In quarantena con filosofia: sull’ecologia delle parole | òbolo /10

Un filosofo molto intelligente che si chiamava Ludwig Wittgenstein, una volta disse che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Noi, cioè, non possiamo che pensare attraverso le parole che possediamo, parole che la nostra cultura, il nostro ambiente, i nostri genitori, insomma, la nostra storia ci hanno messo in dotazione al momento della nascita. Siamo strutturalmente costruiti per pensare per mezzo del vocabolario che costituisce la nostra lingua.

Per questa ragione è possibile tracciare una geografia del pensiero. La gente parla, e cioè pensa, a seconda dell’uso che le parole gli concedono di fare. Ci sono popoli che hanno qualcosa come 90 modi di dire il rosso, e ciò significa che, di fatto, vedono 90 tonalità di rosso. Trovare una parola che descriva, con conformità, un dato evento, una data situazione, vuol dire, anche, creare quell’evento, quella situazione.

Così, Wittgenstein aggiungeva anche che dalla parola non si può, per così dire, saltar fuori, uscire. Vorrebbe dire, sempre per usare le parole di Wittgenstein, voler segare il ramo sul quale siamo seduti, o, per dirla con un vocabolario un po’ più zen, tentare di tagliare un coltello con il coltello stesso. Tutto ciò che sta fuori dalle parole, sosteneva Wittgenstein, si chiama il Mistico.

La parola mistico è una parola antica. Deriva da mýo, greco, che significa socchiudere, celare, e richiama alla mente il suono che produciamo quando vogliamo dire qualcosa ma tenendo le labbra serrate. Il Mistico, secondo Wittgenstein, eccede il linguaggio, ma, allo stesso tempo, essendone il limite, in qualche modo lo legittima.

Tutto ciò sembra molto astratto. In realtà, si sta solo dicendo che il valore delle parole non è solo semantico ma anche, per così dire, spirituale. Noi, nominando con accortezza le cose, possiamo non controllarle, ma, perlomeno, intrattenere con esse un rapporto sano. In questo senso, se prendiamo alla lettera quanto ci suggerisce Wittgenstein, bisognerebbe prodursi, quotidianamente, costantemente, in un’ecologia della parola, ossia avere cura, diligente e sollecita, di ciò che si dice, quando lo si dice, come lo si dice. Ne va, in fondo, del nostro vivere.


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Giovanni Fava
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