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(fonte: artspecialday.com)

I racconti di Dino Buzzati: tra sospensione e divino

4 minuti di lettura

Lo scrittore bellunese Dino Buzzati è noto soprattutto per il romanzo Il Deserto dei Tartari (acquista), opera in cui sviluppa ampiamente e tediosamente il tema dell’attesa; questa tematica, però, non è esclusa neanche dai suoi numerosissimi racconti brevi.

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Fonte: Wikipedia

L’attesa come allegoria della vita

L’attesa nella narrativa di Buzzati si sviluppa come l’allegoria dell’intera esistenza e allo stesso tempo confonde il labile confine tra vero e improbabile che negli universi buzzatiani è già ben poco definito: il tempo si dilata e nei racconti si aprono squarci su dimensioni cronotopiche assurde che non parlano solo della vicenda del protagonista della storia, ma anche della condizione del genere umano tutto.

Impossibile resistere allo scorrere del tempo

A fare da filo conduttore nella sua scrittura è la predominanza del pessimismo, rappresentato da personaggi perdenti o passivi nei confronti delle situazioni che devono affrontare. Ogni tentativo di resistere è per Buzzati inutile, come confessa in Autoritratto:

«La vita a me mi fa paura. Mi trovo veramente miserabile. […] L’uomo non è mai pari al tempo. In questo senso poi arrivano sempre le delusioni: il tempo precipita su di lui con una velocità che l’uomo non può ottenere per quanto sia attiva e intraprendente e forte e inesauribile… Il tempo sempre lo macina e lo distrugge.»

Il tempo è una macchina implacabile, la vita un ramoscello in balia della tempesta dello scorrere dei secondi. L’uomo non può fare nulla per opporsi a questo meccanismo; la sua esistenza è solo una serie di avvenimenti e passatempi che ingannano l’attesa della morte.

«E la morte, dici niente? Non l’avevi calcolata? Essa continua a salire dentro di te. Anche se in tutto il corpo non ci fosse neanche una cellula guasta, ugualmente lei avanzerebbe. Tu non ci pensi, è vero, per il momento te ne sei dimenticato, eppure quando ti sembra che manchi appena un respiro, una distanza impercettibile, meno di un passo, per essere felice e là ti impunti e più avanti non vai né riesci a capire perché, questo infinitesimo intervallo è pur sempre lei…»

(Domenica, 1950)

L’inaspettata salvezza

Sono poche le storie con un finale positivo e senza personaggi sconfitti; questi pochi scorci di luce sono per lo più racconti che hanno a che fare con la religione – fatto quantomeno strano se si considera che Buzzati si è sempre considerato ateo. La salvezza per Buzzati, dunque, c’è. Ed è ultraterrena. Ma come è possibile? Lo confessa lui stesso:

«Altri mi domandano: perché tu parli in fondo sempre di Dio, Dio qua, Dio là, di santi, eccetera? Probabilmente, perché vorrei avere una fede che a me adesso riesce impossibile. Perché è chiaro che se uno ha una vera fede (mica quella di andare a chiedere a Sant’Antonio da Padova di ritrovargli il borsellino), uno che ha una vera fede di fronte alla vita ha una forza strepitosa… che io non ho.»

Solo per chi crede davvero

La soluzione alla limitatezza della vita dell’uomo sta nel guardarvi oltre, cosa di cui Buzzati non è in grado. Ecco dunque tornare il tema del pessimismo: solo chi supera la morte, può dirsi vincitore. Ma chi non crede all’Oltre, si ferma qui, nell’esistenza dell’attesa che ha paradigmi tutti suoi e dilata la corsa delle lancette sull’orologio.

Camilla Volpe

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