In quarantena con filosofia: sulla montagna | òbolo /14

È lì. La montagna circoscrive il confine del visibile e copre alla vista l’orizzonte. La montagna detta il limite all’onnipotenza umana. Ora, forse, non più; ora la montagna è a portata di mano: è sufficiente una piccola esplosione per farla saltare in aria, distruggendo quel muro che in altri tempi all’uomo dovette incutere paura.

Immaginiamo la cosa. Qualche decina di migliaia di anni fa. C’è l’uomo, un gruppo di uomini appena risvegliatisi dal torpore dell’animalità: ora è intelligente, usa la pietra, lavora con il fuoco, seppellisce i morti. Cos’è, per quest’uomo, la montagna? Essa è l’ignoto. Sopra la montagna dimorano gli dèi e, insieme ad essi, tutto ciò di cui non si sa niente. Sono pochi i coraggiosi che lasciano il villaggio per salirvi; ancora meno sono quelli che tornano, portando con sé notizie inaudite, suscitate da una natura che è loro sconosciuta. È un luogo inviolabile, la montagna, e lo è per l’altezza, che ribadisce come di riflesso la piccolezza dell’uomo.

Leopardi dovette intuire questo sentimento quando stette ad osservare il Vesuvio. Le magnifiche sorti, e progressive, diventano insensate dall’alto della vetta, dall’alto di un occhio che sotto di sé ha soltanto formiche e labirinti di formiche.

Il divino è per questo strettamente correlato alla montagna. L’occhio di Dio vede dall’alto, vede il futuro, vede in anticipo e quando l’uomo, la prima volta, raggiunse la cima della montagna non rimase stupefatto perché lì la casa degli dèi non c’era (c’erano solo rocce, vento, animali). Non si stupì, ma anzi – credette. Credette nella natura, che lo trascende e gli ricorda, secondo dopo secondo, quanto sia piccolo. Credette in forme più alte di conoscenza, rivelabili ma non dimostrabili. Credette nell’infinito, nelle stelle, credette nel Creatore, credette che l’uomo fu fatto per il sabato, non il sabato per l’uomo, come qualcuno disse più tardi, invertendo i termini del discorso. E credette, soprattutto, che l’ultima parola sul mondo non sarebbe stata di certo la sua.

Le cose cambiarono. Nonostante le montagne siano ancora lì, i libri di storia continuano ad essere scritti. Ma cos’è la storia dell’uomo davanti alla montagna?, si chiedeva Nietzsche. Cos’è la storia dell’uomo davanti ai secoli, ai millenni che le montagne hanno visto? Il respiro della roccia, metafisicamente, sta lì a ricordarci quanto vuoto sia tutto questo nostro affaccendarsi e correr dietro alla ricerca dell’ultima parola. Ascoltiamolo.


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Giovanni Fava
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