Il femminismo della non-più-scelta

di Mattia Marasti

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(Sitthixay Ditthavong, Ap/Ansa)

Simone de Beauvoir è morta, le leggi sull’aborto e sulla parità di salario sono ormai raggiunte e consolidate. A parte alcuni casi isolati, la mentalità patriarcale e maschilista è ormai notevolmente diminuita rispetto al passato. Il femminismo, quindi, deve trovare una nuova battaglia da affrontare.

Durante questi mesi di accesi dibattiti con esseri preistorici come Mario Adinolfi e teoconservatori a infiammare le piazze e le trasmissioni, con signore in pelliccia e rughe a solcare il volto ancora truccato, lo spettro dell’utero in affitto è stato sventolato a più riprese. Ed ecco che, qualche giorno fa, arriva l’endorsement del movimento femminista, o meglio, delle femministe di Se Non Ora Quando.

«Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.

In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.

Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.

Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.

CI APPELLIAMO ALL’EUROPA

Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea.

Facciamo appello alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – affinché la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale».

Questo è il testo del loro intervento apparso su Che Libertà, con oltre 200 firmatarie. Appello che, se non ci fosse da piangere, farebbe anche ridere.

Per anni, il femminismo ha combattuto la guerra sull’aborto con un principio non condivisibile, di più, un principio su cui si basa l’intera architettura dei diritti civili: l’assoluta libertà di scelta sul proprio corpo. Questa indipendenza non era del tutto scontata, ci sono voluti anni e dibattiti e discussioni affinché si arrivasse all’enunciazione di un principio di tale importanza. Principio che però, in questo momento, viene del tutto mandato in malora. Negare a ogni costo, come fosse un imperativo morale categorico, la maternità surrogata significa, di fatto, incatenare di nuovo il corpo della donna a bisogni ideologici: una volta erano quelli del patriarcato, del bisogno di prole forte e sana, indifferentemente dalla salute della donna. Ora invece per un’ideale di donna portato avanti da cellule radicali del movimento femminista.

Già Adinolfi aveva sottolineato come la maternità surrogata fosse un’imposizione del mercato, una svendita del corpo della donna per bisogni libidinosi. Lo stesso che però ribadisce il carattere subordinato della donna nel rapporto.

Ma se io, come donna, consenziente permetto di ospitare nel mio utero un feto, sono forse indifesa e vittima di soprusi?

Scrive bene Chiara Lalli su Internazionale:

«È impressionante che si voglia difendere qualcuno che forse non l’ha chiesto. E non c’entra il veterofemminismo, c’entra l’incapacità di costruire un argomento privo di fallacie e di assunzioni illegittime e fantasiose. Per non parlare della confusione tra una delle possibili modalità di surrogacy (abuso di donne prive di mezzi) e la surrogacy in assoluto».

Che molti estremisti somiglino a ragazzini del liceo idealisti alle assemblee di istituto degli anni della contestazione, questa non è una novità. Quello che manca loro è un contatto con la realtà. La mercificazione dell’utero è un dato di fatto, certo, ma negare questa pratica per via del mercato equivarrebbe a smettere di curarsi perché i medicinali hanno un costo e io non voglio svendere la mia salute. A questi atteggiamenti è sempre bene rispondere con un aforisma di Friedrich Nietzsche: «la verità non è mai dispensatrice di felicità».

Madornale è anche l’errore logico di collegare l’utero in affitto volontario e consenziente con lo sfruttamento delle donne nei paesi o nelle realtà più povere. Il problema non è tanto la “mercificazione” dell’utero, ma la non scelta, o la scelta condizionata, delle donne.

In ultima analisi, il disprezzo per il progresso e per lo sviluppo tecnologico che si evince dalle loro affermazioni dimostra ancora una volta il carattere distante dalla realtà e puramente ideologico delle loro affermazioni. Nessuno, al giorno d’oggi, può dirsi ottimista tout court rispetto alla progresso, già Martin Heidegger predicava il problema dell’avanzamento dell’età della tecnica. Tuttavia, non si può non riconoscere un effettivo miglioramento delle condizioni di vita sotto molti aspetti, tra questi appunto il campo medico. Affermare oggi un presunto giurisdizionalismo, secondo cui esiste una legge naturale che deve esser rispettata, riducendo al minimo l’intervento umano nella storia, risulta essere un anacronismo e una mancanza di senso della comunità.

Nella nostra epoca, stiamo assistendo a un ritorno degli estremismi: fascismo, comunismo, populismo, animalismo, femminismo. Alcuni di questi aspetti non sono del tutto errati, ma l’adesione dogmatica ad essi, senza scendere a compromessi, porta a una discussione priva di argomentazioni logiche e che spesso sfocia nel puro idealismo.

Chi ci rimette, alla fine, è la prassi democratica.

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Redazione

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