In quarantena con filosofia: sullo studio | òbolo /15

Per gran parte di noi, e per gran parte della nostra vita, la parola «studio» assume un significato negativo. Essa denota quell’azione, di solito imposta, di rinuncia al piacere e sottomissione al dovere. Studio è sinonimo di fatica, di noia, di lentezza. Certamente complice il percorso scolastico, siamo abituati ad associare allo studio una fase preparatoria, formativa alla vita vera, e che perciò, rispetto ad essa, risulta astratta, quasi se ne potesse fare a meno.

Tuttavia, la parola studio, nel suo etimo, ha un significato ben diverso, dal quale, certo, è derivabile quello comunemente accettato di «apprendimento», ma che solo in parte si riduce ad esso. «Studio», risalendo un po’ indietro nel tempo, difatti, significherebbe «cura», o, anche, «attenzione». Nel Convivio, Dante ne dà una definizione paradigmatica. Scrive Dante che «studio… è applicazione de l’animo innamorato de la cosa a quella cosa».

Se presa in questo senso, la parola studio è per certi versi simili, dal punto di vista semantico, alla parola greca «philia», che non denota tanto amicizia, quanto piuttosto affinità, cura. Platone la usa sotto forma di aggettivo per descrivere il lavoro materno delle cagne, che si prendono cura dei propri cuccioli. L’affinità che lega lo studente a ciò che studia, è simile a quella che lega la cagna ai piccoli. A patto, ovviamente, di non intendere «studente» nel suo termine consueto, ovvero quello di persona che s’impiega nell’apprendere qualcosa.

Lo studio, da questo punto di vista, è un aver cura di ciò che interessa (dal latino «inter» + «esse»: essere dentro, come le maglie di un ricamo). Ciò è testimoniato anche dal fatto che la parola «studiolo» nei palazzi della nobiltà rinascimentale, designava l’ambiente destinato alla conservazione e collezione di oggetti preziosi e opere d’arte. Lo studio è la dedizione accurata all’oggetto amato. Poco importa che si tratti di una persona, una cosa, un animale. Ciò che si richiede, piuttosto, per una vita ben vissuta, è saper identificare a cosa, davvero, si voglia dedicare la propria cura – ossia, cosa, infine, si voglia studiare.


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Giovanni Fava
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