Italicus, quarantuno anni di strage impunita

«L’ho visto! L’ho visto! Il vagone si è gonfiato, si è gonfiato all’uscita della galleria, poi le fiamme».
(Carlo Burla, appuntato Polfer)

«Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte».
(Testimone anonimo)

Italicus 1Mauro Russo ha tredici anni, una mamma e un papà adorabili, un fratellino gravemente malato e una sorella che fa la maestra, appena ventenne e piena di vita. Mauro vive a Merano, ma viaggia spesso nei fine settimana perché il papà Nunzio, ferroviere, vuole sfruttare i biglietti di favore delle ferrovie statali per far sì che l’altro figlio, Marco, possa vedere il mondo. Marco è affetto da leucemia, una forma grave, che concede, secondo i medici, pochi mesi di vita. I genitori lo sanno, ed è per questo che Nunzio Russo ripete agli amici «Voglio che mio figlio conosca il mondo prima di morire». Mai si sarebbe aspettato che un tragico destino, in quel 4 agosto 1974, anno presto indicato come «l’anno delle quattro stragi», avrebbe strappato Marco alla vita prima del tempo, portando con sé lui, il capofamiglia, e la moglie Maria, compagna di una vita e cardine di una famiglia numerosa e felice.

Quel maledetto 3 agosto Nunzio aveva condotto la famiglia a Firenze, in una gita di piacere che nel viaggio di ritorno si trasformò in un appuntamento con la morte, seduta nella quinta vettura del treno espresso 1486 (Italicus). Composto da diciassette vagoni e da un’elettromotrice, il convoglio diretto a Monaco di Baviera parte da Roma Tiburtina alle 20:35, transita per Chiusi con una breve sosta e giunge poi a Firenze alle 24, con ventitrè minuti di ritardo. Qui la famiglia Russo, insieme a turisti tedeschi, inglesi e austriaci, sale sul treno della morte che per loro, quella notte, è solo un treno delle vacanze. L’Italicus corre velocissimo sotto la galleria dell’Appennino – all’epoca la più lunga – d’Europa perché ai minuti accumulati tra Roma e Firenze se ne sommano altri nove, e il ritardo va recuperato, altrimenti si rischia di raggiungere Bologna troppo tardi.Molti dei quattrocento passeggeri dormono nei vagoni cuccetta, altri leggono, conversano, riposano. Chissà se Marisa Russo, Italicus giornalemiracolosamente scampata alla strage, avrà dato un bacio alla mamma prima di uscire dalla galleria, o se magari avrà scambiato qualche parola col venticinquenne Silver Sirotti, giovane ferroviere che per una triste fatalità presta servizio sul treno proprio quella notte. Nello scompartimento dei Russo viaggia una bomba collocata in una valigetta occultata, collegata ad una comunissima sveglia Peter la cui suoneria, nell’orario premeditato, genera il fatale contatto delle piastrine inserite. È lo scoppio, la tragedia. All’1:23 il convoglio sta per sbucare dalla grande galleria e il quinto vagone si gonfia verso l’alto, si squarcia, si dilania. Il capo stazione di San Benedetto Val di Sambro, insieme agli agenti della Polfer, vede lingue di fuoco levarsi in cielo, passeggeri gettarsi dal finestrino, la carrozza scoperchiata contorcersi su se stessa. L’impatto della tragedia è terribile, quella tranquilla località dell’Appennino bolognese diviene il teatro di una strage. I morti saranno dodici, circa cinquanta i feriti. Solo più tardi si saprà, aggiungendo orrore all’orrore, che il bilancio avrebbe potuto essere disastroso, se solo non ci fossero stati quei minuti di ritardo che portarono il treno all’uscita del tunnel. Facendo a ritroso il percorso del treno, gli agenti giunti a San Benedetto s’imbattono in uno spettacolo straziante, fatto di asciugamani e valige, abiti e tende da campeggio, relitti di una vacanza finita in tragedia a causa della spavalda e sanguinosa mano fascista. Resta impressa nella memoria, o meglio nella coscienza, l’immagine dei cadaveri allineati sulla banchina, coperti da lenzuola bianche e pietosamente rimasti senza nome perché quasi irriconoscibili. Tre sono avvinghiati tra loro, e sono i corpi di Nunzio, Maria e Marco Russo, che in un ultimo, disperato gesto d’amore si sono stretti in un abbraccio che sfida la morte. Un altro è Silver Sirotti, che testimoni diranno essere scampato alla strage per poi lasciarsi dilaniare dalle fiamme volendo aiutare, disperatamente, i passeggeri della quinta carrozza. Di lui resta una Medaglia d’oro al valor civile. Aveva solo venticinque anni.

Italicus 2I fratelli Marisa e Mauro Russo hanno vissuto con il massacro nel cuore. Cresciuti soli, senza una madre e un padre da amare, hanno atteso invano una verità che in questo Paese sembra non essere prerogativa delle Stragi di Stato. Marisa se n’è andata, stroncata qualche anno fa da un male incurabile, dopo aver visto per anni lo sconfortante spettacolo di un’indagine annaspante, di inquirenti disorientati, di conflitti territoriali e Servizi segreti deviati. All’indomani della strage dell’Italicus, dinnanzi alle dodici bare allineate sul sagrato della basilica di San Petronio, la madre di una delle vittime chiedeva all’allora Capo dello Stato Giovanni Leone: «Signor Presidente, cos’è che fate per liberarci da questi delinquenti? Fate tanto male signor Presidente…». Quella donna era portavoce della piazza, era Marisa e Mauro Russo, era Franco Sirotti, era il fratello di Trebeschi in piazza della Loggia, era i parenti delle vittime di Piazza Fontana. Quella straziante domanda altro non era che la constatazione che, ancora una volta, si era arrivati ad una strage impunita, che tutto il possibile non era stato fatto, e non lo sarebbe mai stato. Dopo la spavalda rivendicazione dell’attentato da parte dei fascisti di Ordine nero, si dovette attendere la rivelazione di Aurelio Fianchini, extraparlamentare di sinistra, per capire che i responsabili andavano cercati a destra, negli ambienti neofascisti di Mario Tuti, geometra di Empoli prestato al terrorismo. Eppure la polizia sapeva da tempo della pericolosità di Tuti e una donna aveva persino dichiarato a un giudice che era lui l’autore della strage. Misteriosamente però la denuncia viene archiviata e il giudice Pilato, tal Mario Marsili, risulta essere il genero di Licio Gelli, gran venerabile della loggia massonica P2. Le protezioni di cui godono i fascisti sono spiazzanti e sfacciate, hanno nei Servizi segreti l’appiglio più solido e risultano ancor più inquietanti se si pensa che sull’Italicus doveva esserci Aldo Moro e che la bomba sarebbe potuta scoppiare alla stazione di Bologna, sei anni prima del vergognoso massacro del 2 agosto 1980.

Il processo sulla strage dell’Italicus si conclude con l’assoluzione di Tuti, Luciano Franci e di tutti gli imputati. La serranda del segreto di Stato viene ancora una volta calata su uno dei tanti misteri italiani. A un anno dalla strage Kino Marzullo scriveva sull’Unità che «Nelle carceri italiane non esiste un solo detenuto in relazione alla strage […]Fino ad oggi la strage dell’Italicus non ha colpevoli». Sono passati quarantuno anni, eppure la storia non è cambiata. Restano solo dodici vittime, dodici nomi di un massacro dimenticato che rimane, ancora una volta nella storia di questo strano bel Paese, vergognosamente impunito.

Italicus monumento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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