa è successo nel 2008 non vuol dire (solo) avere ragione della più grossa crisi economica mai vissuta ma soprattutto comprendere la ben più preoccupante crisi politica. Nel 2008 il sistema che ha fatto crack era il sistema designato dal capitale finanziario che, comprandosi deputati e senatori del Congresso, era riuscito ad ottenere il via libera per fare ciò che voleva senza regole alcune. Il sistema così congeniato era crollato, ma la politica ha deliberatamente scelto di soccorrerlo, di perpetuarlo, di non far pagare la crisi a chi la ha creata, ma di farla scontare ai cittadini. Cittadini che in America perdevano la casa e il lavoro, cittadini che in Europa, dove si erano spostate le speculazioni una volta andato in malora il mercato USA, iniziavano a pagare al prezzo delle proprie sofferenze le politiche di austerity. La politica ci ha raccontato che le banche erano troppo grandi per farle fallire, i banchieri troppo importanti per finire in galera, e che, per senso di responsabilità, erano le persone comuni a doversi sacrificare. Un solo uomo della finanza è stato arrestato.

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Il fatto che in tutto il film la politica non entri mai in scena, e che persino i media abbiano solo una comparsa di mezzo minuto – il tempo necessario a rifiutarsi di pubblicare una sola riga su quanto stesse per accadere – non li rende convitati di pietra della storia, ma i principali imputati. L’occasione fa l’uomo ladro, recita il popolare proverbio. Ma se l’occasione è creata ad hoc per i ladri da coloro che si è legittimamente eletto, la questione cambia, o no? Perché se così stanno le cose, allora l’occasione farà anche l’uomo ladro, ma l’ingiustizia – quella sensazione che dura più della passeggera indignazione – fa l’uomo rivoluzionario. Questo però, è tutto un altro film.

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Redazione
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