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Il “Così fan tutte” di Mozart trionfa al Comunale di Bologna

8 minuti di lettura

L’elemento comune che salta subito all’occhio nella trilogia dapontiana di Mozart è la presenza del travestimento. Travestimenti, tuttavia, d’impronta diversa gli uni dagli altri: se nelle Nozze trionfa l’ambiguità e la maschera sta fra gioco ed inganno, nel Don Giovanni essa è strumento di una corsa sfrenata verso la vitalità, centrifuga. Claustrofobica, invece, la mascherata di Così fan tutte: Ferrando e Guglielmo assistono, imprigionati nelle finte fattezze dei principi albanesi, allo sgretolarsi dei loro rapporti e delle loro certezze.

E’ appunto questo elemento, che voglio dire centripeto per contrapposizione al Don Giovanni, a rendere Così fan tutte un’opera senza via d’uscita, la più amara delle composizioni mozartiane. Don Alfonso è il cinico rappresentante del disincanto: “A noi ti vieta il vero appena è giunto,/o caro immaginar” dice Leopardi nella canzone Ad Angelo Mai. E pare che per Guglielmo e Ferrando sia giunto il momento di abbandonare il “caro immaginar”, quello delle fenici iniziali, per confrontarsi col “vero”, la consapevolezza che così fan tutte. Nemmeno un personaggio come Despina, a prima vista simpatico, si salva da questo naufragio delle certezze, è anzi anche più nichilista e pragmatica del filosofo Alfonso: è una spalla degnissima nel suo piano, non poco voyeristico, di empirismo sessuale.

La produzione andata in scena negli scorsi giorni al Teatro Comunale di Bologna ha potuto avvalersi di una compagnia musicale all’altezza di un’opera talmente complessa, ma lo stesso non si può dire della realizzazione scenica, affidata a Daniele Abbado, che ha dimostrato tutti i suoi vent’anni d’età (e forse qualcuno di più), essendo stata realizzata nel 1994 per il Teatro Lirico di Cagliari. Daniele Abbado sceglie una lettura senza troppi sussulti psicologici, poco approfondita. Il pubblico ride spesso, e giustamente, perché le gags sono anche riuscite: ma credo, per quello che ho scritto qui sopra, che Così fan tutte non sia un’opera “divertente” in senso stretto. Non dovrebbe generare riso, perché dietro la patina frizzante e spiritosa si cela l’inquietudine, ed è in questa inquietudine detta con un sorriso tirato che sta la genialità di Mozart e Da Ponte. Inoltre non convince il gioco di interazione con la platea, la duplicazione di quinte e controquinte,  di sipari che s’aprono e si chiudono: il travestimento non vuol sempre dire teatro nel teatro, sicuramente non nel Così, anche se Abbado, con la cooperazione delle scene di Luigi Perego (autore anche dei costumi) pare prediligere questa via.

Se, quindi, non soddisfa pienamente la componente visiva, che ha però il merito di non disturbare, entusiasma il versante musicale. Benché qualcuno riesca ancora a storcere il naso, io dico tranquillamente che Michele Mariotti va ormai collocato fra i più importanti direttori d’opera italiani di oggi, sicuramente al primo posto fra i più giovani. I violini nell’introduzione del duetto fra Dorabella e Fiordiligi “Ah guarda sorella” io li ho sentiti suonare così bene solo sotto le preziosissime guide del compianto Claudio Abbado. Non è poco. Perfetta poi la sinergia che Mariotti riesce a creare fra buca e palco: non è un direttore con “manie di protagonismo”, sa sempre calibrare volume e agogica  non già per “aiutare” il canto (in tal caso sarebbe una limitazione), quanto per valorizzarlo. E’ sempre interessante ascoltare una direzione di Mariotti perché il Maestro fa affiorare dalla partitura i minimi particolari, a volte sepolti. Non si sente mai la crosta della tradizione, e si ha il piacere di confrontarsi con una lettura personale ma rispettosissima dell’autore.

Eccellente anche la compagnia di canto, a cominciare da Yolanda Auyanet, splendida Fiordiligi. Il timbro è cremoso, con una gran varietà di armonici a impreziosire un’emissione sempre sul fiato, ma  non sacrificata. Agilità senza nessuna sbavatura, registro acuto saldo e gravi (finalmente!) udibili. A sorprendermi è la sua “sorella” Anna Goryachova, che nelle vesti di Dorabella mi convince per la prima volta (quasi) del tutto: sentita nel 2012 nella Matilde di Shabran e nel 2013 nell’Italiana in Algeri (Pesaro, ROF), la Goryachova in Mozart pare trovarsi più a suo agio, e anche dove negli anni passati incontrava le maggiori difficoltà (registro grave) ora rivela capacità che fanno ben sperare. Ancora un po’ legnose certe agilità, specie quando devono trovare sfogo in una nota più acuta. A chiudere il terzetto femminile c’è la vispa Despina di Giuseppina Bridelli, lei sì con un registro grave un po’ carente ma comunque brava nel compensare con brio ed eleganza, mai eccedente come invece altre Despine del passato. Buono anche l’assortimento maschile, che trova in Simone Alberghini la propria punta di diamante. Alberghini (Guglielmo) è un eccellente baritono; dal bel timbro brunito, ottimamente fornito in tutti i registri, attentissimo a un fraseggio il più vario possibile, ogni volta che l’ho ascoltato non ha mai deluso. Merita un applauso per la dedizione e l’impegno, e per le doti canore che gli permettono di delineare personaggi sempre credibili, come il suo Guglielmo ora beffeggiatore ora beffato. Il compare Dmtry Korchak (Ferrando) ha pure lui un bel timbro, ma pare non gestire ottimamente l’emissione, soprattutto nelle zone acute dove il fiato non trova subito la giusta posizione. Errori clamorosi comunque non ce ne sono, anzi la sua prova è di buonissimo livello. A tessere le fila Nicola Ulivieri, Don Alfonso che, come Ferrando, qualche difficoltà in acuto la dimostra, ma che se la cava a dir poco egregiamente in tutti gli altri ambiti, in una parte che di arie non ne canta ma impegna più di tutte per la necessità di variare gli accenti e di ben porgere la parola.

Teatro tutto esaurito ad ogni replica e trionfi per la Auyanet e Mariotti. Il teatro chiama con una produzione eccellente e il pubblico risponde: sarebbe bello facessero sempre così tutti.

Michele Donati

 

Redazione

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