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Il teatro che cambia insieme a Milano: il convegno «Interesse Pubblico»

Dalla riflessione sul pubblico alle sfide della città: cosa è emerso dal convegno che inaugura un percorso triennale sul futuro del teatro.
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Sabato 24 e domenica 25 ottobre al Piccolo Teatro di Milano si sono riuniti diversi lavoratori del settore teatrale per riflettere su quell’unico interlocutore che, seppur nascosto nell’ombra, è colui che dà peso a ciò che avviene in scena: il pubblico.

Per iniziare la nostra riflessione sulle due giornate di lavoro – che hanno coinvolto ben sette tavoli tematici – ci piace ricordare Jerzy Grotowski, il quale si definiva primo spettatore; questo semplice binomio posto su un tale maestro non può che rendere evidente il ruolo necessario che il pubblico ricopre. Se il teatro avvenisse in un edificio vuoto, e nessuno lo vedesse, farebbe rumore?

Primo giorno

L’immagine del pubblico milanese è molto positiva, Tommaso Sacchi (assessore alla cultura di Milano) afferma che la città stia vivendo un momento culturalmente vivace e questa vivacità segna però un mutamento. Il convegno, infatti, è giustamente sottotitolato: Pubblici della Milano che cambia.

Se dunque esistono pubblici molteplici, il teatro deve regolarsi di conseguenza e studiare l’interesse di chi lo va a vedere. L’istituzione del Piccolo Teatro ha quindi deciso di sfruttare i suoi mezzi per instaurare un dialogo con i pubblici che frequentano le tre sale.

Non mi piace pensare durante un evento teatrale di dover ridurre 500, 200, 80, 1000 persone a essere un pubblico. Se sono 1000, a me piacerebbe che fossero mille pubblici; ogni spettatore presente alla rappresentazione costituisce un pubblico.

Luca Ronconi

Il teatro è uno spazio in cui la città si guarda allo specchio e viceversa: in quest’occasione è proprio il primo che deve riflettersi negli occhi di chi lo guarda. Infatti non solo è importante rinnovare le forme artistiche al passo coi tempi, ma lo è anche rinnovare quella missione che il Piccolo Teatro di Milano si è dato quasi 80 anni fa in quanto Teatro d’arte per tutti. L’importante è che questo Teatro d’arte per tutti lo si faccia insieme. Lanfranco Licauli, direttore generale, ribadisce quanto l’arte drammatica si possa rinnovare solo tramite il coinvolgimento del pubblico, attraverso una lotta per un luogo che è sia tecnico che umano.

Un cambiare che è crescere, senza dimenticare le proprie radici

In questa umanità credevano i fondatori del Piccolo: Strehler, Grassi e Apollonio. Nella loro lettera programmatica scrivono che sta agli spettatori decidere se lo spettacolo sia vivo o meno. Apollonio inoltre porta nella riflessione il concetto di coro. Se dunque vi sono molti pubblici, essi fanno parte di un coro, e questo significa essere un io che è un noi.

Il dibattito del convegno ha affrontato tre fronti: quello politico, quello etico-morale e quello concreto. Riflettere sul pubblico contemporaneo significa infatti ragionare su tutti gli aspetti della società reale e viva.

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Il momento di costruire

Andrea Ribaglio, del tavolo sul pubblico adulto, cita immediatamente un argomento che sarà trasversale su tutti i tavoli: i costi. Il dialogo col pubblico è necessario per fiorire insieme e aiutare quelle famiglie che sono in condizione di povertà, non solo materiale. Per Stefano Rolando, della Fondazione Paolo Grassi, Milano è sempre in transizione; dopo aver visto una generazione tra le macerie, ora è il momento di creare un ponte, di costruire.

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In questa ricostruzione la cultura ha un valore critico, non è un fattore ornamentale della città. La cultura deve ritornare ad essere fondamentale per la comunità di lavoro. A questo proposito, Mimma Gallina ribadisce la necessaria concretezza che le riflessioni di quel giorno di lavoro devono avere alla base; con lucidità concreta porta a galla la profonda problematica della sperequazione della domanda e dell’offerta nel panorama teatrale milanese.

Maddalena Giovannelli, chairwoman e direttrice della rivista Stratagemmi, prende parola e porta un ulteriore tema che sarà poi protagonista della seconda giornata: fare rete e non competersi i pubblici. La cittadinanza è e deve essere attiva, deve essere educata a non cadere in quello stato che Aristofane chiamava «a bocca aperta», e che la docente traduce efficacemente con «boccalone». Il teatro è il luogo in cui possiamo imparare a non farci abbindolare da chiunque.

La restituzione

Il secondo giorno i tavoli tematici hanno presentato il frutto delle loro riflessioni all’uditorio in sala. Non stiamo a riportare tutte le restituzioni, bensì vogliamo sviluppare una nostra riflessione riguardo a quanto emerso.

Alleanze

Uno dei concetti più condivisi tra i diversi tavoli è quello di alleanza. Sono necessari i legami tra le realtà: quelle educanti, quelle istituzionali e quelle teatrali. Le parti coinvolte nel complemento di relazione – il titolo della stagione del Piccolonon sono isole.

Le istituzioni e le associazioni dovrebbero quindi mettersi in dialogo con i luoghi culturali per aprire sempre di più l’accesso ad essi. La criticità che molti dei tavoli hanno riscontrato, soprattutto quello sul binomio scuola-teatro, è la grande quantità di burocrazia che si frappone tra le due controparti. La grave mancanza è la chiarezza.

Informalità

Proprio legato al tema della chiarezza, sentiamo importante il tema dell’informalità, messo a fuoco dal tavolo dedicato agli Under35. Andare a teatro è sempre più un’occasione e mai un’abitudine; è necessaria un’inversione di rotta. I teatri dovrebbero dare più agio all’estemporaneità e ai programmi last minute. In generale, andrebbe modificata la percezione di una serata a teatro, avvicinandola più a un’uscita al cinema o in un locale, togliendo quella patina antica di formalità e intellettualismo.

Insomma, ciò che deve passare è che il teatro non deve più rimanere chiuso nella sua scatola nera, bensì deve aprirsi alla realtà che lo circonda. La proposta del tavolo Under35 è proprio quella di provare a concepire lo spazio teatrale come se fosse un locale pubblico, aperto più ore per accogliere il pubblico anche in momenti non di spettacolo.

Accessibilità

Al discorso appena affrontato segue naturalmente quello sull’accessibilità. Ginevra Bocconcelli domanda: è giusto che l’accessibilità sia a partire dalla persona imprevista?

Forse, e sosteniamo il pensiero, che una messa in scena sia accessibile deve essere una prerogativa: sottotitoli, audiodescrizioni, touch tour. In questo modo tutti gli spettatori possono sempre essere agevolati, anche coloro che non hanno una disabilità, ma possiedono un background diverso o non hanno mai messo piede in una sala teatrale.

Insomma, il teatro deve essere uno spazio safe per tutti, dai più piccoli ai più grandi, e deve attivare dei processi di partecipazione che permettano al maggior numero di persone possibili di accedervi non solo da un punto di vista architettonico, ma anche da quello dell’esperienza. È necessario sfruttare il potere emancipatorio della cultura.

Una riflessione lunga tre anni

L’ultimo elemento mancante, che però è l’effettivo protagonista delle due giornate, è proprio il pubblico. Anche durante le sessioni plenarie, la maggior parte delle persone presenti erano addetti ai lavori. È giusto che sia stato così, questo è stato il primo incontro di un processo lungo tre anni; ora però è il momento di mettere in atto tutto quello che è stato detto.

Qui entriamo in gioco noi. Condividere queste riflessioni non vuole essere solo una pratica informativa, ma vuole iniziare quel processo di apertura e diffusione dell’arte teatrale verso tutti, anche e soprattutto a chi non può raggiungere i teatri tutti i giorni. Si sa che leggere di teatro non è come vederlo, ma almeno apre a una prima conoscenza di esso; non solo, ma anche i social possono diventare un primo aggancio per invitare a teatro tutti e tutte. È ora che il teatro diventi davvero parte della vita di tutti i giorni per chiunque, non solo per chi è attivamente interessato.

La nostra non è semplice speranza, ma è realizzare che ora è necessario agire. Ci auguriamo che questo lavoro di tre anni possa portare frutto alla presenza di più pubblico possibile.

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Marialuce Giardini

Diplomata al liceo classico, decide che la sua strada sarà fare teatro, in qualsiasi forma e modo le sarà possibile.
Segue corsi di regia e laboratori di recitazione tra Milano e Monza.
Si è laureata in Scienze dei Beni Culturali nel 2021

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