“L’imperatore della sconfitta” di Jan Fabre: contro il tabù della caduta

Il Teatro Out Off compie quarant’anni e a chiusura degli eventi celebrativi colloca L’imperatore della sconfitta, di Jan Fabre (regia di Sara Thaiz Bozano e Elena Arvigo, che è anche interprete insieme a Marco Vergani). Nell’ultimo giorno (27 maggio), una maratona speciale: film documentari su Fabre e dibattito tra esperti e pubblico. Un omaggio dovuto, perché Fabre è stato un punto di riferimento artistico per il dinamico teatro milanese fin dal 1985. Non solo però sguardo retrospettivo, piuttosto attenzione al futuro, perché il visionario artista fiammingo è oggi star fra le più acclamate: artista visivo, regista, performer, sperimentatore instancabile. Le sue opere provocatorie giocano con il surreale e la contaminazione sensoriale, sfruttano gusci di scarabei, ma anche ossa, sangue, sperma, sono finzioni ma palpitano di realtà. Corpo, plasticità e metamorfosi, le parole-chiave della sua ricerca, sia quando scruta il mondo degli insetti, ricavandone sculture, sia nella sua scandalosa indagine teatrale, caratterizzata dall’eccesso e dall’energia dissacrante. Uno degli spettacoli destinati a restare nella storia del teatro è Mount Olympus (2015, per cui ha ritirato lo scorso aprile il Premio Ubu), ventiquattr’ore consecutive di performance, un’ubriacatura orgiastica per riflettere sulle radici del teatro, della tragedia, in una sorta di catarsi collettiva ai tempi della globalizzazione.

Lo spettacolo presentato in prima nazionale all’Out Off è una meditazione filosofica (scritta nel 1994) che si interroga sull’identità dell’artista nella società, ma non solo. Nel 2005 ad Avignone la regia puntava alla chiara caratterizzazione del personaggio monologante, un clown con tanto di naso rosso, numeri di prestigio, stelle filanti e piroette. La scelta invece di Bozano-Arvigo calca sulle tonalità scure e il protagonista si sdoppia in due voci, che potenziano l’ambivalenza spesso ossimorica delle questioni. Chi sono i due personaggi in scena? Cappotto nero con file di bottoni argentati, cilindri calcati in testa, forse sono maghi o artisti strambi, con tratti di felliniana memoria.

© Manuela Giusto

Un velo di tulle, dispiegato per tutta la lunghezza della scena, costituisce il diaframma trasparente fra noi e loro (anche se spesso la volontà di instaurare un dialogo porta la Arvigo a superare questa tela e a parlarci vis-à-vis) e su di esso scorrono immagini suggestive (pesci, meduse, nuvole, formiche, fuoco, ma anche i fotogrammi di pellicole che hanno fatto la storia di Hollywood). Si crea così una tramatura di labili parvenze proiettate, che dialogano con le presenze vive al di là della filigrana. Anche grazie a una curata colonna sonora con frequente ricorso alla musica elettronica, l’effetto è molto suggestivo: le due figure in scena, dietro allo schermo trasparente popolato di immagini, sembrano perdere consistenza reale. Ci sono anche oggetti di scena che rinviano a un mondo “altro”, come le evocative scale a pioli che terminano a punta, a indicare lo slancio, una scommessa perduta verso il cielo, perché l’esito è la conferma della finitudine. E poi c’è l’immagine dominante del cuore: organo palpitante e assordante nel suo battito ripetitivo (proiezione) ma anche oggetto gigante riprodotto in praesentia, gettato in un angolo, e poi lacerato e squartato.

E proprio dal cuore comincia il monologo. Il protagonista ragiona su questa macchina perfetta che non si stanca di pompare sangue, ma finché è dentro di noi, sembra battere troppo forte perché si possa veramente vivere. Bisogna allora provare a togliersi il cuore, guardarlo da fuori e trovargli un altro posto, cioè liberarsi dalle convenzioni e tentare un’interrogazione di sé. Così fa questo clown-filosofo, quando all’inizio si domanda se il suo cuore sia «artificiale o artistico». Qual è dunque il ruolo dell’arte? Egli si è fatto attraversare da tanti personaggi e menzogne, ha danzato sulle nuvole, ha imitato animali e persone, ha sperimentato l’orrore e la sofferenza, e torna qui ogni sera sul palco perché questo è lo spazio dove l’impossibile può diventare possibile. Come il Sisifo del mito, condannato alla iterazione eterna della sua fatica, egli torna sulla scena-patibolo, lo spazio abitato dal «sogno insolubile», cioè la frontiera tra finzione e realtà, dove può ricominciare. Ripete, cade, ricomincia: solo l’esercizio genera l’arte, ed ecco perché questo flusso denso di parole spesso si avvolge in iterazioni e duplicazioni (che forse si sarebbero potute potenziare con una sonorità ad eco più decisa).

© Manuela Giusto

Egli è un «imperatore della perdita», come forse sarebbe meglio tradurre il titolo per valorizzare le potenzialità positive del suo percorso. Pur nel fallimento infatti, non perde lo slancio verso l’alto: quando cade, morde la terra e riparte con l’idea di orizzonti ancora più alti, mentre lo arde un fuoco bruciante e irrefrenabile.

Lo spettacolo è un’ardua cavalcata meditativa di cinquanta minuti. Forse, oltre alla seducente armatura di immagini, lo spettatore potrebbe essere aiutato da una recitazione meno raggelata e astratta. La densità dei concetti, che si affastellano in modalità elencatorie e iterative, rischia di restare una ragnatela di parole: gesti e movimenti avrebbero dato maggiore plasticità e “carne” alla creazione di Fabre. Perché il protagonista parla di sé, ma anche di noi: il mondo è una «galleria di specchi», che scompongono e rifrangono la nostra immagine e non siamo più certi della nostra identità. E allora nello spazio magico del palcoscenico, dove le distanze si riducono e si allungano, saltano anche i confini tra realtà-finzione, artista-pubblico: «sono io che guardo voi, oppure voi me, o forse voi guardate voi stessi e il fallimento del sogno, mio e vostro?».

© Manuela Giusto

Una via di uscita è forse quella di guardare alla tenacia della formica, che, calpestata e uccisa, rinasce e continua a esserci. Così nella nostra società dove la sconfitta è considerata tabù, occorre invece rivalutare questo momento come possibilità di riscatto e di rinascita. «Il piacere sublime è la metamorfosi» esulta alla fine il personaggio: non solo quella del teatro, ma quella dinamica del figurarsi altro da sé e, dopo la caduta, ricominciare. È questa rinnovata consapevolezza che dona al protagonista un nuovo sguardo su di sé: non più specchi, semmai ali, per elevarsi e diventare angeli.

 

L’imperatore della sconfitta
di Jan Fabre
regia di Elena Arvigo e Sara Thaiz Bozano
con Elena Arvigo e Marco Vergani
Teatro Out Off, Milano
16-27 maggio 2017

Gilda Tentorio

Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi.
Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.
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