Hermann Hesse, “Il lupo della steppa”:
un teatro magico, tante figurine,
la storia di una guarigione

HERMANN HESSEScrittore fra i più discussi del Novecento tedesco, Nobel per la letteratura nel 1946, Hermann Hesse (Calw, Foresta Nera 1877 – Montagnola 1962) è stato, sia in vita sia in tempi recenti, oggetto di giudizi opposti ed estremi, da parte della critica e anche del pubblico. La sua opera è stata accolta da ondate frequenti di un successo quasi popolare fino agli anni più vicini, con continue riscoperte soprattutto presso le giovani generazioni americane ed europee, affascinate dalla possibilità di letture a tratti trasgressive dei suoi testi. Tra i colleghi viene ora ammirato, tra gli altri da Mann e Eliot, ora rifiutato per la povertà dell’elaborazione espressiva della sua pagina, spesso rinfacciatagli come difetto. Dubbi e tensioni si avvertono anche nella critica, non di rado allontanatasi da un giudizio sul valore poetico e artistico delle sue opere e concentrata piuttosto sulle scelte filosofiche e ideologiche dello scrittore.

Der Steppenwolf, Il lupo della steppa, è un romanzo che vede la luce nel 1927. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, in cui prese una posizione di umanitarismo pacifico e neutrale, la produzione di Hesse consiste perlopiù in racconti: sarà la guerra, che per lui coincise con una profonda crisi personale e artistica, a dare una svolta alla sua poetica e ad avvicinarlo alla psicanalisi, interpretata secondo il modello di Jung. Dopo il divorzio dalla prima moglie e una breve parentesi coniugale con la seconda da cui si separa nel 1926, il cinquantesimo anno d’età rappresenta per Hesse un nuovo momento di disagio, di cui questo romanzo, a detta di molti la sua opera più originale, è testimonianza e in parte riflesso autobiografico. Dal romanzo è stato tratto un film nel 1974 per la regia di Fred Haines.

Il testo è costruito in modo particolare. Una cornice, gestita da un non meglio definito “curatore”, introduce il lettore gradualmente nella storia del protagonista. La voce narra quando e come ebbe occasione di incontrare e conoscere un tipo strano e originale. Un incontro fortuito: sua zia aveva da affittare una camera e quel tipo venne un giorno a vederla e la prese, conquistando subito, con le sue maniere gentili, le simpatie della donna; ma non quelle del nipote, diffidente. L’uomo, alto di statura, sulla cinquantina, capelli brizzolati, occhi fissi, sognanti, viso spirituale, insolito, intelligente, più triste che ironico, si autodefinisce un “lupo della steppa”, ed è diverso dagli altri:

«Quando si parlava (…) sentivamo di essere inferiori a lui poiché si capiva che aveva pensato più degli altri. (…) L’occhiata del lupo trapassava tutta la nostra epoca, tutto questo lavorio affaccendato, la smania di arrivare, la vanità, il gioco superficiale di una spiritualità terra terra e purtroppo quello sguardo andava ancora più a fondo tra le magagne e le miserie del nostro tempo e della nostra cultura». 

NZOLe memorie di quest’uomo sono raccolte in un manoscritto che, dal secondo capitolo, viene messo nelle mani del lettore con lo stratagemma narrativo del “carteggio ritrovato”: Memorie di Harry Haller. Qui il personaggio racconta in prima persona di come in una giornata normale, né triste né felice, avesse sentito il bisogno di un qualche piacere o di un qualche dolore, un “desiderio selvaggio di sentimenti forti” che lo riscuotesse dalla mediocrità e dall’ordinario, e di come, uscito la sera per strada, tra i più silenziosi rioni di una città non identificata, si fosse ritrovato davanti ad un vecchio muro presso cui era solito fermarsi per godersi una quiete rara, tra il caos cittadino: quella sera – o forse da sempre? – nel muro si era aperto un portale d’aspetto antichissimo con l’insegna “Teatro magico. Ingresso libero non per tutti, soltanto per pazzi!”. È qui che Haller, in una dimensione che profuma di sogno e che lascia il lettore sospeso, incontra un uomo dalla giubba turchina, che gli consegna un libretto dal titolo “Dissertazione sul lupo della steppa. Soltanto per pazzi”. Comincia così la parte più saggistica dell’opera, una narrazione nella narrazione, il terzo livello del racconto – dopo la cornice e il manoscritto delle memorie – come in una sorta di matriosca: in modo quasi paradossale il personaggio legge e presenta un’analisi dettagliata della sua stessa figura, la categoria del lupo della steppa. Chi è il lupo della steppa?

«Nel lupo della steppa avveniva questo: che nel suo sentimento faceva ora la vita del lupo, ora quella dell’uomo, come accade negli esseri misti, ma quando era lupo, l’uomo in lui stava a guardare, sempre in agguato per giudicare e condannare… e quando era uomo il lupo faceva altrettanto […] Specialmente molti artisti appartengono a questa categoria. Costoro hanno in sé due anime, due nature, hanno un lato divino e uno diabolico, e le loro capacità di godere e di soffrire sono così intrecciate, ostili e confuse tra loro come in Harry il lupo e l’uomo».

Cosa cerca il lupo della steppa? Indipendenza; ma quando la raggiunge scopre che la sua libertà è morte, è condanna, è innaturale. Nessuno gli si avvicina, nessuno si lega a lui, nessuno ha la voglia e la capacità di condividere la sua vita. E insieme vorrebbe unità, risoluzione delle proprie contraddizioni per vivere una vita intera e coerente ma  «l’uomo non è una forma fissa e permanente, è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso fra la natura e lo spirito, tra l’uomo e il lupo». Dove vive il lupo della steppa? Nel mondo borghese con tutti i suoi stereotipi, che è esso stesso per l’autore “un tentativo di equilibrio, l’aspirazione a una via di mezzo tra gli innumerevoli estremi e poli opposti della vita umana”: lo disprezza, se ne crede estraneo e diverso, superiore, ma in realtà non riesce ad abbandonarlo e ne è il prodotto diretto.

hesse-catIn questa situazione esistenziale drammatica Harry Haller, che si fa emblema di questa categoria umana, ha due soluzioni: farla finita o cambiare. La prima ipotesi è, almeno per il momento, rimandata. Ripercorre così le tappe del suo percorso spirituale che fino a quel punto lo aveva portato ad isolarsi alla ricerca di una qualche “traccia divina”, di una qualche bellezza che dia sollievo in un universo ostile, come quella che brilla nella musica o nella filosofia, così distanti dalla realtà.

Poi all’improvviso la svolta: il protagonista si trova a poco a poco immerso nella vita degli istinti, quella che aveva a lungo messo da parte. Infatti in una bettola incontra Hermine, che infrange la sua campana di vetro: lo fa mangiare, bere, ballare, ridere, provare piacere. Hermine non è una donna di pensiero, è piuttosto una donna di passione e istinto, con la capacità di scorgere fino al più profondo i desideri di Harry:

«Fosse profonda saggezza o schietta ingenuità, chi sapeva vivere così nell’attimo fuggevole, chi abbracciava così il presente e sapeva apprezzare ogni piccolo fiore sul margine della via, ogni piccolo valore dell’istante che fugge, doveva certo dominare la vita».

La ragazza gli fa conoscere l’amico Pablo, suo alter ego, che nelle orchestrine suona il saxofono e, per gli amici, ha sempre un po’ di droga, da annusare o da fumare. Di vera musica non s’intende e non gliene importa nulla:

«Se ho in mente tutte le opere di Bach e ne so dire le cose più intelligenti, non ho fatto ancora nulla per nessuno. Ma se piglio il mio saxofono e suono uno shimmy insinuante, lo shimmy potrà essere buono o cattivo, ma certo piacerà alla gente, entrerà loro nelle gambe e nel sangue. Questo conta».

Tra Hermine, appassionata ma tormentata, e Harry, pensatore, filosofo e poeta, si stipula un terribile patto: «Voglio farti innamorare di me,” dice lei “e quando sarai innamorato ti impartirò il mio ultimo ordine, e tu obbedirai: mi ucciderai».

Ed ecco l’atto finale tutto in bilico tra sogno e realtà. Una festa mascherata, Pablo invita Harry a visitare il suo “teatro magico” con un’infinità di porte, ciascuna con un cartello, uno spettacolo diverso per ogni palco. Un grande specchio mostra a Harry i tanti volti di se stesso, le contraddizioni che ha sempre cercato di ridurre. Haller sceglie una porta e partecipa a una caccia con automobili, da un’altra rivede tutte le donne che ha amato e rivive i loro amori, infine, trova Hermine e Pablo addormentati su un tappeto, esegue l’ultimo ordine di lei e la uccide con una pugnalata al cuore. Ma sarà reale o un riflesso di specchio, un sogno, uno scherzo? Esiste Hermine, esiste Pablo? Chi sono? Che cosa rappresentano? E la forca a cui Harry è condannato per questo strano delitto? Non dimentichiamo che si tratta di un teatro magico, solo per pazzi.

hermann_hesseCala alla fine, come nell’epica, la voce di una sorta di dio, Mozart, uno di quei grandi immortali del passato presso i quali il protagonista spera un giorno di poter ascendere, uno dei suoi idoli, che dà la morale e la ricetta risolutiva:

«Tutta la vita è così, caro mio, e bisogna prenderla com’è; e chi non è asino ci ride” e ancora “Lei deve imparare a ridere, questo è richiesto. Deve comprendere l’umorismo della vita, l’allegria degli impiccati. Deve imparare ad ascoltare questa maledetta musica della radio della vita e ridere di questo strimpellio».

Ed è così che Harry Haller, che resta pur sempre un lupo della steppa, si ritrova improvvisamente pronto, dopo questa esperienza extra-ordinaria, a ricominciare il gioco della vita che aveva pensato di abbandonare ed è pronto per giocarlo meglio, contraddizioni comprese.

In una struttura complessa, con un intreccio che continuamente lascia il lettore spaesato a metà tra verosimile e irreale, tra quello che accade nella realtà e quello che è della mente, fitto di richiami filosofici, letterari e musicali, con una struttura circolare che dal teatro magico iniziale si chiude in quello finale, Hesse affronta qui, tra gli altri, un tema a lui molto caro: la ricerca dell’interiorità attraverso la molteplicità dell’io, di ispirazione psicanalitica. Questo è del resto il ruolo del “teatro magico”: spiega Pablo all’entrata del teatro

«A colui che abbia visto la scissione del proprio io facciamo vedere che può ricomporre i pezzi in qualunque momento e nell’ordine che più gli aggrada, raggiungendo in tal modo una varietà infinita nel gioco della vita. Come il poeta con un pugno di personaggi crea un dramma così noi con le figure del nostro io sezionato costruiamo gruppi sempre nuovi con nuovi giochi, nuove tensioni, nuove situazioni. (…) La figura che oggi diventa insopportabile, domani sarà secondaria e innocua. La cara figurina che per un po’ le è parsa condannata alla disdetta, nel gioco successivo la farà principessa. Buon divertimento!».

L’umorismo quindi come una possibile via di fuga per l’uomo che come Haller (e probabilmente Hesse) si sente un lupo della steppa:

«soltanto l’umorismo (la trovata forse più singolare e più geniale dell’umanità) compie l’impossibile, illumina e unisce tutte le zone della natura umana. Vivere nel mondo come se non fosse il mondo, rispettare la legge standone al di sopra, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non ci fosse rinuncia: tutte queste esigenze si possono realizzare unicamente con l’umorismo».

Ecco perché Hesse in una nota conclusiva rivolta ai suoi critici e ai suoi lettori ci tiene a specificare che, al di là del lupo e delle sue difficoltà, al di là del negativo, il romanzo parla per prima cosa di un universo più alto, immortale, dello spirito, dell’arte, del riso, che contrappongono al mondo della steppa un mondo di fede positiva, una soluzione. Che il libro non è solo la storia di un disperato, ma di un ferreo credente e che si tratta anzitutto di una guarigione, non di un tramonto.

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