Il tarantismo in mostra a Roma:
da rito arcaico a fenomeno di massa

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Il 29 giugno, giorno dei Santi Pietro e Paolo, in Salento si curava il morso della taranta. La pratica di guarigione, antica e misteriosa, era legata ad anacronistici rimedi e a rituali coreutici che, trasformando la musica in terapia, permettevano di curare un male tanto oscuro quanto sfuggente.

Il fenomeno del tarantismo, contornato da miti e leggende, è legato alla figura simbolica del ragno che, secondo la credenza popolare, era solito mordere uomini e (in prevalenza) donne durante il lavoro nei campi. Questi, una volta “attaccati” dalla lycosa tarantula, cadevano in uno stato di grande prostrazione fisica, avvertendo un senso di vuoto interiore e di disinteresse verso il mondo esterno. L’impossibilità di svolgere qualsiasi attività umana che ne derivava, dal lavoro alla socializzazione, finiva per rappresentare un danno non indifferente per una società agricola come quella salentina e, proprio per questo, necessitava di cure adeguate ed efficaci. È qui che entrava in gioco la musica, fenomeno ordinatore di quello stato alterato della coscienza che la taranta e il suo morso avevano provocato.

tarantismo 1Capire il tarantismo oggi non è facile, forse perché la società è cambiata o semplicemente perché le credenze hanno lasciato il posto a fenomeni di massa. I nuovi tarantati non sono posseduti da niente, non hanno subito il morso di un animale misterioso e a tratti mitologico, eppure si radunano a centinaia, prendono il tamburo, ballano e cantano cercando di entrare in una trance in cui non si è malati, ma solo ebbri di vita pulsante. E la pizzica, danza popolare amatissima in Salento, è oggi del tutto priva di quel significato mitico e affascinante che la legava alla cura delle tarantate durante le notti d’estate.

Il fenomeno tuttavia, proprio in virtù della sua aura misteriosa, pagana e religiosa insieme, è stato ampiamente indagato nel corso degli anni, tanto da diventare ambito d’analisi quasi autonomo nel campo dell’antropologia. Proprio sulla base di tali contributi, nel giorno che precede la festa dei Santi preposti alla cura dei “pizzicati”, il Museo Nazionale per le Arti e Tradizioni Popolari di Roma ha deciso di allestire una mostra evento interamente dedicata al fenomeno del tarantismo, per illuminare e rivivere con il pubblico quell’atmosfera mitica e surreale che la cura dell’antico male porta con sé.

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Dall’archivio del Museo sono state proposte ricerche di fotografi e antropologi italiani, a partire dal lavoro di Ernesto De Martino che, nel corso degli anni ’60, si trovò a documentare il complesso fenomeno nelle cittadine di Galatina e Nardò arrivando a produrre, sulla scorta dei materiale e delle esperienze raccolte, un poderoso volume (La terra del rimorso) destinato a divenire punto di riferimento imprescindibile per le ricerche di settore. È infatti partendo da De Martino che il percorso della mostra si snoda, presentando fotografie realizzate tra il 1954 e il 1976 da Chiara Samugheo, Annabella Rossi, Sebastiana Papa e Lello Mazzacane; immagini forti, intrise di umanità e compassione, che danno l’impressione di aver quasi violato un momento d’intimità per rendere possibile l’indagine del fenomeno dal punto di vista dei malati, ascoltando quasi le loro voci levarsi in coro in quel mito di guarigione e purificazione. Le fotografie, tutte nelle stampe originali, fanno da cornice a un interessante documentario che, al di là della sua assoluta potenza visiva, meriterebbe di essere riscoperto solo per l’eccellente commento di Salvatore Quasimodo. Il filmato, ad opera di Gianfranco Mingozzi, è un suggestivo viaggio nelle terre del Salento degli anni ’50 e ’60 e costituisce, a ragion veduta, il primo documento filmato sul tarantismo.

tarantismo 3«Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentishi e sulla creta. Scricchiola e si corrode ogni pietra da secoli…» così Quasimodo vedeva il Salento e così ne parla in Tarantula, che oltre ad essere un’importante fonte storico-culturale, ha anche il merito di sviscerare, con semplicità, il vero e profondo significato della pizzica, lontana da quell’idea di mero piacere cui è oggi legata, riportandola, come si è detto, a quel rito quasi magico del morso del ragno: «qui cresce nella natura il ragno della follia e dell’assenza – afferma Quasimodo –  si insinua nel sangue di corpi delicati che conoscono solo il lavoro arido della terra, distruttore della minima pace del giorno. Qui cresce tra le spighe di grano e le foglie del tabacco la superstizione, il terrore, l’ansia di una stregoneria possibile, domestica». Le urla riprese dalla telecamera di Mingozzi ben restituiscono quel senso di terrore misto a follia che coglie le tarantate le quali, in una sorta di rituale quasi eterno, ricorrono alla pizzica come cura del male della noia, come lotta contro il ragno di cui riproducono la danza, accompagnata da violino, fisarmonica e tamburello suonati da gente comune.

Il tutto è il racconto di un mondo e di un tempo antico, oggi scomparso o trasfigurato ma, ancora, fortemente in grado di raccontare qualcosa di sé e di una Terra che Quasimodo riteneva fatta di tre colori, bianco, nero e ruggine; i colori della taranta.

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