In quarantena con filosofia: su Schopenhauer | òbolo /6

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ottenne la fama solo sul finire della sua vita. Nel testo più importante che scrisse, Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicato nel 1819, sosteneva che ciò che vediamo non è ciò che reamente c’è. Dietro alle cose, infatti, nel loro profondo, nella loro essenza, si nasconde un’unica forza che variamente si condensa e concretizza, dando origine a ciò che, di fatto, ci appare nell’esperienza quotidiana. Questa forza, secondo Schopenhauer, è la volontà. Attraverso un percorso scandito da una successione di tappe, l’uomo, il filosofo può giungere a liberarsi della volontà e rendersi padrone di essa, avendone riconosciuto la vera realtà. Questa condizione Schopenhauer, ispirato dall’Oriente, la chiama Nirvana.

Il mondo venne mandato più volte al macero. Non si voleva saperne di pubblicarlo. A onor del vero Schopenhauer, c’è da dire, non era un tipo facile. Passò la sua vita in solitudine, studiando, passeggiando, litigando. Preferiva stare più con gli animali che con gli uomini. Aveva un barboncino, Atma, nome sanscrito che indica l’anima del mondo. Quando lo sgridava non gli dava del cane, ma lo chiamava “uomo”. Fu incaricato per un anno di tenere un corso all’Università di Berlino dove allora insegnava il più importante filosofo tedesco, anzi, vivente, Hegel. Schopenhauer programmò i suoi corsi proprio in concomitanza con quelli di Hegel, col risultato di trovarsi la classe vuota. Di Hegel diceva essere una «testa di legno» e che nessuno, davvero, l’aveva capito, e anche chi diceva di averlo capito in realtà lo aveva frainteso. Ebbe un solo vero seguace in vita, Philippe Mainländer, morto suicida a 35 anni.

Schopenhauer si dedicava anche alle scienze del vivente. Amava la zoologia, la botanica, la medicina. Nei suoi Colloqui si racconta che passava spesso intere giornata presso l’orto botanico della sua città. Una volta, mentre passeggiava tra le piante esotiche, si fermò davanti ad un fiore particolarmente lussureggiante. Non si trattenne dal gesticolare, come si gesticola noi italiani quando manifestiamo ammirazione e stupore. Passava di lì il custode, che vide Schopenhauer nel suo orgasmo sensoriale. Gli si avvicinò e con due dita gli batté sulla spalla: «e lei chi è?», domandò. Schopenhauer si ricompose, sorrise e rispose: «se sapesse dirmelo lei, caro signore, le sarei grato per davvero».


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Giovanni Fava
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